Lun 9 Mar 2020 - 4804 visite
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Coronavirus: c’è un tempo per resistere e uno per ripartire

Politica e mondo delle imprese devono fare i conti con la realtà: Ferrara non è pronta a ripartire. Ma in compenso ha una buona occasione per cambiare

Davvero geniale l’idea del sindaco Fabbri di lanciare un piano di incentivi ai musei per aiutare il settore turistico, proprio mentre l’Italia affronta la più grave emergenza sanitaria della sua storia e tutte le autorità mediche mondiali consigliano di evitare gli spostamenti tra i territori e la permanenza negli spazi chiusi. Il sindaco e i vertici delle categorie imprenditoriali ferraresi, del resto, in conferenza stampa sono stati netti e chiarissimi: se il decreto non lo vieta si può fare, il resto sono polemiche mediatiche e fake news. Ferrara è pronta a ripartire.

Tutto questo proprio nel giorno in cui anche nel ferrarese vengono confermati i primi casi di Coronavirus e nell’immediata vigilia delle nuove disposizioni del governo, che vista la gravità della situazione ha letteralmente chiuso l’intera Lombardia e 14 province vietando ogni tipo di ritrovo, aggregazione e spettacolo pubblico. Del resto erano provvedimenti già nell’aria da qualche giorno: bastava prestare un minimo di attenzione alla drammatica situazione nei reparti di terapia intensiva segnalata da tutti gli ospedali esposti all’emergenza. Ma anche alle chiare argomentazioni di rinomati virologi come Roberto Burioni, che da mesi – non settimane – spiega a cittadini, autorità sanitarie ed enti pubblici che in questa difficilissima ma soprattutto assolutamente inedita fase storica è meglio prendere una precauzione in più che una in meno, a prescindere da quanto è strettamente disposto nei provvedimenti delle autorità politiche e sanitarie.

Un consiglio che per essere recepito non necessita di un master in epidemiologia: quando affronti per la prima volta un problema, vacci con i piedi di piombo. Una norma di banale buon senso. È per questo che sono rimasto letteralmente basito dall’atteggiamento di assoluta noncuranza, e a mio giudizio di grande superficialità, con cui Fabbri e le categorie imprenditoriali ferrararesi hanno replicato alle perplessità di Burioni riguardo il piano di promozione turistica: “Può dire quello che vuole, noi rispettiamo quello che è previsto dal decreto del presidente del Consiglio”. Invitando addirittura i giornalisti a non soffermarsi su queste “inutili” polemiche e dopo qualche minuto buttandola quasi sul ridicolo: “Ma voi l’avete capito cosa voleva dire Burioni?”. E tutti a riderci sopra, tranne qualche giornalista che cercava inutilmente di spiegare la logica del discorso del virologo, senza essere preso troppo in considerazione. Avanti con la prossima domanda.

Il virologo Roberto Burioni

Sarebbe bastato così poco al sindaco per dimostrare più attenzione e comprensione per un problema che, con buona pace degli operatori turistici ferraresi, lascerà segni profondissimi nella vita di milioni di persone, oltre che nell’economia mondiale. Anche semplicemente una di quelle frasi diplomatiche e un po’ retoriche che ogni tanto si dicono in conferenza stampa, per uscire da una situazione scomoda senza offendere nessuno. Qualunque cosa che non fosse semplicemente un tirar dritto per la propria strada senza proporre alcun tipo di ragionamento, schermandosi dietro un diligente e pedissequo rispetto di una normativa chiaramente e necessariamente provvisoria e imperfetta. E trattando un virologo di fama nazionale alla stregua di un paranoico terrapiattista che confuta la curvatura terrestre con la foto di un righello sull’orizzonte. Questo è ciò che più mi ha deluso nell’approccio del sindaco.

Il discorso, va detto, non riguarda solo Fabbri. Un’idea analoga di promozioni museali era venuta fuori nei giorni scorsi anche da parte del Pd ferrarese, anch’esso preoccupato dal calo di visitatori. Le stesse perplessità che esprimo al sindaco valgono quindi anche sul fronte opposto e se mi concentro su Fabbri è semplicemente perchè è lui, oggi, ad avere le mani sul volante. Non vado matto per le critiche alle istituzioni sulla gestione del Coronavirus, ma non posso nemmeno far finta di nulla riguardo un modo di trattare il problema che ha messo a disagio non solo me ma credo anche parecchi altri ferraresi.

