Sedici anni di reclusione, come quelli chiesti dal pubblico ministero, ma con una diversa qualificazione del reato: omicidio preterintenzionale anziché volontario, seppure con dolo eventuale. È la sentenza emessa dalla Corte d’assise di Ferrara nei confronti di Pierpaolo Alessio, il 24enne che la notte del 20 novembre del 2019 ha picchiato la nonna Maria Luisa Silvestri (71 anni), mentre si trovavano in auto, di ritorno da una cena in pizzeria con la madre, fino a cagionarne la morte.
Nella sua requisitoria, la pm Barbara Cavallo ha sostenuto che da parte di Alessio vi fosse la “consapevole accettazione dell’eventualità della morte” della nonna nel suo “dare sfogo alla propria rabbia, continuano a percuotere la nonna fino agli istanti precedenti la sua definitiva perdita di coscienza e la morte”. Una “estrema e incontenibile rabbia che lo ha spinto a percuotere la nonna per almeno 15 minuti”. Qui, pur non volendola uccidere, ha però “accettato qualsiasi conseguenza, incurante anche della sua incolumità, visto che l’auto procedeva senza controllo, attraversando due incroci semaforici, dei quali uno col rosso”. E in tutto questo ad Alessio era noto lo stato di forte compromissione della salute della nonna, con annosi problemi al cuore e ai polmoni (a causa di una passata infezione da legionella).
Non negando in alcun modo la violenza, per la difesa – forte anche di quanto emerso dalla perizia medico-legale – essa non è stata idonea da sola a cagionare la morte della signora Silvestri. A quei colpi si è aggiunto, come fattore causale determinante la morte, lo scompenso cardiaco dell’anziana.
Un comportamento dettato da un problema psicopatologico – anche se i periti del tribunale non hanno sposato questa tesi – il cui specchio è la perdita di memoria successiva sui quei fatali minuti, sul quale la procura si è sempre mostrata quantomeno scettica.
Alla fine, dopo circa tre ore di camera di consiglio, l’assise presieduta dalla giudice Piera Tassoni, sembra aver dato peso all’inquadramento della situazione offerta dagli avvocati Pasquale Longobucco e Simona Totaro, riqualificando il fatto come omicidio preterintenzionale dell’ascendente, come la difesa aveva già chiesto fin dall’udienza preliminare. E su questo si basa un tecnicismo decisorio per la commisurazione della pena finale: l’inquadramento da parte della procura come omicidio volontario anziché preterintenzionale aveva impedito ad Alessio di accedere al rito abbreviato, ma quello sconto di pena di un terzo previsto per quel rito speciale è stato ‘recuperato’ al termine del giudizio ordinario con la riqualificazione del reato.
“L’assise – spiegano gli avvocati Longobucco e Totaro – ha riconosciuto le nostre argomentazioni riqualificando i fatti. Certo avremmo preferito un altro tipo di pena ma è una buon base da cui partire per l’appello una volta lette le motivazioni”.
Alessio è stato condannato anche alle pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e all’interdizione legale per la durata della pena.
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