
Hebe de Bonafini
di Anja Rossi
Capaci di essere fertili di speranze e di progetti. Questo il tema dell’incontro “La memoria ‘fertile’ delle Madres de Plaza de Mayo – il significato di una lotta, il senso di una visita” che si è tenuto ieri al centro per le famiglie Isola del tesoro e ha visto presenti il sindaco Tiziano Tagliani e Letizia Bianchi dell’Università di Bologna.
Ospite e protagonista della giornata è stata Hebe de Bonafini, presidente dell’associazione Madres de plaza de mayo di Buenos Aires. Dopo il golpe del marzo 1976, infatti, i colonnelli sequestrarono ed uccisero trentamila oppositori politici, ragazzi e ragazze che vennero torturati nei campi di concentramento clandestini i più piccoli rivenduti al mercato nero. Fu così che le loro madri si unirono e diedero vita ad una lotta costante contro il regime. Una lotta che dura ancora oggi, a trent’anni di distanza, per far valere la verità.
Letizia Bianchi presenta Hebe come la portavoce di tutte queste madri che “sono state partorite dai loro figli, per lottare”, sottolineando la passione che queste donne hanno dimostrato in nome della giustizia e del ricordo. “Una memoria che – come spiega Tiziano Tagliani – perde di significato se non le viene associato anche il concetto di lotta, che significa abbracciare il problema e farlo durare nel tempo. È per questo che ogni comunità deve continuare a lavorare per lottare in nome della memoria. Noi italiani – prosegue il sindaco – abbiamo più difficoltà nel riempire di contenuti questa memoria, si pensi al revisionismo storico, ma ci sono persone come Patrizia Moretti – la madre di Federico Aldrovandi, presente all’incontro – che sono il chiaro esempio di lotta nel ricordo”.
Hebe de Bonafini prende infine la parola, anticipando che non vuole sentirsi omaggiata per quello che ha fatto perché “non è ciò che vogliamo. Noi madres non siamo diverse da voi, perché siamo tutti ‘madri di qualcuno’ e per questo abbiamo l’obbligo di lottare”. L’ottantacinquenne di Plaza de mayo confida poi come nessuna di loro si era mai interessata di politica prima di quel tragico evento, “bisogna invece leggere e studiare perché l’ignoranza porta alla solitudine, è come uno tsunami che ti porta via tutto,la famiglia, i luoghi, il corpo dei nostri ragazzi e il loro sorriso. Ciò è terribile, ma bisogna cercare nel proprio profondo la forza, preferendo la vita alla tragedia. Quando abbiamo capito che i nostri figli non sarebbero più tornati, noi madri abbiamo deciso di unirci per ridare vita alle loro idee. Quando cercavamo i nostri figli vivi – continua Hebe – il governo capitalista ha creato il sistema di riparazione economica, come se i nostri figli avessero un prezzo. Personalmente con tre figli scomparsi sarei diventata ricca e così mi avrebbero azzittita, invece tutte noi vogliamo che i nostri figli vivano per sempre e siamo rimaste in piazza”.

L’abbraccio con Patrizia Moretti
La signora Hebe evidenzia come, una volta capito che i figli non sarebbero mai più tornati, le madres si siano chieste perché avessero tolto loro la vita, “così capimmo che era perché volevano cambiare il mondo, basandolo sull’uguaglianza e sulla giustizia, dove tutti avessero da mangiare e non solo una piccola parte di mondo, fondandolo sulla solidarietà e sul pensare all’altro”. Si decisero dunque di promuovere queste idee prima attraverso la fondazione di un periodico, ed in seguito costruire un’università per far veicolare le idee e la cultura. “La società argentina al tempo era molto debole – evidenzia Hebe – la situazione è cambiata con il nuovo presidente Cristina Fernández de Kirchner, che ha preso subito provvedimenti giuridici contro i colonnelli – 500 sono sotto processo e 175 sono già stati condannati, tra civili e militari – ed ha risollevato le sorti dell’Argentina con un sistema di assegni sociali e un sistema pensionistico innovativo”.
Ancora oggi, ogni giovedì, le madri si ritrovano in piazza e con megafoni fanno sentire la loro voce, portando nella piazza i temi d’attualità a loro cari. Nella famosa piazza “sentiamo forte la presenza dei nostri figli scomparsi. Questo è il vero miracolo della Resurrezione, i nostri giovani rivivono nei ragazzi che vengono a sentirci. Sono orgogliosa di aver avuto dei figli rivoluzionari, noi stesse siamo madri rivoluzionarie!”.
Hebe de Bonafini, per spiegare ai moltissimi presenti all’incontro, propone come se fossero dei racconti alcuni esempi di come agissero le madri durante la dittatura, usando il denaro come “volantino molto veloce” per diffondere le loro idee o occupando le chiese per “togliere le pagine dal libro dei canti per metterci i volantini” che spiegassero cosa fosse successo in Plaza de Mayo. Non siamo donne straordinarie – conclude emozionata Hebe – siamo madri e le madri danno la vita ad altre vite. Basta con le madri che perdono la vita a pulire la casa, bisogna andare in piazza e lottare per dare un futuro a tutti i nostri figli. La rivoluzione non è una brutta parola, è una parola piena d’amore, amore per gli altri, per cambiare qualcosa che non va. La rivoluzione si fa ogni giorno, chiedendoci: che cosa cambio oggi? Bisogna inventarsi qualcosa e farlo, perché il messaggio è “si può cambiare, perché la patria non è degli altri, è nostra”.
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