Cronaca
29 Giugno 2013
Negri: “Non permetterò più questo postribolo a cielo aperto”

Il vescovo contro le serate studentesche

di Redazione | 5 min

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admin“Non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono un postribolo a cielo aperto”. A cento giorni dal suo insediamento l’arcivescovo Luigi Negri traccia un primo bilancio del suo episcopato ferrarese e traccia le linee che la diocesi dovrà seguire nel futuro prossimo.

A cominciare dall’“affrontare per la prima volta con decisione il tema della Nuova Evangelizzazione”, la grande “novità da riportare nel cuore di tutti quelli che, toccati dalla fede, oggi se ne trovano distanti, come ha detto Benedetto XVI nel recente Sinodo. Si tratta di una consapevolezza profonda e di una novità di esperienza che la Chiesa deve vivere in tutte le sue articolazioni”. Due le sfide: la situazione materiale e spirituale del post-terremoto e la grave crisi socio-economica e politica.

Il terremoto “ci sollecita ad una nuova solidarietà a livello ecclesiale e sociale, perché il terremoto rappresenti una sfida positiva e non un disastro. Per cui occorre rinnovare una capacità di andare oltre i guasti del terremoto che non solo soltanto, come diceva il card. Caffarra, i guasti delle strutture ma i guasti e le rovine delle anime”. In primo luogo occorre “pungolare anche le Istituzioni a fare la loro parte”, perché “non si può vivere l’emergenza come se fosse normalità. Se questo accade vuol dire che qualcosa non funziona. E qui ciò che non funziona è assolutamente chiaro, ed è anche chiaro che la pazienza dei vescovi, ed in particolare quella del vescovo di Ferrara-Comacchio, non sarà senza fine”.

Lanciato il messaggio alle autorità locali per rimediare ai danni subiti delle chiese e dai luoghi religiosi, il vescovo passa alla seconda sfida, “quella che viene dalla terribile crisi economica che esige modi nuovi di presenza nella vita ecclesiale e sociale”. Una crisi che “credo non si sia ancora percepita nella sua reale portata ed ha bisogno di una educazione di tutti a nuove forme di sobrietà e di solidarietà”.

Il discorso di Negri si concentra subito sulle serate universitarie e sul divertimento dei mercoledì sera: “è inutile prendersela con chi non capisce le questioni economiche quando la generazione adulta, e addirittura le istituzioni, consentono a centinaia o migliaia di giovani di bruciare la loro vita, quasi tutte le notti, in enormi sbronze di alcol e droga. Stanno a vedere e, al massimo, intervengono per ridurre le conseguenze negative sul piano dell’estetica della piazza o della vita della città. Certamente non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono un postribolo a cielo aperto”.

Dopo la paternale contro i giovani, arriva poi un richiamo ai cattolici ad essere ancora più presenti “nella vita culturale, sociale e politica” della città. Secondo il vescovo infatti “i cristiani sono assenti come tali” in questi ambiti. “E’ come se il cammino della fede si fermasse nell’ambito della propria vita personale, al massimo famigliare, nelle vicende di una pratica spirituale e devozionale sufficientemente intensa, anche se in calo in città, ma che non investe le grandi questioni culturali, sociali e politiche su cui si gioca il presente e il futuro della società”.

Secondo Negri il problema non è la presenza di cattolici “che, con una certa spiritualità e una certa pratica di fede e morale personale, si impegnano nella vita politica”. Il “mio” problema è: “come si impegnano nella vita politica? Quali sono le istanze profonde alla luce delle quali si compiono analisi di carattere politico? Le scelte possono essere diversificate ma la radice, il corpo della presenza dei cattolici, è unitario sia come esperienza di fede che come unità culturale. I criteri fondamentali della presenza socio-politica dei cristiani, come ricorda la bellissima nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2002 sui criteri fondamentali per la presenza dei cattolici in politica firmata dall’allora Card. Ratzinger, si possono sintetizzare nei valori non negoziabili della dottrina sociale della Chiesa. Vorrei che ci chiedessimo seriamente, noi cattolici e in particolare noi ecclesiastici, se nelle scelte politiche di tanti nostri compagni di strada (nel senso di appartenenti all’esperienza ecclesiale) in primo piano ci siano i valori non negoziabili alla luce dei quali si impostano analisi di carattere socio-politico e quindi economico, e a seguire scelte anche di alleanze oppure no”.

I valori non negoziabili “vengono richiamati ogni tanto e in modo sempre più flebile. Penso alla vita, alla famiglia, alla paternità e maternità, alla giustizia sociale in senso cattolico e solidarista, e non scimiottando i discorsi del sindacalismo da una parte o del capitalismo debole dall’altra”. Un cammino ‘interventista’ che dovrebbe portare a “uscire dal silenzio, da una chiesa del silenzio che non è stata l’esito di un totalitarismo pesante ma che si è autosilenziata, o perlomeno ha rischiato di esserlo, a fronte di un totalitarismo duro ma soft: duro come pratica politica ma sufficientemente scaltro e apparentemente benevolo nell’esercizio della vita socio-politica. Non inamidati, come dice il Papa, non silenziosi e quieti per paura di sbagliare. Anch’io come Francesco preferirei una Chiesa di Ferrara-Comacchio che può sbagliare ma perché è viva, anziché una Chiesa che non sbaglia mai. Gli unici che non sbagliano mai sono quelli che non sono più sulla terra, sono i morti”.

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