Dom 14 Giu 2020 - 1656 visite
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Agenti della Penitenziaria accusati di aver torturato un detenuto in carcere a Ferrara

Un sovrintendente e due assistenti capo a processo per aver pestato e fatto denudare un detenuto. Per la procura “un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”, loro sostengono di essere stati aggrediti per primi durante un'ispezione

Tre agenti di polizia penitenziaria in servizio nel carcere dell’Arginone di Ferrara sono accusati di aver torturato un detenuto. Tutti e tre dovranno comparire a luglio davanti al giudice dell’udienza preliminare, dopo che a causa dell’emergenza Covid-19 ad aprile è saltato tutto.

Con loro è finita a processo anche un’infermiera, rea, secondo l’accusa, di aver retto il gioco ai tre poliziotti scrivendo il falso nel registro delle consegne tra infermieri e di aver cercato di sviare gli inquirenti con false dichiarazioni rese ai carabinieri del Nucleo investigativo.

Si tratta, a quanto risulta, del primo processo a Ferrara che vede delle persone imputate per il nuovo reato di tortura, introdotto nel 2017 in Italia.

La presunta vittima è Antonio Colopi, condannato a 14 anni per aver ucciso con una mannaia lo chef ferrarese Ugo Tani nell’aprile 2016 a Cervia, oggi ristretto nel carcere di Reggio Emilia.

Il fatto è avvenuto il 30 settembre del 2017, nella cella numero 2 del carcere estense, dove Colopi era in isolamento. Secondo quanto risulta a Estense.com, alcuni giorni prima lo stesso Colopi sarebbe stato denunciato per danneggiamenti e resistenza.

Quel giorno tre poliziotti penitenziari – il sovrintendente Geremia Casullo e gli assistenti capo Massimo Vertuani e Pietro Licari – lo avrebbero pestato malamente durante una perquisizione che secondo la procura venne eseguita arbitrariamente.

Nel dettaglio, Casullo (difeso dall’avvocato Alberto Bova) sarebbe stato il primo a entrare nella cella, mentre gli altri facevano da palo. Qui, dopo aver fatto togliere la maglia e la canottiera al detenuto, lo avrebbe fatto inginocchiare per poi sferrargli dei calci allo stomaco. Poi gli avrebbe fatto togliere pantaloni, scarpe e calze, lo avrebbe ammanettato e gli avrebbe dato altri calci e pugni allo stomaco, alle spalle e al volto. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il sovrintendente avrebbe anche usato il ferro di battitura (che serve per controllare le inferriate) per colpirlo alle spalle, gambe, nuca e viso.

Colopi a questo punto avrebbe reagito, dando una testata a Casullo, rompendogli gli occhiali. Per questo sarebbe stato minacciato e colpito ancora, fino a rompergli l’incisivo superiore. La vittima avrebbe invocato, urlando, l’intervento del comandate del reparto del carcere, ma la risposta sarebbe stata “comandante e ispettore sono solo io”. Poi sarebbe stato minacciato di morte con un coltello rudimentale puntato alla gola passato a Casullo dal collega Licari (difeso dall’avvocato Giampaolo Remondi).

E proprio quest’ultimo avrebbe fatto ingresso in cella dicendo “ora tocca a me” e cominciando a picchiare Colopi. Poco dopo si sarebbe unito anche Vertuani (avvocato Bova), anche se su di lui le contestazioni sulle violenze sembrano più sfumate.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, finito il pestaggio, la vittima sarebbe stata lasciata ammanettata e seminuda in cella, sino a quando non sarebbe stata notata dal medico del carcere durante il giro ordinario, almeno un’ora dopo i fatti (e poi sarebbe stato medicato dopo tre ore circa).

“Un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”, scrive la pm Isabella Cavallari nella richiesta di rinvio a giudizio.

Casullo e Vertuani sono anche accusati di falso per aver redatto dei rapporti considerati non veritieri sull’accaduto e, di fatto, contengono il nocciolo della loro versione dei fatti: sarebbe stato Colopi ad accogliere i poliziotti con fare minaccioso, aggredendoli poi con calci e pugni, e loro avrebbero solo reagito per contenerlo e riportarlo alla calma.

Da uno dei rapporti emergerebbe anche che il detenuto avrebbe usato come arma un oggetto contundente ricavato da una bomboletta del gas, che però secondo gli inquirenti sarebbe stata introdotta proprio dai poliziotti. I quali, peraltro, non avrebbero fatto menzione né delle manette, né delle lesioni del detenuto (poi giudicate guaribili in 15 giorni), né del fatto che Colopi venne denudato e lasciato ammanettato e in mutande. Inoltre avrebbero scritto il falso affermando di aver immediatamente avvisato l’ispettore di sorveglianza, che invece sarebbe stato attivato solo un’ora dopo e solo al passaggio del medico.

Sempre i due sono anche imputati per calunnia nei confronti di Colopi, per averlo accusato di resistenza a pubblico ufficiale, pur sapendolo innocente.

Entra poi in ballo l’infermiera che era in servizio, Eva Tonini (difesa dall’avvocato Denis Lovison). Secondo gli inquirenti avrebbe scritto il falso nelle comunicazioni infermieristiche e dichiarato il falso ai carabinieri nel Nucleo investigativo nel tentativo di aiutare Casullo, Vertuani e Licari e sviare le indagini nei loro confronti.

In particolare avrebbe scritto (e riferito al medico, che però non ha confermato la circostanza) di aver trovato Colopi che sbatteva violentemente la testa sul blindo mentre passava per il giro della terapia tra le 8 e le 9 di mattina di quel 30 settembre: circostanza che risulterebbe smentita dall’agente che la seguiva. Anche su quest’ultimo avrebbe dichiarato il falso dicendo essere stata accompagnata da uno dei tre imputati, Licari, mentre per gli inquirenti con lei c’era un altro operatore della Penitenziaria.

Gli avvocati Bova e Remondi non hanno rilasciato dichiarazioni a Estense.com. L’avvocato Denis Lovison respinge ogni addebito a carico di Tonini: “La mia assistita è una persona seria e per bene, che fa da anni questo mestiere, non ha coperto nessuno, il suo comportamento è stato corretto e ha già fornito la sua versione dei fatti agli investigatori, versione che è veritiera. Le sono state rivolte delle domande e ha risposto secondo verità e coscienza e in base a quello che si ricordava. A tempo debito e nelle sedi opportune proverò la sua innocenza”.

Il 9 luglio dovranno comparire davanti al gup Danilo Russo per l’udienza preliminare.

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