Grattacielo. Gli sfollati cercano casa. “Porte chiuse agli stranieri”
A poche settimane dalla scadenza dell'accoglienza temporanea al San Bartolo, resta aperta la questione abitativa per una parte degli sfollati del Grattacielo
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Si chiamava Hamrouni Hassen, il 30enne di nazionalità tunisina morto dopo il tragico incidente stradale avvenuto nella serata di sabato 20 giugno - intorno alle 21.20 - lungo via Copparo
Ra'ed Dawoud resta in carcere a Ferrara. Il Tribunale del Riesame di Genova ha infatti confermato con una nuova ordinanza la misura della custodia cautelare nei confronti del palestinese detenuto nella casa circondariale dell'Arginone
Tragico incidente stradale nella serata di sabato 20 giugno a Ferrara. Intorno alle 21.20, in via Copparo, poco oltre il Centro Spal, due automobili si sono scontrate e una persona ha perso la vita
Paura ma fortunatamente nessuna grave conseguenza nella tarda mattinata di domenica 21 giugno lungo la Strada Adriatica, in località Ripapersico, dove un'autovettura è uscita di strada finendo ribaltata
Non c’erano le esigenze cautelari, come affermato dal gip ma, diversamente da quanto sostenuto dallo stesso giudice, c’erano invece i gravi indizi di colpevolezza, dunque l’arresto effettuato dai carabinieri era legittimo.
Il tribunale del riesame di Bologna ha dunque rigettato a metà il ricorso presentato dal pm Andrea Maggioni contro la mancata convalida dell’arresto e la mancata applicazione della misura cautelare nei confronti di A.Y, 46enne marocchino, bloccato dai carabinieri poco dopo aver chiesto 20mila euro a un commerciante bengalese (e a sua figlia) che avrebbe avuto una relazione con sua moglie in cambio della mancata diffusione di video compromettenti.
La vittima – che ricevette anche messaggi su Whatsapp con le richieste di denaro – si recò immediatamente dai carabinieri e proprio mentre sporgeva denuncia la figlia lo chiamò al telefono perché nel negozio di famiglia si era palesato proprio A.Y. a farle le stesse richieste. I militari si recarono immediatamente sul posto e alla fine lo arrestarono per tentata estorsione.
Secondo il gip non c’erano abbastanza elementi né per l’arresto né per adottare la misura cautelare chiesta dal pm. Ma per il Tribunale della libertà c’erano almeno i gravi indizi di colpevolezza e su questo accoglie le doglianze del pubblico ministero “configurandosi le minacce prospettate come dirette in modo non equivoco e idoneo a estorcere denaro alla persona offesa e quindi concretizzando il reato di tentata estorsione”.
Per lo stesso tribunale, invece, “manca l’elemento della pericolosità” per disporre la misura cautelare: A.Y., in realtà, non aveva nulla in mano e ha dichiarato “in maniera delirante” di aver chiesto il denaro come anticipo di un risarcimento dei danni per aver ‘scoperto’ che la figlia non è sua ma della persona offesa (circostanza che non trova conferma), la quale, per altro, non ha mai mostrato di avere paura del suo aspirante estorsore.
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