Mar 26 Mar 2019 - 67 visite
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Ocd Love: danza dell’inquietudine

Il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara chiude la sua stagione coreutica con la pièce intima ed inquieta di Sharon Eyal

(foto di Marco Caselli Nirmal)

di Federica Pezzoli

Un finale davvero in grande stile quello della stagione di danza 2018-2019 del Teatro Comunale Claudio Abbado con “OCD Love” dell’israeliana Sharon Eyal, per la prima volta sul palco del teatro di tradizione cittadino, ma che speriamo di rivedere presto.

A Ferrara, insieme ai suoi compagni di viaggio Gai Behar e Ori Lichtik e ai fantastici cinque performers della sua L-E-V Dance Company, Eyal ha portato il primo capitolo del progetto Love Cycle: “OCD Love”, racconto dell’amore mancato, fuori sincrono, oscuro, disperato, l’amore come un pugno stretto attorno al cuore, ma anche poetica ed erotica visione di corpi (la seconda coreografia sarà in scena a Modena il 26 marzo).

“OCD Love” prende ispirazione dall’omonimo ‘slam poem’ di Neil Hilbron, ventisettenne texano a cui è stato diagnosticato in giovane età un grave bipolarismo, la cui performance è ormai virale su Youtube , con milioni di visualizzazioni. Hilborn in “OCD Love” racconta l’amore attraverso gli occhi di chi soffre del disordine ossessivo-compulsivo. “La prima volta che l’ho vista… tutto nella mia testa si è calmato… quando l’ho vista, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era la curva delle sue labbra”.

Nello spettacolo il movimento sostituisce la parola, è una danza che parla parole non intellegibili, un movimento denso, una danza che vibra, che non dà scampo agli occhi e al corpo, né degli interpreti e né degli spettatori, una reiterazione ipnotica, eppure misurata, che sfiora l’esasperazione per poi negarsi nell’implosione del movimento e dell’energia. “Come la fine del mondo, senza pietà. Un profumo di fiori, ma nell’oscurità. Come cadere in un buco e non poterne uscire. Molto rumore, ma un desiderio irrefrenabile di silenzio”, così Sharon Eyal racconta la coreografia: “come una pietra scura che opprime il cuore”.

Il ticchettio inesorabile di un metronomo impazzito avvia il sottofondo ritmico di una danzatrice solitaria che si muove guardinga sul palcoscenico scuro, movimenti ampi, ma sempre in tensione, sotto un cono di luce algida; appare un compagno: cammini indipendenti che infine entrano in una misteriosa relazione. Via via si aggiungono gli altri interpreti, si alternano duetti e parti d’insieme all’unisono o a più voci. Gon Biran, Rebecca Hytting, Mariko Kakizaki, Darren Devaney, Keren Lurie Perdes sono automi di un movimento interrotto e robotico e, immediatamente dopo, corpi urlanti umana disperazione. “Più estremo è il corpo, più le emozioni si rivelano”. La loro danza è espressionista, non hanno genere, sono fasci di muscoli e nervi in movimento, nuclei di energia aggrovigliata, ombre nere danzanti. Bellissimo e disorientante il finale: due danzatrici si rivolgono verso il pubblico in un silenzioso grido di aiuto, ma sono presto riallineate al gruppo; rimangono solo silhouettes illuminate da un taglio di luce incandescente, mentre il sipario si chiude.

Nella mente balenano suggestioni dei quadri di Schiele, di “Eyes wide shut” di Kubrik, de “Le sacre du printemps” di Stravinskij.

OCD Love” travolge lo spettatore grazie ad un magnetismo sottile, denso, ambiguo: rapisce, soggioga, acquieta per un breve momento e poi di nuovo sconvolge. Merito della danza di Eyal e che trasforma e si trasforma con la musica creata dal vivo da Ori Lichtik. Un mix di seduzione e trance che smuove qualcosa dentro e anche una volta fuori da teatro si pensa e si ripensa a ciò che si è visto e provato e al perché ha colpito così nel profondo.

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