Mar 9 Giu 2020 - 343 visite
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Lettere dal tempo del coronavirus – 5. Il diritto universale al respiro: Floyd George e noi

Onde, poi che il cielo non ci permette per la mortifera pestilentia pascere più le orecchie di quei dolci ragionamenti et gli occhi di quei grati obiecti che già soleano ogni noiosa cura alleggierirne, non ci priviamo almeno di visitarci con lettere, conforto non piccolo in tutte le miserie humane (Niccolò Machiavelli)

le altre lettere sono qui (1), qui (2), qui (3) e qui (4)

Ci sono coincidenze che acquistano significato da sole. Domenica 24 maggio ho spedito al manifesto la recensione del libro di Donatella Di Cesare Virus sovrano? L’asfissia capitalistica. Di Cesare è una delle poche voci della filosofia italiana contemporanea che seguo con interesse; nel 2015 le era stata assegnata una scorta per le minacce ricevute dai fascisti cosiddetti “neo” per i suoi studi sull’Olocausto: uno dei primi atti del ministro degli interni Salvini è stato di revocargliela. Questo libretto sul coronavirus mi ha fatto riflettere; mi ha colpito, in particolare, la riflessione sulla mancanza di respiro: “Dopo tutto quel che è accaduto, il respiro non dovrebbe più essere un’ovvietà”; e ancora:

Questo evento dovrebbe spingere a ripensare l’abitare, che non è un sinonimo di avere, possedere, bensì di essere, esistere. Non significa essere radicati nella terra, bensì respirare nell’aria. Lo avevamo dimenticato. Esistere è respirare. È l’esistenza che viene fuori, che si decentra, migra, inspira l’alito del mondo e lo espira, lo proietta fuori di sé, s’immerge e riemerge, partecipando così alla migrazione e alla trasformazione della vita. Questo non vuol dire andare alla deriva nel cosmo. Il respiro che torna, quel movimento ritmico che scandisce il nostro essere nel mondo, suggerisce che siamo tutti estranei, ospiti provvisori, migranti rinviati l’uno all’altro, stranieri residenti.

Il titolo che ho suggerito al giornale era “lezioni di respiro”, ed è stato accolto: la recensione è stata pubblicata tre giorni dopo, il 27 maggio. Nell’arco di quei tre giorni Floyd George, alle 20 del 25 maggio (in Italia erano le prime ore del 26) respirava per l’ultima volta, per poi morire, assassinato dalla compressione del ginocchio di un gendarme razzista sul collo per più di 8 minuti.
Floyd George, si è saputo dopo, era portatore asintomatico di Covid-19.
La sua morte ha scatenato la più grande ondata di proteste della comunità nera dai tempi di Martin Luther King: una protesta multicolore e multietnica, che ha coinvolto immediatamente l’intera società statunitense, per allargarsi al mondo intero, a dispetto della repressione tentata dal governo – contro la quale si sono schierate le stesse forze armate che Trump avrebbe voluto mandare nelle strade.
Dopo quattro giorni di proteste, a Columbus, nell’Ohio, una studentessa di 22 anni, Sarah Grossman, è morta soffocata in ospedale dopo una manifestazione attaccata dalla polizia con i gas lacrimogeni. Sarah era asmatica. Una testimonianza riferisce che, dopo essere stata investita dalla nube di gas lacrimogeno, Sarah ha cominciato a tossire sputando sangue. Sarah era una ragazza appena laureata, aveva tutta la vita davanti, manifestava per un mondo più giusto, nel quale tutti avessero il diritto di respirare. È agghiacciante pensare che una ragazza ebrea è morta soffocata dal gas per aver desiderato un mondo più giusto. Le autorità si sono prese 8 settimane di tempo per effettuare l’autopsia.
La settimana dopo, per effetto del calendario delle lezioni modificato dall’emergenza, mi sono trovato a concludere il programma di filosofia con l’ultima lezione su Kant: quella su Kant di fronte alla Rivoluzione francese, e sul perché Kant abbia provato il sentimento di entusiasmo alla notizia della presa della Bastiglia. E questo argomento si è collegato, nella mia mente, alla domanda: perché una protesta così vasta per l’assassinio di Floyd George? La quasi totalità dei manifestanti non erano fisicamente presenti al momento dell’omicidio: lo hanno visto in televisione. Ma anche Kant non era fisicamente presente all’assalto della Bastiglia, quel 14 luglio 1789: lo ha letto sul giornale. L’analogia è evidente: cosa spinge a indignarsi, o entusiasmarsi, per eventi dai quali siamo distanti? E, aggiungo (una domanda che Kant non si sarebbe posto, vi dirò perché): cosa spinge altri ad aggiungere al ginocchio e al gas CS dei gendarmi omicidi il proprio disprezzo, il proprio odio, i propri sputi sulle vittime?

