Lun 2 Mar 2020 - 22146 visite
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Il Coronavirus e il buon senso che non si trova

Se c’è una cosa che mi è chiara da questa faccenda del Coronavirus è che siamo un popolo di bipolari schizofrenici

È la nuova peste nera e ci sterminerà tutti.
Anzi no, è poco più di un’influenza stagionale.
Il governo è irresponsabile perchè doveva quarantenare tutti quelli che tornavano in Italia.
Il governo è irresponsabile perchè sta creando terrorismo.
Andiamo a svaligiare i supermercati e isoliamoci dal mondo per i prossimi mesi.
Siamo stanchi di restare chiusi, fateci andare al ristorante e a vedere la Spal.
La salute viene prima di tutto, non scherziamo.
Non si può bloccare un intero sistema, torniamo subito alla normalità.

Se c’è una cosa che mi è già chiara da tutta questa faccenda del Coronavirus è che siamo un popolo di bipolari schizofrenici. Nel giro di una settimana Ferrara è passata da un panico che credevo precedere solo le apocalissi zombie a una sorta di impaziente indifferenza, come quella che si prova ai passaggi a livello che ci mettono troppo ad alzarsi. Dai che qua bisogna andare, diamoci una mossa.

Personalmente credo sia l’ennesima dimostrazione di quanto la nostra capacità di ragionare e discutere dei fatti pubblici stia andando progressivamente a ramengo. Ogni argomento o dibattito si trasforma nel giro di un paio di giorni in uno scontro partigiano tra fazioni opposte e dalle idee inconciliabili, sempre più lontane e sempre più inavvicinabili. Di conseguenza, sempre meno verosimili.

Sarà per questo che ormai ogni volta che discuto o sento parlare di Coronavirus mi sembra di vedere o troppa preoccupazione o troppa indifferenza, con pochissimo buon senso in mezzo. All’allarmismo eccessivo dei primi giorni, con centinaia di migliaia di persone chiuse in casa o impegnate nella caccia all’untore, ha fatto seguito una massiccia operazione di tranquillizzazione generale, che oggi descrive il Covid-19 come un piccolo malanno in grado di mettere a rischio solo qualche paziente oncologico o anziano in pessime condizioni di salute, inseriti loro malgrado nella lista delle perdite accettabili. Un guaio per l’economia, non per la salute. Piromani contro pompieri.

Probabilmente dovremmo affrontare la questione con un po’ più di buon senso e senza farci trascinare nel solito stupido gioco delle parti, che ricordo a tutti essere fortemente condizionato dall’obiettivo di alcuni di difendere e di altri di attaccare il governo.
Cerchiamo allora di guardare le cose come stanno: il fatto che il Covid-19 non sia un banale raffreddore ma un patogeno pericoloso e a volte potenzialmente letale è dimostrato non solo dalle molteplici allerte dell’Oms, ma anche dal numero di persone in buone condizioni di salute morte soprattutto tra dicembre e gennaio in Cina. Molti di noi hanno letto la storia di Li Weng Liang, il medico cinese che per primo ha lanciato l’allarme sul virus, morto ad appena 34 anni. E un altro suo giovane collega è morto pochi giorni fa a Wuhan: aveva 29 anni.

Quindi di Coronavirus si può morire e trovo davvero sbagliata e in malafede la lettura eccessivamente rasserenante che in questi giorni si sta provando a far passare su diverse trasmissioni televisive e testate giornalistiche, quella cioè secondo cui “non ci sono morti di Coronavirus ma morti col Coronavirus”. Per due ragioni: la prima è che non lo potremmo comunque dire con certezza, visto che ad accertare le cause di un decesso sono i medici legali, e non i politici o gli opinionisti.
La seconda è che un’interpretazione del genere non si è applica e non si è mai applicata ad altre patologie che, anche in misura meno drastica del Coronavirus, possono aggravare definitivamente condizioni già critiche. Personalmente ho seguito diversi processi per morti di legionella, con strutture sanitarie pubbliche coinvolte, e non si è mai calcata così tanto l’attenzione sull’eventualità che la vittima fosse già anziana o malata al momento del contagio, come se questo potesse in qualche modo assolvere non solo gli imputati, ma anche virus e batteri. Parlare di ‘morti col Coronavirus’ significa cadere nel tranello di qualche efficiente professionista della comunicazione, ma non rende onore alla realtà dei fatti.

