Sab 4 Mag 2019 - 905 visite
Stampa

Che cos’è il razzismo. Una lezione per tutti e per nessuno

Pubblico il testo della lezione aperta prevista durante il presidio antifascista e solidale del 3 maggio

Cercherò di dirvi poche cose. Poche, ma essenziali: in primo luogo, che il razzismo come lo intendiamo oggi è un fenomeno moderno; in secondo luogo, che è qualcosa che dimora all’interno dello Stato moderno, e che in quanto tale è sempre suscettibile di essere attivato; in terzo luogo, che il razzismo non ha a che fare con un oggetto naturale, ma implica la costruzione del suo oggetto. Infine, che l’oggetto del razzismo attuale, e cioè il migrante, chiama in causa noi stessi, come fosse uno specchio nel quale si riflette quella che crediamo essere la faccia della nostra identità.
Razzismo come fenomeno connaturato alla modernità, dunque. Come siamo soliti dirci, la modernità si caratterizza per il suo alto livello di razionalizzazione e di civilizzazione: il che ci porta spesso a usare termini come oscurantismo, barbarie, medioevo per definire fenomeni che ci appaiono incompatibili con questa buona civilizzazione, che sarebbe il fine della storia, o quantomeno dei suoi processi politici. Intendiamoci: il medioevo è senz’altro un’epoca nella quale non ci piacerebbe vivere. Quando ammiriamo le splendide architetture che ha realizzato, non ci chiediamo mai quali erano le condizioni lavorative, sociali, familiari dei manovali che le costruirono, delle loro donne e figlie che erano relegate in condizioni prossime alla servitù, dei loro familiari che morivano di carestia. Ancora nella Ferrara estense lo splendore dei palazzi e del Duomo coincideva con i cadaveri dei morti di fame e freddo che venivano portati via dalle strade al mattino: era questo il mondo nel quale non vorremmo tornare a vivere. E questo desiderio di non tornarci è così forte, da non farci vedere che ancora oggi c’è chi muore di freddo in case abbandonate: non a caso li chiamiamo migranti, e non poveri o mendicanti.

Ma se il medioevo è una buona metafora per alcuni aspetti – penso alle parole d’ordine dei nuovi movimenti femministi, di Non Una Di Meno –, lo è meno sul tema del razzismo. Il razzismo ha a che fare con un potere moderno, che non si limita a regolare la società come un sistema omeostatico nel quale si tratta di bilanciare l’equilibrio fra diverse istanze: in questi termini, l’esistenza dell’ebreo nel ghetto può essere compatibile con la città. Il razzismo moderno nasce – per spostamento e trasformazione di pratiche preesistenti, nonché per creazione di nuove pratiche – con un potere di tipo nuovo, che ha per oggetto la popolazione come entità biologica. Un potere che prende come proprio oggetto non la morte (esercitando il diritto di vita e di morte), ma la vita, il bios: il bio-potere. Una vita che viene sia disciplinata che controllata: la molteplicità degli uomini dev’essere sorvegliata, addestrata, utilizzata, e anche punita, installando meccanismi di sicurezza attorno a quanto di aleatorio vi è in ogni popolazione di esseri viventi, ci dice Foucault nel suo corso “Bisogna difendere la società”. E dunque nascita di demografia, misurazioni statistiche, assicurazioni, risparmio individuale e collettivo, scienze sociali accompagnano e innervano l’esercizio del potere sulla vita. È un potere che insiste in una società normalizzata, cioè in una società fondata sulla pervasività delle norme, nella quale si articolano le norme della disciplina e le norme della regolazione. La norma non coincide con la legge: è un di più. Perché la legge ha per oggetto un fatto, la norma può anche riguardare una possibilità, una virtualità: qualcosa che potrebbe essere compiuto, ma che ancora non lo è. Pensate al divieto, istituito dal Comune di Roma, di sostare nei pressi di un cassonetto se non si ha in mano un sacchetto dei rifiuti. O al Daspo, che Minniti prima, e il decreto-sicurezza di Salvini poi, estendono dall’ambito sportivo a quello urbano. O al divieto di accesso ai porti per i migranti in mare, in quanto costituenti una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale.