Due passi di avvicinamento, prima di dare la parola al professor Kant.
Primo: Floyd George era un nero, era una di quelle black lives che tutt’ora don’t matter. Uno studio statistico ha dimostrato che la possibilità di essere ucciso dalla polizia, per un appartenente alla comunità nera, è di uno ogni mille: 2.5 volte in più di esserlo se sei un bianco. Lo studio lo trovate qui, il grafico è qui a destra. Questi dati vanno a loro volta collocati in contesto: il numero di morti causato dalla polizia statunitense è enormemente più alto di quello della maggior parte delle democrazie occidentali, come attestava lo studio pubblicato sul quotidiano inglese The GuardianUS police kill more in days than other countries do in years“.

[Piccola storia ignobile: alcuni odiatori di professione si sono baloccati con una pseudo statistica che confuterebbe il razzismo istituzionale della polizia statunitense in base al fatto che “solo” un quarto delle vittime della polizia sono neri (su 1004, 235). I neri, sul totale della popolazione, sono un ottavo (il 12.9%, per essere precisi): persino un dato grezzo – che non è un’elaborazione statistica –dimostra che qualcosa non va. Questo, per inciso, è un ulteriore elemento in comune fra l’omicidio di Floyd George e il covid-19: l’uso mentula canis (scusate il latino) dei numeri spacciati per dati statistici da parte di persone (scusate di nuovo il latino) che con numeri che, voglio essere buono, non hanno la capacità di interpretare, affermano la qualunque].

Secondo passo: il coronavirus ha avuto effetti devastanti sulla comunità nera. La criminale inazione di Trump – “ho uno zio medico che mi ha detto di non preoccuparmi” – ha accresciuto a dismisura gli effetti della pandemia. Ma, lo abbiamo già visto, il virus colpisce l’essere umano in quanto specie, ma i suoi effetti non sono uguali per tutti: le differenze di classe, di genere, di status incidono in modo pesante sulla sua letalità. La comunità nera, segregata da un razzismo strisciante, nella quale la povertà, la disoccupazione, la mancanza di assistenza sanitaria e sociale, la precarietà sono maggiori, in proporzione, rispetto alla parte bianca della società americana, ha pagato un tributo di morti e di perdite del lavoro drammatico. Con le parole di Kareem-Abdul Jabbar, indimenticata stella del basket e voce della coscienza nera, «noi neri moriamo in numero decisamente più alto rispetto ai bianchi, siamo i primi a perdere il lavoro, e guardiamo impotenti i Repubblicani che provano a non farci votare». È un discorso che i razzisti rifiutano di ascoltare: per loro, il tasso di delinquenza maggiore fra i neri rispetto ai bianchi non ha alcun rapporto con le condizioni sociali – i neri delinquono perché sono neri. «Il razzismo in America è come polvere nell’aria. Sembra invisibile, anche se stai soffocando, finché non lasci entrare il sole. Poi si vede che è ovunque», aggiunge Kareem. L’indignazione per l’assassinio di Floyd George è quel raggio di sole che fa vedere la polvere ovunque.

