Mar 15 Ott 2019 - 1434 visite
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Processo Carife, la procura deposita l’appello contro le assoluzioni

Impugnata la sentenza di primo grado, i pm insistono sul riconoscimento della bancarotta derivante delle operazioni per l'aumento di capitale del 2011

I sostituti procuratori Barbara Cavallo e Stefano Longhi

Ottantotto pagine per chiedere la revisione quasi totale della decisione di primo grado: tanto è lungo l’atto di appello presentato a poche ore dalla scadenza dei termini dai sostituti procuratori Barbara Cavallo e Stefano Longhi contro la sentenza sulla bancarotta derivante dalle operazioni per l’aumento di capitale di Carife del 2011.

Dei dodici imputati iniziali rimangono fuori da richieste di revisione solo in tre: Paolo Govoni e Teodorico Nanni – per i quali già davanti al tribunale di Ferrara era stata chiesta l’assoluzione – e Ezio Soardi di Banca Valsabbina, la cui posizione era stata stralciata.

La revisione è chiesta dunque per Sergio Lenzi (ex presidente), Daniele Forin (ex dg) – gli unici ad esser condannati rispettivamente a 2 anni e 6 mesi e 2 anni e 3 mesi ma ‘solo’ per i reati di falso in prospetto, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza di Consob -; Davide Filippini (ex direzione Bilancio, considerato dalla procura il deus ex machina di tutta l’operazione), Michele Sette (direzione Finanza); Germano Lucchi, Adriano Gentili e Maurizio Teodorani (vertici di CariCesena), Spartaco Gafforini (ex dg di Valsabbina) e Michele Masini, revisore della Deloitte & Touche.

Per loro i pm ferraresi chiedono ai giudici d’appello di condannare laddove in primo grado sono arrivate assoluzioni, in particolare nel riconoscimento del concorso nella bancarotta della banca cittadina.

A tal proposito, sull’ipotesi di bancarotta fraudolenta generata dalla fittizia formazione di capitale tramite sottoscrizioni reciproche tra Carife, le due controllate Carife Sei e Banca di Credito di Romagna, CariCesena e Banca Valsabbina, la procura chiede di riconoscerla solo per poco più di 1 milione di euro di sottoscrizione con quest’ultima: l’unica quota contestata che anche nel processo di primo grado ha superato il vaglio ‘distruttivo’ dell’istruttoria, ma che non è stata considerata rilevante per l’esiguità della somma rispetto ai 150 milioni totali dell’operazione.

Per il resto delle sottoscrizioni reciproche di fatto i pm chiedono ai giudici dell’appello di fare ciò che quelli ferraresi hanno negato: riqualificare il fatto, ovvero ricondurlo sotto un diverso ombrello normativo, quello della bancarotta impropria. Già le motivazioni della sentenza di primo grado avevano aperto tale possibilità, sostenendo che la procura avrebbe dovuto rifare tutto da capo, senza però restituirle gli atti.

Per alcuni reati, come il falso in prospetto e l’aggiotaggio, è scattata la prescrizione dopo la sentenza, e in questo caso la Procura ha chiesto che venga riconosciuta comunque la responsabilità penale dei relativi imputati nell’interesse delle parti civili.

Nel frattempo, lo ricordiamo, rimane ancora aperta la partita del Carife bis, ovvero l’inchiesta sulle condotte che, tra  2007 e 2015, hanno portato al crac definitivo.

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