In questo contesto, per uno Stato che prende in carico la vita ed esercita un bio-potere sorge un problema: in che modo questa società può esercitare, cioè mantenere, il potere e la funzione della morte? Il razzismo è stata la risposta a questo problema: non è un caso che nel Novecento, contemporaneamente alla costituzione di una società universalmente regolatrice e disciplinare, si è assistito allo scatenamento del più completo potere omicida da parte dello Stato. Col genocidio degli ebrei europei, e accanto a loro di tutte le possibili aleatorietà e anomalie – zingari, comunisti, omosessuali, disabili fisici e mentali, pacifisti, dissidenti religiosi di varie fedi (ma in particolare dei Testimoni di Geova in quanto tali); ma anche, col genocidio degli Armeni da parte del nascente Stato moderno turco. Per concludere con una citazione di Foucault:

«Il razzismo assicura la funzione della morte nell’economia del bio-potere, sulla base del principio che la morte degli altri equivale al rafforzamento biologico di sé stessi in quanto membri di una razza o di una popolazione, in quanto elementi all’interno di una pluralità unitaria e vivente» [p. 273].

Qui vediamo all’opera un paradigma medico moderno: non l’equilibrio fra funzioni favorevoli alla vita e funzioni contrarie, ma il paradigma immunitario che concepisce l’esistenza di un elemento estraneo che dev’essere cancellato in quanto essere vivente. Nel mondo moderno c’è un nuovo sapere scientifico, che detta potenti analogie che risultano convincenti, persuasive, e performative: che inducono comportamenti conseguenti. Attenzione, però: l’analogia è una macchina potente, ma non per questo sempre vera. Che la società possa essere narrata nello stesso modo in cui si narra il corpo umano non è di per sé una giustificazione del presupposto che la società funzioni come un corpo sano o malato, che siano analoghi i loro processi solo perché il linguaggio istituisce un’analogia. Il linguaggio, ci ricorda Amelie Nothomb, è nitroglicerina: è per questo che bisogna fare molta attenzione al suo uso.

Accanto alla medicina, nota Zygmunt Bauman nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, altre discipline concorrono alla forma mentale della modernità: il giardinaggio e l’architettura, le cui strategie concorrono «nella costruzione di un ordine sociale artificiale attraverso l’eliminazione di quegli elementi della realtà data che non rientrano nella realtà perfetta immaginata, né possono essere modificati in modo da rientrarvi» [p. 100]. Quello che Bauman dimostra è che il semplice concetto di avversione o inimicizia ostile non basta a spiegare il più radicale fenomeno di razzismo novecentesco, e cioè l’antisemitismo genocida. L’eterofobia, la paura (emozionale, passionale, istintiva) dell’altro ha a che fare con un oggetto, l’estraneo, che

«minaccia l’unità e l’identità del gruppo indigeno non tanto intaccando il suo controllo su un dato territorio o la sua libertà di agire in modo familiare, ma piuttosto sfumando i confini del territorio stesso e cancellando la differenza tra il modo di vita familiare (giusto) e quello estraneo (sbagliato)» [pp. 99-100].

Al contrario, l’oggetto del razzismo è una costruzione. L’ebreo è stato costruito dalle pratiche medievali della Chiesa cristiana esaltando il tratto della sua inerente illogicità. Il concetto di ebreo recava un messaggio: l’alternativa all’ordine esistente qui e ora non è un altro ordine, ma il caos e la devastazione. Questo soggetto costruito è stato consegnato come tale alla modernità: un mondo costituito da nazioni e Stati nazionali aborriva il vuoto privo di caratteri nazionali – e gli ebrei non solo si collocavano in questo vuoto, ma erano questo vuoto. Come i nativi africani e asiatici investiti dall’espansione colonialista, come i nativi nord-americani alla metà dell’Ottocento: tutte le componenti aleatorie, difformi, aliene della società moderna dovevano essere predisposte, costruite, narrate e argomentate razionalmente, progettate tecnologicamente, amministrate, controllate e gestite. La rappresentazione della fanciulla abissina nella canzone fascista Faccetta nera non dice altro che questo: celando il lato oscuro costituito dal genocidio delle popolazioni africane che non volevano o potevano essere incluse nello Stato del duce e del re. «Come nel giardinaggio e nella medicina, si tratta di isolare gli elementi utili, destinati a vivere e prosperare, da quelli nocivi e patologici, che come erbe infestanti e tessiti cancerosi devono essere soppressi» [p. 107]. È costitutiva di questo processo la costruzione dell’ebreo come appartenente a un’élite sovrannazionale, parte di un potere nascosto e invisibile burattinaio, come potenziale nemico che scruta nell’ombra, che pratica l’usura: come recita quell’inno fascista che è Il domani appartiene a noi. Ed è grave che esponenti politici locali portino il titolo di questo inno fascista sui propri striscioni con impudenza: tanto quanto era grave e infame che si potesse sostenere, come è stato fatto da un futuro senatore della Repubblica, che le leggi razziali furono applicate all’italiana. Furono invece applicate proprio nel senso di predisporre tutto ciò che sarebbe servito al genocidio: e, bisogna ricordarlo, furono, queste leggi infami, sviluppate e implementate nella Repubblica di Salò. La Resistenza è stata, e resta, a giusta ragione divisiva: da un lato i combattenti per la libertà e la giustizia sociale, dall’altro chi difendeva un mondo nel quale c’erano essere umani indegni di vivere per il solo fatto di essere nati ed esistere.