Ora, finalmente, posso parlarvi del valore dell’indignzione. E qui lascio per primo la parola al professor Kant (ubi maior, minor cessat). Il quale un mattino, aprendo il giornale, fu colto da un inspiegabile entusiasmo nel leggere della presa della Bastiglia: ed era un tranquillo e compassato professore tedesco, non un esaltato giacobino estremista. Eppure si entusiasmò, e come lui molti di coloro che lessero della notizia. Pensateci un attimo: Kant si mise a riflettere sul fatto che alcune notizie ci entusiasmano non perché le viviamo (non era dentro il corteo che attaccò la Bastiglia), ma semplicemente perché le apprendiamo. Kant ipotizzò che esiste un progresso che trascina il genere umano; e che l’artefice e il garante di questo progresso è la natura stessa. Ma com’è possibile affermarlo? È possibile grazie alla facoltà di giudicare: perché il mio giudizio riflettente non cerca una determinazione oggettiva, ma un segno che mi consenta di presupporre, soggettivamente ma con pretesa di universalità (come quando noi facciamo una buona azione, e presupponiamo che chiunque al nostro posto farebbe lo stesso; o percepiamo qualcosa di bello, e ci sembra che chiunque debba condividere questo giudizio di bellezza – anche se non è vero), il disegno progressivo della natura. E questo segno è la manifestazione di entusiasmo (dunque una passione) che cogliamo dentro di noi, che siamo parte della natura: se la mia natura manifesta, col suo entusiasmo nell’apprendere che la secolare fortezza simbolo dell’assolutismo è stata ridotta in rovine, la propensione al progresso, allora sono autorizzato a presupporre che la natura stessa tenda verso il meglio. E in questo, come nell’azione morale, io mi scopro un soggetto libero: perché non chiedo al re o al governo la legittimità delle mie passioni politiche, ma la cerco dentro di me, indipendentemente da quel che pensa chi detiene il potere.

Questa è, in sintesi, la mia lezione sull’entusiasmo in Kant. Cosa c’entra con l’indignazione? Beh, nel chiederci perché ci si indigna in tutto il mondo, noi compiamo la stessa operazione di Kant – la rivoluzione copernicana che rovescia il rapporto fra soggetto e oggetto; non ci indigniamo perché è successo, fuori di noi, un evento ingiusto, ci indigniamo perché la giustizia non è nel mondo, ma dentro di noi: se non avessimo desiderio di giustizia, non potremmo riconoscerne la negazione. E poiché la giustizia non è di questo mondo, sta a noi batterci per farla esistere: proprio come l’amore, che di per sé non esiste, e proprio per questo lo facciamo – per farlo esistere.
Ci indigniamo perché a Floyd George e, forse, a Sarah Grossman è stato tolto il diritto al respiro. Respirare è, in apparenza, una cosa semplice: assorbimento di ossigeno ed espulsione di anidride carbonica, uno scambio dinamico tra sangue e tessuti. Ma se proviamo a comprendere la respirazione al di là dei suoi aspetti biologici, come suggerisce il filosofo africano Achille Mbembe, ci accorgiamo che

Nella misura in cui è al contempo extra-territoriale e suolo comune il diritto universale al respiro non è quantificabile. Non sarebbe possibile appropriarsene. È un diritto in termini di universalità non solo di ogni membro della specie umana ma del vivente nel suo insieme. Bisogna dunque comprenderlo come un diritto fondamentale dell’esistenza. In quanto tale non può essere confiscato e sfugge di fatto a ogni sovranità poiché ricapitola in sé il principio sovrano. Ed è in ogni caso un diritto originario d’abitazione della Terra, un diritto proprio alla comunità universale degli abitanti della terra umani e non.

