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Paolo Marino è stato condannato a 3 mesi, con l’interdizione per un anno dai pubblici uffici. È la sentenza emessa ieri pomeriggio dal giudice collegiale di Ferrara (presidente Giorgi, a latere Rizzieri e Attinà) al termine del processo “Aldrovandi ter”, che vedeva imputato l’ex dirigente delle volanti della polizia per omissione in atti di ufficio.
Il procedimento contro l’ufficiale di polizia (già condannato a un anno per omissione nell’Aldrovandi bis per aver omesso di informare dettagliatamente il pm di turno di quanto accaduto in via Ippodromo il 25 settembre 2005, quando morì Federico), come ha spiegato il pm Nicola Proto in sede di requisitoria (al termine della quale chiederà nove mesi), nasceva dall’imputazione coatta formulata dal gup Monica Bighetti dopo la richiesta di archiviazione del pubblico ministero.
L’accusa consisteva nella mancata trasmissione dei brogliacci della questura relativi all’intervento delle volanti, nei quali comparivano correzioni e cancellazioni fatte a mano. “Nessuno sapeva dell’esistenza di quel brogliaccio, importante per capire gli orari di arrivo delle due volanti in via Ippodromo – fa notare Proto – fino al febbraio 2007, quando la difesa degli imputati ne chiese l’acquisizione”. L’allora capo della Mobile Pietro Scroccarello prese il registro e si accorse delle modifiche che spostavano in avanti di cinque minuti la chiamata di una pattuglia.
“Il gup ravvisò un’omissione in atti di ufficio – ricostruisce Proto – dal momento che il dirigente della squadra volanti aveva l’obbligo di trasmetterlo”.
Nella sua arringa, invece, l’avvocato Piersilvio Cipolotti sostiene che “i brogliacci non sono un atto pubblico, dal momento che sono equiparabili ad appunti, con mera funzione di annotazione: un documento interno all’ufficio, quale può essere il quaderno di una segretaria: e un documento privato non diventa atto pubblico solo in virtù dell’acquisizione in un processo penale”. E di quel “quaderno”, inoltre, Marino “non ne prese nemmeno visione”. E, proprio perché semplice documento e non atto pubblico, “non lo trasmise come informativa”.
Tutt’al più secondo Cipolotti “si può parlare di omessa denuncia, che tra l’altro è la descrizione del capo di imputazione, che il pm erroneamente rubrica come omissione”. Di conseguenza, se si tratta di omessa denuncia, è un reato perseguibile a querela di parte “e qui manca la relativa denuncia”. Se invece si insiste sulla omissione, “manca la qualità di atto pubblico”. Alla fine il difensore chiederà l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Il giudice, al termine di un’ora di camera di consiglio, ha accolto solo in parte le critiche mosse al capo di imputazione originario dall’avvocato, condannando Marinno per omessa denuncia aggravata. “Aspetteremo di leggere le motivazioni della sentenza (attese tra 90 gironi, ndr) – commenta a margine del’udienza il legale – e faremo sicuramente ricorso”.
In aula c’era anche Lino Aldrovandi, il padre di Federico: “un altro passo verso la giustizia” è stato il suo commento all’uscita dell’aula.
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