Ma la prassi dell’Olocausto (e lo stesso vale per gli Armeni) non sarebbe stata possibile con la sola avversione verso l’estraneo: erano necessari strumenti e strutture peculiari della modernità. Il pensiero razionale che non ammette divergenze o difformità, o le relega nella sfera dell’irrazionale; la distribuzione razionale delle popolazioni in base a principi di utilità ed efficienza; la pianificazione razionale della burocrazia, che vede ogni questione problema che deve essere risolto nel modo più funzionale. Questo vuol dire che dobbiamo essere consapevoli del fatto di vivere in un mondo che conteneva in sé la possibilità dell’olocausto, e che tale possibilità, come esercizio del potere di morte su una larga scala di popolazioni, rimane sempre latente. E, suggerisce Foucault, è razzista anche chi non mette in discussione quei meccanismi di bio-potere che lo sviluppo della società e dello Stato moderni hanno instaurato. Perché il razzismo è sia una politica che ha bisogno di organizzazione, che una pratica che crea non solo il suo oggetto, ma al tempo stesso il soggetto che definisce l’altro come indegno di vivere, o comunque sacrificabile. Per questo è inaccettabile ogni minimizzazione del razzismo: sia di chi ci dice che sì, d’accordo, i porti chiusi, ma qui a Ferrara questo problema non ci tocca; sia di chi designa vite umane come sacrificabili in nome degli equilibri e dei compromessi politici, a partire dal Memorandum con la Libia firmato da Minniti e Gentiloni. Ma anche sostenere che non si può chiudere una fabbrica omicida come l’ILVA-Mittal, perché costerebbe troppo, di fatto designa delle vite come meritevoli di non vivere in base a un calcolo economico, stabilendo che alcune vite hanno un valore economico che va valutato in termini di utilità: non per caso, Di Maio è lo stesso leader politico per il quale le ONG erano, già nell’estate 2017, taxi del mare. Queste pratiche politiche implementano quei processi di formazione di una soggettività fondata sull’illusione che ci sia un’identità immutabile da difendere, fondata su una concezione proprietaria del luogo e dell’abitare – prima gli italiani, ognuno a casa propria:

«La xenofobia populista trova qui il suo punto di forza, il criptorazzismo il suo trampolino. Spesso si ignora, però, che questo è un lascito diretto dell’hitlerismo, primo progetto di rimodellamento biopolitico che si proponeva di stabilire i criteri della coabitazione» [Di Cesare, p. 13].

