Lun 11 Mar 2019 - 5037 visite
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La peste del linguaggio e le 11 domande senza risposta

Per 50 giorni ho condotto un esperimento sociale: ho chiesto, ogni giorno, che i dirigenti del PD rispondessero a 11 domande sulle politiche migratorie messe in atto dal loro partito. Era mio diritto chiederlo, non solo come cittadino elettore (non loro, ma questo non fa testo), ma soprattutto perché essere liberi significa esercitare il diritto dei governati di libera critica nei confronti dei governanti.

La politica non è un circolo, ma un’ellisse a due fuochi: a quello del potere corrisponde quello di chi al potere non si sottomette. Chi lo dimentica o lo ignora riconduce l’ellisse a un cerchio: si crede, cioè, il Re Sole.

Alle tante e tanti che mi hanno chiesto in questi 50 giorni (spoiler: esiste un mondo reale che non è quello virtuale, nel quale ci si parla di persona): ma secondo te risponderanno?, ho sempre detto che no, ero sicuro che non mi avrebbero mai risposto. E infatti…
Perché ne ero sicuro? La risposta è nel testo di Marco Revelli che citavo nelle mie 11 domande:

Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.

Il dirigente del PD, e in parte anche il militante che in lui si riconosce perché lo trova simile a sé, è l’espressione di un mutamento antropologico che Revelli illustra pensando a Minniti. Prendete, per esemplificare, Dario Franceschini: la prima volta che l’ho sentito parlare, in un comizio, citò Bonhoeffer e don Milani, con il rispetto dovuto a due punti di riferimento, due stelle polari che ti orientano nella tempesta notturna. Dov’era l’esempio di Bonhoeffer e di don Milani quando Franceschini girava la testa dall’altra parte e sottoscriveva il memorandum con la Libia che ha causato

un innalzamento impressionante del numero di persone morte in mare, o ripescate e riportate nei campi di detenzione in Libia», dove «varie testimonianze attestano che le guardie di detenzione libiche, colluse coi trafficanti di esseri umani, a scaglioni vendono loro i profughi dei centri sovraffollati (o glieli lasciano prelevare a forza, dietro pagamento), per poi farglieli o rivendere come schiavi (tratta di esseri umani), o torturare e violentare per estorcere ricatti.

(NB: questo passo è tratto dal Dossier Statistico Immigrazione 2018 [p. 111], alla cui presentazione ferrarese presiedeva l’assessora Sapigni, che con questo rapporto si è fatta anche fotografare: con in mano un atto di accusa nei confronti del partito in cui lei stessa milita)?

Nessun dirigente del PD ha sentito il bisogno morale di prendere le distanze da un partito che non avallava, ma produceva e conduceva politiche criminali tanto quanto quelle degli attuali Di Maio, Salvini, Toninelli, Conte: quando donne e uomini in politica perdono la propria anima, finiscono per essere null’altro che la collezione di parole che dicono, senza alcun vaglio del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male.

Chi segue questo blog ricorderà che nel post con cui lo inaugurai, parlavo della peste del linguaggio, citando Calvino:

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Questo testo di Calvino, tratto dalle sue Lezioni americane, ha una lunga storia. Che comincia nel 1964, quando Pier Paolo Pasolini colse, facendo l’esempio del linguaggio di Aldo Moro, la nascita di un nuovo tipo di lingua tecnocratica che stava cominciando a pervertire la comunicazione politica. Calvino all’epoca non era sicuro che Pasolini avesse ragione; Sciascia invece, col suo solito modo di agire nascostamente, scrisse un’opera teatrale, L’onorevole, nella quale è difficile non riconoscere Aldo Moro, su come il potere perverte la lingua nello stesso tempo in cui perverte l’integrità morale.
Dieci anni dopo Pasolini ritornò su questo tema, col celebre articolo sulla scomparsa delle lucciole, arrivando a chiedere un processo – metaforico – per i dirigenti della DC: e di nuovo Sciascia lo accompagnò, facendosi carico della denuncia dopo che Pasolini fu ammazzato e ridotto a un sacco d’immondizia nel litorale di Ostia.
Lo stesso Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse, quando si rese conto che quel linguaggio perverso e pervertito del quale era stato il principale responsabile veniva usato in un macabro rimpallo verbale fra DC e PCI, e comprese che il valore della vita umana era, per i dirigenti politici dei due partiti, lo stesso delle BR – cioè zero –, non trovò di meglio che denunciare, in una lettera alla moglie, la nuova Babele: «È incredibile a quale punto sia giunta la confusione delle lingue». E concludeva: «Che male può venire da tutto questo male?».
Quando Calvino descrive, nel 1985, la peste del linguaggio, in qualche modo sta riconoscendo che era stato lui ad essere troppo speranzoso: avevano ragione i pessimisti Sciascia e Pasolini.