C’è un tempo per resistere e uno per ripartire: oggi è il momento di resistere, e credo che tutti i nostri operatori politici ed economici dovrebbero abituarsi a questa idea piuttosto che parlare di strategie di ripartenza che fanno a pugni con la realtà. Anche se ho come l’impressione che già oggi o nei prossimi giorni sindaco e imprenditori troveranno il modo per tornare sui propri passi con un’agile piroetta, facendo finta di non aver mai davvero lanciato un piano di promozione turistica il giorno precedente alla messa in quarantena di mezzo nord Italia. La comunicazione a volte fa miracoli.

Ma polemiche a parte e per discutere di cosa fare ora, la nuda e cruda realtà dei fatti è che molti tipi di prodotti e servizi andranno incontro a un lungo calo della domanda e che potrebbe volerci una buona parte del 2020 – non solo questi primi mesi dell’anno – perché la loro richiesta torni a crescere. In questo scenario, ciò che devono fare le istituzioni politiche non è cercare di stimolare artificialmente prodotti e servizi (come quelli turistici e museali) temporaneamente fuori mercato, ma semmai aiutare le aziende a rimodulare la loro offerta, per aiutarle ad adattarsi a questa complicatissima fase.

È qualcosa che scrivevo anche la settimana scorsa, e che provo a ribadire: mai come oggi sono necessari investimenti e aiuti nell’innovazione digitale, che aiutino chi non dispone di canali di vendita telematica a colmare il gap. Ma non solo: con una grande distribuzione messa in ginocchio dai problemi nelle reti di fornitura, i prodotti tipici locali, agricoli e non solo, possono avere l’occasione di riaffacciarsi sul mercato e riconquistare segmenti di clientela. Piccoli punti vendita e commercio porta a porta possono tornare ad avere un peso rilevante, ma perché gli investimenti si mettano in moto bisogna iniziare a prendere atto che l’emergenza Coronavirus non sarà breve e transitoria, ma molto lunga. E richiede con ogni probabilità nuovi modelli commeciali.

Nei giorni scorsi ho visto un esempio di resistenza e spirito imprenditoriale che mi ha quasi commosso. Ho un amico, Alessandro, titolare di un bar a Trezzano, un paesino tra Monza e Bergamo che da settimane vive nel cuore dell’emergenza. Di fronte all’inevitabile calo dei clienti, invece di pensare a come farli tornare nel locale ha ribaltato la prospettiva: state tutti in casa e rispettate le ordinanze, le birre ve le portiamo noi da asporto. E ha lanciato la sua ‘campagna’ con un messaggio ironico ma che lascia ben intendere la gravità del momento che sta vivendo:

Operazione rimandare il fallimento
Cercando di essere utili a chi sceglie
Responsabilmente di stare a casa
Godendosi una serata da quarantenne
In quarantena.

E sotto il listino prezzi, con sconti progressivi se si acquista un buon numero di birre: da 23 in su si paga il 30% in meno. Ci avrei fatto un pensierino, ma mi ha detto che non arriva con le consegne fin qua.

È solo una piccola idea di una piccola attività, è vero, ma allo stesso tempo è tutto ciò che in due settimane nessun imprenditore o istituzione politica ferrarese ha nemmeno provato o fatto finta di immaginare: un tentativo di adattare la propria attività e la propria offerta commerciale a questa drammatica fase. Ed è quello che la società civile – che siamo noi – deve offrire in questo momento alle istituzioni in cambio di alcuni provvedimenti politici che non possono mancare, e mi riferisco ovviamente al rinvio delle scadenze fiscali, allo stop alle rate dei mutui bancari o alla mediazione con le associazioni dei proprietari immobiliari per calmierare gli affitti alle attività.
Oggi si resiste, domani si ripartirà. Nel frattempo non raccontiamoci favole: siamo in piena emergenza e non è vero che Ferrara è pronta a ripartire. Ma in compenso ha una buona occasione, oltre che valide ragioni, per cambiare.

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