Diceva Sartre, nel sul pamphlet sull’antisemitismo, che l’ebreo è un essere umano che gli altri chiamano ebreo. Quel libello finì nelle mani di Franz Fanon, grazie a un suo insegnante che gli suggerì di sostituire la parola “ebreo” alla parola “negro”. Come l’ebreo, anche il negro, il colonizzato, il migrante è oggetto di una costruzione che al tempo stesso lo rifiuta in quanto anomalo, e lo costruisce come soggetto supposto portatore di caratteri che si pretende siano naturali. Il primo passo di questa costruzione è la negazione della sua storia: il migrante appare all’improvviso su una barca o un confine, senza una storia, una vita, una soggettività preesistente. Questo vuoto verrà colmato con narrazioni ad hoc, delle quali non importa il grado di inverosimiglianza. Ogni asserzione razzista è fondata su una o più fallacie logiche, su ragionamenti scorretti, informazioni false o deformate. Ma la logica può solo fungere da rilevatore: come quel macchinino che, in Delicatessen, si attivava ogni volta che veniva proferita una stronzata. Dietro ogni asserto razzista non c’è solo una mente incapace di consequenzialità, ma soprattutto un soggetto che ha bisogno di credere nella stronzata che proferisce: e questo bisogno, le passioni tristi che lo costituiscono e le pratiche sociali che lo generano, costituiscono il vero problema politico. Torniamo al nostro migrante: una volta giunto in terra, se pure vi giunge, diviene ipso facto “clandestino”, e da lì interno a una serie di definizioni giuridiche e retoriche che gli incollano addosso un’identità nella quale ogni differenza – di origine, etnia, religione, stato sociale, cultura, religione – sfuma in un grigio diffuso. Il termine “migrante” si costituisce come un dispositivo linguistico: come sentirsi sempre chiamare alle spalle da un “Ehi tu, laggiù!” e sentirsi in colpa non per aver fatto qualcosa, ma per il semplice fatto di sentire quella voce. Penso all’enfasi con la quale si pretende – a gradi crescenti, ovvero in modo da negarne la concreta attuazione – la cosiddetta “integrazione”.

«Questa enfasi si traduce in specifiche misure politiche (si pensi ad esempio all’introduzione dei test di lingua), e nutre quella che in termini althusseriani si può definire una continua interpellazione rivolta ai/alle migranti, costruiti come soggetti di un deficit, di una mancanza culturale, e dunque da tenere permanentemente sotto osservazione. L’enfasi sull’integrazione (condivisa acriticamente da una parte consistente della sinistra) diventa così elemento essenziale di un insieme di dispositivi materiali e ideologici che hanno aperto spazi per un nuovo aggressivo razzismo in tutta Europa, creando le condizioni per una violenta gestione (e al tempo stesso per la copertura) dei processi di integrazione differenziale che stanno contemporaneamente disarticolando la struttura della cittadinanza» [Sandro Mezzadra, Autonomia delle migrazioni].

Vado a concludere. Vi dicevo che Fanon sostituì mentalmente la parola “ebreo” con la parola “negro”. Ho fatto lo stesso esperimento – ma il suggerimento è di Sandro Metz, armatore sociale, uno di quelli che ha reso possibile l’esperienza della nave Mare Jonio e di Mediterranea: ho sostituito con la parola “migrante” la parola “malato mentale” in un testo di Franco Basaglia, che così come l’ho modificato – e vi assicuro che le parole che ho cambiato sono meno delle dita di una mano – diventa questo discorso che non ha bisogno di commenti:

«Ciò che si è evidenziato nella negazione della realtà migrante, nella quale siamo tuttora immersi, sono alcuni elementi che – per essere istituzionalizzati a tutti i livelli – ci appaiono abitualmente velati o schermati sotto forme diverse: la malattia, la razza, l’inferiorità, il colore della pelle il sesso. Tutto questo si rivela nel migrante, come il prodotto di una violenza perpetrata a tutti i livelli, perché è diventata norma e sanzione insieme, e della quale noi tutti siamo soggetti e oggetti. Di fronte a questa drammatica presa di coscienza, ogni discorso particolare specialistico scompare, per lasciar posto ad un’unica realtà che non può che essere politico-globale. Il migrante si è rivelato l’oggetto irriducibile dell’esclusione, della violenza, dell’aggressività di un’intera società che l’aveva eletto come uno dei capri espiatori necessari alla sua sopravvivenza» [Franco Basaglia, pp. 416-17].

Testi di riferimento

Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto (1989), il Mulino, Bologna 1992
Franco Basaglia, Dare un nome all’oppressione (1967), in Scritti 1953-1980, il Saggiatore, Milano 2017
Donatella Di Cesare, Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri, Torino 2017
Michel Foucault, “Bisogna difendere la società” (1997), Feltrinelli, Milano 2009
Sandro Mezzadra, Autonomia delle migrazioni. Lineamenti di un approccio teorico (2011), euronomade 2017: http://www.euronomade.info/?p=9803

Stampa

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Leggi qui la Cookie e la Privacy Policy.

Chiudi