In questa peste oggi ci siamo dentro, e non solo in Italia; il 18 maggio 2008 Javier Marías, dalle pagine di El País in un testo intitolato Brutta e povera Italia, scriveva (è un passo che traducevo in quel primo post inaugurale):

Quello che sta succedendo in Italia – e prima in Polonia, con i gemelli Kaczynski – è molto preoccupante. Siamo in presenza di politici vincenti che hanno abbattuto la frontiera tra ciò che si può e ciò che non si può dire in pubblico. Hanno scelto di parlare e comportarsi come molti dei loro elettori, con la differenza che questi possono farlo solo in privato. Una forma superiore di demagogia consiste nel non limitarsi a dire al popolo quello che questi desidera sentire, ma addirittura nell’adottarne i discorsi e il vocabolario brutale che fino a ieri erano confinati solo nel privato, e in tal modo legittimarli. “Quello che tu dici a bassa voce io lo dico ad alta voce, davanti alle telecamere e ai microfoni, e così ti autorizzo e ti adulo. Guarda: io sono in tutto e per tutto come te, e per di più non mi nascondo. Non nasconderti neanche tu: vieni fuori, e votami!”.

Fa venire la pelle d’oca, oggi, la citazione della Polonia dei Kaczynski: oggi che il sindaco di Danzica Pawel Adamowicz, militante democratico di Solidarnosc che difendeva le minoranze, combatteva xenofobia e antisemitismo, apriva ai migranti Danzica città rifugio, è stato ammazzato: perché quello che nel 1981 era un pensiero rivoluzionario contro la dittatura polacca oggi è percepito come un pensiero estremistico pieno di “idee degenerate” che “infiacchiscono lo spirito patriottico” dal partito fascisteggiante di Jaroslaw Kaczynski al governo. Forse, se Adamowicz avesse detto (come Marcella Zappaterra) che “restare umani” non può significare “essere buonisti” e “accogliere tutti”; se avesse sostenuto (come il ministro Fontana) che “ama il prossimo tuo” significa “ama chi ti è più vicino”, quindi i polacchi prima degli altri; se avesse sostenuto (come una salviniana) che il buon samaritano non è che se lo portò a casa sua il giudeo ferito – forse sarebbe ancora vivo.

Ma in cosa questo cristianesimo prêt-à-porter fascio-razzista è diverso da quello di Franceschini o Gentiloni? In cosa è diverso il loro voltare la testa e chiudere gli occhi, rispetto alla sensibilità ambientale a orologeria per meri scopi propagandistici dei 5 stelle, che col loro voltafaccia sull’ILVA-Mittal condannano a morire di tumori e leucemie i cittadini di Taranto che avevano promesso di difendere?
Come aveva intuito Pasolini, le parole hanno smesso di avere spessore etico: sono diventate meri strumenti di propaganda, privi di qualsivoglia rapporto con la vita reale. E quindi sono indifferenti al fatto che qualcuno muoia: l’importante è trovare una formula linguistica, uno slogan, un meme, qualcosa che stia in 140 battute, per dire che se qualcuno muore, non è colpa mia.

E invece è colpa tua, se giri la testa e fai finta di niente: perché se la morte di un essere umano non ti riguarda, è solo perché non sei un essere umano, ma un morto che cammina, un walking dead che non sa di essere morto da tempo anche se può ancora respirare. Puoi vestirti elegante o metterti una felpa e un berretto come uno dei Village People, o comprarti i vestiti nuovi ai grandi magazzini per sembrare “uno del popolo” senza aver mai lavorato un giorno in vita tua – non è l’abito che fa il monaco, e neanche lo zombie.
Did you exchange a walk on part in the war for a lead role in a cage?, (si) chiedevano i Pink Floyd. È questa la sola alternativa in politica, oggi? Avere un ruolo da comparsa nelle schiere che marciano in guerra, o la parte del primattore chiuso in gabbia?
Sono loro stasera i migliori che abbiamo?
Quelli per cui voterete perché l’uno vi sembra migliore dell’altro, perchè il suo detersivo lava più bianco il sangue dalle sue mani sporche di sangue?
È questa la politica che volete?

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