Politica
21 Novembre 2009
L'intervento

Il vero nodo del decreto Ronchi

di Redazione | 4 min

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Paolo Panizza

Paolo Panizza

Il decreto Ronchi sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali è legge. Il Partito Democratico ha preso una posizione chiara e netta: non un no pregiudiziale, ma l’invito ad una discussione seria e approfondita in parlamento, per un argomento serio. Il centro destra il confronto non l’ha voluto e l’approvazione è avvenuta con un voto di fiducia, il trentesimo!, e viene da chiedersi perché. La risposta va ricercata nelle ampie contraddizioni all’interno della maggioranza, e dentro ai partiti che la compongono, oramai sotto gli occhi di tutti.

La legge espropria i Comuni di qualsiasi potere decisionale di fondo e li obbliga in modo forzato a cedere in breve tempo la parte più consistente delle loro aziende – comprese quelle che funzionano- ai privati, che logicamente si interesseranno a quelle remunerative ( o che in prospettiva possono esserlo). In prima battuta a quelle che forniscono già un servizio efficiente. Il patrimonio pubblico che vale passa in mani private ( il che di per sé non è un dramma) aprendosi al mercato. Le altre aziende “rotte” restano al pubblico. Parteciperanno alle gare quindi aziende del settore di ogni provenienza, dopo che gli Enti locali sono stati messi – per legge- nell’impossibilità di decidere cosa fare.

I sostenitori “dell’ognuno padrone a casa sua”che sventolano fazzoletti verdi e agitano ampolle hanno ora una qualche difficoltà nel tornare a dire “Roma ladrona” e “qui comando io” in quel di Ponte di Legno, o a Pontida, ai loro elettori (dopo averli traditi) e ai loro amministratori sempre più espropriati di competenze ( e di risorse). Il federalismo è diventato un simulacro, le foglie di fico cadono e quel che ne esce non è un bel spettacolo.

Ma questa maggioranza fa anche di meglio: vota una legge che assegna ai privati servizi strategici per cittadini, per le comunità, per il sistema produttivo e non istituisce nessuna autorità pubblica di controllo che governi e verifichi l’attuazione di questo processo. Scusate signori del centro destra la crisi che ci stiamo sorbendo è dovuta ad un mercato senza regole e senza controllo, dovuta al fallimento del principio che il mercato di per sé è un regolatore democratico dei rapporti (economici e sociali), che il mercato senza una regolamentazione è una giungla e il contrario del vivere democratico, che per dirla con Hobbes serve un Leviatano fra “homo homini lupus” e che cosa ci riproponete? Un modello uguale identico a quello che ci ha portato nella situazione odierna. Mica male per una classe che si dovrebbe definire dirigente. Siete semplicemente contro la storia, siete contro tendenza, il mondo sta andando da un’altra parte.

Ma il vero nodo del contendere nel decreto Ronchi è sulla riforma del sistema idrico integrato: anche su questo il Pd ha detto cose chiare: si può riformare il sistema di gestione dell’acqua, ma a partire da alcuni punti fermi che a nostro avviso sono: il riconoscimento del valore pubblico dell’acqua e delle infrastrutture idriche (acquedotti, fognature, impianti di depurazione) la valutazione più attuale del costo della risorsa anche nell’ottica di un uso più oculato; il controllo, la tutela, la valorizzazione, il risparmio della risorsa idrica da utilizzare con criteri di solidarietà anche salvaguardando aspettative e diritti delle generazioni future, anche facendo riferimento al patrimonio ambientale; la necessità di investimenti certi che – lo sappiamo bene – non possono derivare esclusivamente dalla tariffa a carico dei cittadini-contribuenti-consumatori; infine, la definizione di un rigoroso meccanismo di controllo, la costituzione di un’autorità terza che vigili proprio sull’andamento delle tariffe in rapporto alla qualità dei servizi erogati e alla loro efficienza, un’autorità indipendente a tutela dell’interesse pubblico. Partendo dal concetto che l’acqua è un bene e non una merce.

Su questioni come questa, con equilibrio, ma con nettezza il Pd sta tracciando una linea chiara che segna il campo, che disegna l’ identità e dice chiaramente ai cittadini che cosa intendiamo fare. Ci siamo arrovellati sul principio della vocazione maggioritaria: più maggioritaria di una questione come quella di cui stiamo parlando che riguarda tutti cittadini e tutte le imprese e tutti gli amministratori non ve ne sono. Sono certo che come partito non perderemo l’occasione per battere un colpo anche a livello locale.

Paolo Panizza, componente segreteria provinciale Pd

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