Mar 10 Dic 2019 - 6114 visite
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Plastic Tax: se Ferrara si schiera dalla parte sbagliata della storia

Le richieste di politici, sindacati e associazioni non puntano a introdurre incentivi alla sostenibilità, ma semplicemente ad abolire l'imposta: una battaglia ipocrita e molto poco lungimirante

Mentre perdono e fanno perdere tempo litigando su Facebook, c’è una battaglia in cui destra e sinistra sono sempre pronte a far fronte comune: è la difesa degli interessi clientelari, ovvero il bisogno insito in più o meno tutti i politici di dare sempre ragione (o di non schierarsi contro) a chi ti dovrà votare. Anche quando quel qualcuno ha torto marcio.

Non stupisce quindi che da Emilia-Romagna e Veneto in queste settimane si stiano alzando sempre più voci che chiedono una riduzione o addirittura la totale cancellazione della Plastic Tax, la tassa che il governo ha in programma di inserire nella prossima Legge di Bilancio, che costerà o doveva costare alle aziende petrolchimiche un euro per ogni chilo di plastica monouso messo in commercio. Non stupisce perché come noto Emilia-Romagna e Veneto sono insieme alla Lombardia tra le zone in Italia e nel mondo dove si produce più plastica, basti pensare al famoso ‘quadrilatero della chimica’ Ferrara-Mantova-Ravenna-Marghera.

Secondo il deputato leghista Luca Cestari, solo nella nostra regione il comparto della plastica dà lavoro a circa 17mila dipendenti in 228 diverse aziende, tra cui alcune delle principali imprese italiane ed estere dedicate al packaging monouso dei prodotti industriali, come la Tetra Pak che ha la sua sede italiana nel modenese. Volete un dato che fa impressione? Non molti lo sanno, ma nel 2013 dallo stabilimento Basell di Ferrara uscivano i catalizzatori necessari a sintetizzare il 40% del polipropilene a livello mondiale (non ho i dati degli ultimi anni, ma è per darvi un’idea dei numeri in ballo). Questo significa più o meno il 40% dei cruscotti delle auto, dei bicchierini monouso da caffè o dei tappi per le bottigliette di plastica distribuiti nel mondo in questi anni hanno iniziato il proprio ‘concepimento’ a un km e mezzo da dove ora sto scrivendo.

Ora, chi segue le vicende del petrolchimico ferrarese sa bene che da anni un po’ tutte le istituzioni coinvolte nel tema – imprese, sindacati e partiti politici – spendono lungimiranti e condivisibili parole sulla necessità di riconvertire il comparto petrolchimico all’insegna del riciclo e della sostenibilità, dismettendo e riconvertendo gradualmente parte degli impianti tradizionali. La famosa ‘chimica green’, insomma. Le motivazioni che vengono addotte sono sia ambientali che economiche: da un lato è evidente che la plastica sta distruggendo il mondo, forse anche più dei social network, quindi la sua produzione va in qualche modo limitata. Dall’altro lato è comprensibile che i primi a implementare su larga scala le innovazioni nella petrolchimica ne avranno enormi vantaggi economici, quindi meglio non starsene con le mani in mano.

Ma rinnovarsi costa molto tempo, molti soldi e molto impegno, così nel frattempo passano le stagioni e quei splendidi e condivisibili discorsi rimangono soltanto discorsi. Vaghe e utopistiche dichiarazioni d’intenti all’interno di equilibri economici delicatissimi che nessuno si azzarda a toccare, lasciando la patata bollente dei costi della sostenibilità perennemente in mano alle aziende. L’ultima volta che se ne è parlato a Ferrara è stato durante la campagna elettorale delle amministrative: per una volta tutti i candidati sindaci sono andati al petrolchimico non per parlare, ma per ascoltare le preoccupazioni di lavoratori e sindacalisti in una fase storica in cui il comparto ha urgente bisogno di reinventarsi. E alla fine tutti i candidati sindaci espressero la propria vicinanza e presero il solenne impegno di aiutare il petrolchimico a transitare verso un modello più innovativo e sostenibile, una volta eletti, se eletti. Fu a mio avviso l’incontro più stimolante e interessante e concreto di tutta la campagna elettorale. Oggi mi dispiace dire che fu anche il più inutile.

Perché quando poi ci si ritrova a fare i conti con la realtà, gli ideali e i piani di innovazione ne escono con le ossa rotte. Anche (cosa che dispiace ma non meraviglia) quelli rappresentati da sindacati e associazioni di consumatori, che contro la Plastic Tax hanno iniziato una strenua battaglia in difesa dello status quo, raccogliendo in un attimo il supporto dei partiti. La loro motivazione è evidente: una volta penalizzati economicamente, i produttori di plastica potrebbero tagliare posti di lavoro o alzare i prezzi dei loro articoli, a danno dei consumatori.

Inizia così la lapidazione collettiva della Plastic Tax: per il segretario nazionale della Filctem Cgil, Marco Falcinelli, tassare la produzione di plastica metterebbe a rischio 50mila posti di lavoro. Per Federconsumatori la Plastic Tax peserà di 138 euro all’anno sul portafoglio delle famiglie. Per Confindustria si tratta di una tassa che “penalizza i prodotti e non i comportamenti”. Per Unionplast “si affossa un’eccellenza italiana”.