Ma c’è qualcosa su cui Immanuel Kant si è sbagliato. Da illuminista, pensava in termini di universalismo della ragione: se esiste la propensione al progresso, deve esistere in tutti gli esseri umani. Kant non può concepire che la ragione può anche essere malvagia, egoista, utilitarista: avesse letto quel piccolo gioiello letterario che è Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, se ne sarebbe accorto. Purtroppo esiste anche l’uso perverso della ragione: che porta ad accatastare i pensieri fino a negare la stessa natura della ragione (non per caso, nell’italiano di un tempo l’incapacità di ragionare correttamente era detta imbecillità, cioè debolezza, della mente). Però Kant ci viene utile anche qui: perché, ragionando come lui, dovremmo chiederci che cosa hanno nella mente e nell’animo i razzisti e i seminatori di odio. Quelli che definiscono oggi George Floyd “nuova icona sacra della sinistra mondiale”, come ieri Liliana Segre “edicola votiva della sinistra”; quelli che definiscono le moltitudini indignate “ragazzi rimbecilliti dalla propaganda” e “coscienze asservite al totalitarismo del pensiero unico”, le manifestazioni spontanee “isteria ben orchestrata e oleata”.
In modo bizzarro, uno di loro (che non nominerò) ci dà la risposta. È uno di quelli che usano quelle accozzaglie di numeri che chiamano statistiche di cui vi dicevo sopra. Uno che, nel mezzo della pandemia, quando i morti raggiungevano cifre impensate e si viveva come reclusi in casa – ma quelli come lui rinchiusi in una prigione lo sono sempre: è la loro scatola cranica – ci “ricordava” che non dovremmo dimenticarci della superiorità della nostra cultura di bianchi colonizzatori; che non dovremmo dimenticarci, in nome del “multiculturalismo imperante, la nuova religione del politically correct e il relativismo etico”, qual è il vero nemico, cioè la cultura islamica – non il terrorismo islamista, ma l’intera comunità musulmana in quanto tale: «una volta che il Covid-19 sarà passato, come passa tutto, il panorama descritto resterà immutato ancora per lungo tempo. Ci sono, infatti, virus e pandemie, che iniziano e finiscono, ma il virus dell’autoflagellazione, dell’etnomasochismo e della perdita di sé non passerà tanto facilmente». Ecco qual è il vero pericolo del coronavirus: ci fa dimenticare di odiare.
Cosa c’è nel cuore di chi, in un giorno in cui i morti di covid-19 erano 743 (2.000 in tre giorni), si sforzava di ricordarsi di odiare persino durante una pandemia? Non vi ricorda qualcuno, questa individuo così accecato dall’odio e dal rancore da esserne sottomesso, da non riuscire a liberarsene? Certo che sì: perché quelle parole che ho riportato sono state scritte il 25 marzo. In un altro 25 marzo – secondo il calendario della Terza Era, il 25 marzo 3019 – Sauron viene sconfitto. E Gollum ritorna a impossessarsi dell’anello. Gollum: la creatura accecata dal desiderio di possesso dell’anello, al punto da non riuscire a liberarsi dal suo pensiero. Come Sméagol divenne Gollum uccidendo il cugino Déagol, così questi odiatori uccidono l’umanità che è dentro di loro per lasciare spazio al loro lato oscuro: il divenire-Gollum.
Ed ecco quel che accadde a Gollum, in un altro 25 marzo:

Gollum, sul bordo dell’abisso, lottava come impazzito contro un invisibile avversario. Ondeggiava da una parte e dall’altra, a volte talmente vicino all’orlo che rischiava di precipitare, a volte indietreggiando, cadendo per terra, alzandosi e ricadendo. Continuava a sibilare ma non pronunciava parola.
I fuochi degli abissi si destarono furibondi, la luce rossa avvampò e tutta la caverna si empì di un grande bagliore infocato. Ad un tratto Sam vide Gollum che avvicinava le lunghe mani alla bocca: le bianche fauci scintillarono e si chiusero con un rumore secco. Frodo lanciò un urlo e apparve, inginocchiato sul bordo della fessura. Ma Gollum, danzando in maniera folle, teneva alto l’Anello, e il dito che vi era rimasto infilato. Sfavillava come se fosse stato davvero creato nel fuoco vivo.
«Tesoro, tesoro, tesoro!», gridò Gollum. «Mio Tesoro! O mio Tesoro!». E mentre pronunciava quelle parole, con gli occhi rivolti verso l’alto, gongolanti di gioia alla vista della sua conquista, mise un piede in fallo, inciampò, vacillò un istante sull’orlo, e poi precipitò con un urlo. Dagli abissi giunse il suo ultimo lamentevole Tesoro ed egli scomparve per sempre.

L’immagine in alto è un’opera di Bansky. Una vera opera, dipinta dal vero Bansky: non un fake, in una pseudo-mostra organizzata da uno pseudo-comunista e uno pseudo-qualcos’altro.

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