Insomma, credo che il Coronavirus non vada sottovalutato e le misure di contenimento per evitare la sua diffusione siano più che giustificate. Potevano essere decise meglio? Comunicate prima? Spiegate in modo più chiaro? Può darsi, ma concentrarsi eccessivamente su queste domande come se fossero l’unica variabile in ballo è solo un modo molto pigro di fare polemica. Siamo realisti: è chiaro che tutto il mondo sta affrontando una crisi molto grave e pretendere la perfezione da un qualunque governo di una qualunque nazione sarebbe utopistico, a prescindere dalle preferenze politiche di ognuno di noi.

Più delle critiche alle istituzioni da parte di gente arrabbiata perchè gli è saltata la cena o il weekend, credo che in questo momento sarebbe utile vedere un po’ di proposte e idee dal mondo imprenditoriale e società civile, che oggi mancano. Capisco bene le ragioni economiche, ma sono francamente infastidito nel leggere così tanti rappresentanti di associazioni imprenditoriali e commerciali che fanno pressing sul governo per allentare le misure di contenimento. È un comportamento molto irresponsabile oltre che economicamente miope, perchè i danni che subiamo oggi non sono davvero nulla rispetto allo scenario che si prospetta se avvenisse un vero contagio di massa.

Invece di pretendere la pappa pronta dalla politica, come è purtroppo abitudine del nostro popolo, mi piacerebbe vedere un po’ più di spirito di iniziativa da parte di associazioni, imprese e operatori culturali. Se la direttiva principale è evitare gli assembramenti nei luoghi affollati, pensiamo a come rendere fruibili i luoghi e i prodotti senza imbatterci nel problema. Streaming di mostre ed eventi e consegne a domicilio attraverso l’e-commerce sono già una realtà per alcuni, ma ora è il momento di un’implementazione su larga scala.
Ma il discorso non deve essere limitato solo ad efficaci ma un po’ alienanti servizi digitali: per l’artigianato, l’agricoltura e il commercio locale italiano questo può essere il momento della riscossa rispetto a una grande distribuzione che negli ultimi 20 anni ha conquistato enormi quote di mercato. Il momento migliore per promuovere i propri prodotti o per creare nuove forme di punti vendita sicuri – anche mobili, temporanei o decentrati rispetto ai capoluoghi – è proprio questo, ma non potrà certo essere un decreto ministeriale a dare il la alle iniziative dei privati.
Questo vale anche per lo sport: qualche società sportiva o curva calcistica ha già avanzato qualche idea su come dar supporto alle squadre durante i match a porte chiuse che – con ogni probabilità – accompagneranno parte di questo finale di campionato? Penso ad esempio all’utilizzo agli altoparlanti e maxischermi degli stadi per collegamenti con singoli tifosi o in piccoli gruppi, o ad altre forme di supporto a distanza che potrebbero in qualche modo anche far scuola. Non mi pare che siano emerse proposte del genere, ma sarebbe opportuno pensarci invece che premere per un poco lungimirante ritorno alla normalità proprio nel momento di massimo rischio di contagio.

Quando l’emergenza sarà passata – e questa fase potrebbe durare anche diversi mesi – si potrà tornare alla vita di tutti i giorni godendo anche delle innovazioni avvenute nel frattempo. Altrimenti l’unica cosa certa è che il Coronavirus consegnerà il mondo nelle mani di Amazon, ma più per demerito dei nostri operatori economici e culturali che grazie agli spremutissimi fattorini di Jeff Bezos. È per questo che Ferrara e l’Italia sono di fronte a una delle sfide più difficili degli ultimi decenni, perchè le virtù che questo momento richiede sono proprio quelle di cui storicamente facciamo difetto: pazienza, senso civico e la consapevolezza che la politica non sarà sempre il capro espiatorio di ogni nostro problema.

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