Anche i partiti politici fanno fronte comune nella lotta alla Plastic Tax: per il presidente della Regione Stefano Bonaccini “la priorità del governo dev’essere cambiare la Plastic Tax”, mentre il sindaco di Ferrara Alan Fabbri come al solito si accoda alle crociate di Salvini e già da inizio novembre inizia a scrivere: “Capisco che la plastica sia considerata un problema per il nostro paese, ma la questione va affrontata in modo che non siano i lavoratori e i cittadini a scontarne gli effetti”. Che è, in sintesi, quello che dicono e scrivono un po’ tutti per dribblare la questione: siamo a favore della lotta alla plastica, ma non deve avere alcuna ripercussione economica su chi produce plastica. Che è un po’ come volere la pace nel mondo senza causare alcuna ripercussione economica sui produttori di armi, di cui non a caso l’Italia è da sempre tra i primi esportatori al mondo. Con questa mentalità è facile trovare un alibi o una deroga anche per vendere mine antiuomo, figuriamoci se ci facciamo venire i sensi di colpa per le bottigliette in mare. La comunicazione politica in questa epoca serve prima di tutto a lavarsi la coscienza.

Intendiamoci: non voglio sottovalutare l’impatto economico e occupazionale che l’introduzione della Plastic Tax potrebbe avere sull’economia emiliana, e in particolare ferrarese: ne sono preoccupato quanto i sindacati e i partiti. Ma sono ancor più preoccupato dalla loro reazione, perchè invece di presentare delle reali controproposte al governo stanno semplicemente premendo il piede sul freno, per continuare a rimandare un cambiamento sempre più necessario ma che continua a far paura a tutti.

C’è infatti un aspetto su cui i critici della Plastic Tax hanno ragione da vendere: è un’imposta che vuole in qualche modo ‘forzare’ una transizione tecnologica, ma senza prevedere i necessari incentivi per arrivarci. Per l’anno prossimo si parla infatti di 30 milioni di euro di aiuti all’innovazione per le aziende petrolchimiche: un’inezia in rapporto agli 1,7 miliardi che lo Stato nel frattempo prevede di incassare dalla Plastic Tax nelle ipotesi iniziali. Una sproporzione evidente e da sanare aumentando esponenzialmente la quota di incentivi, per consentire una transizione più gestibile ai produttori di imballaggi e di altri articoli monouso.

Lo affermava anche pochi giorni fa il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri in vista a Ferrara, chiedendo la completa abolizione della Plastic Tax e confidando nell’introduzione di incentivi per gli investimenti nell’innovazione sostenibile. Qualcuno però dovrebbe spiegargli che tra le sue funzioni di parlamentare c’è anche quella di proporre emendamenti alle leggi, cosa che né Gasparri né altri suoi compagni di partito hanno ancora fatto per cercare di introdurre incentivi per bilanciare la Plastic Tax.

Ovviamente sono tutti in buona compagnia, visto che in queste settimane tutto il pressing sul governo (salvo qualche timido emendamento del M5S) non punta ad aumentare gli incentivi per la transizione a una plastica più ecosostenibile, ma semplicemente a ridurre o eliminare la tassa per quella monouso. Che secondo le ultime novità da Roma potrebbe finire più che dimezzata, passando da un euro al chilo a circa 40 centesimi. Un costo che diventerà tutto sommato sostenibile per i produttori di plastica, che potranno così continuare a rimandare all’infinito le costosissime riconversioni degli stabilimenti tradizionali, come quello ferrarese, mentre in realtà investono nella chimica green altrove, salvo qualche lodevole ma isolato progetto privato come l’impianto per la ‘pirolisi inversa’ annunciato da Basell.

La stessa Basell che però per i propri investimenti ‘green’ sembra puntare soprattutto sul nord Europa, come dimostra lo sviluppo di nuovi catalizzatori in Germania per la plastica di riciclo iniziato l’estate scorsa con il Karlsruhe Institute of Technology o l’acquisizione nel 2018 della società olandese Quality Circular Polymers, specializzata in riciclo. Anche se oggi i nostri politici si guardano bene dal toccare l’argomento, è ovvio che se gli investimenti di Basell centreranno il proprio obiettivo non potranno che impattare in negativo sui volumi di mercato e di produzione dei vecchi ‘Ziegler-Natta’, di cui Ferrara è culla e capitale incontrastata dagli anni ’60. Sono questi investimenti perennemente fuori dall’Italia, semmai, a minacciare i posti di lavoro al petrolchimico ferrarese, che rischia di non restare al passo col resto del settore e di ritrovarsi improvvisamente fuori mercato il bel giorno in cui il modello industriale sarà finalmente cambiato. E allora sì che saranno cavoli amari per l’economia ferrarese. Ma questa è l’ultima preoccupazione di chi oggi punta solo a fare il pieno di voti a gennaio, magari col pensiero di salvare o far cadere il governo a Roma.

Se politici come Bonaccini o Borgonzoni (ma anche Fabbri, Modonesi & co) vogliono fare qualcosa per evitare questo epilogo già scritto, credo che dovrebbero finalmente avere il coraggio di affrontare la questione con schiettezza e senza retorica, chiedendo al governo i tanto attesi incentivi per le riconversioni invece del solito scudo dalle tasse che lascia tutto come prima. È logico e ovvio che, se al petrolchimico non si investe nell’innovazione, la Plastic Tax avrà ripercussioni per il nostro territorio: dobbiamo essere sinceri con noi stessi perché non serve né negarlo, né schierare Ferrara dalla parte più ipocrita e sbagliata della storia. Le aziende non vanno sottratte alle loro responsabilità sociali e ambientali, ma aiutate e messe nelle condizioni di adempierle. Ma purtroppo in questi mesi osserviamo Pd e Lega litigare e contrapporsi su tutto, tranne che su questo. E non è un buon segno.

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