Lun 17 Dic 2018 - 2219 visite
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Sex workers: “Aumentano i disagi per le operatrici del sesso ferrarese”

L'allarme del Centro Donna Giustizia: "Crescono le richieste di prestazioni senza condom, le aggressioni e le vessazioni in strada"

Aumento delle richieste di prestazioni sessuali senza uso del preservativo o addirittura forme di violenza “stealthing”, in cui il cliente si sfila o rompe appositamente il condom durante il rapporto, aumento delle forme di aggressione fisica e verbale in strada e delle vessazioni legate a “puttanofobia” o razzismo.

Sono le inaccettabili e preoccupanti situazioni di disagio vissute dalle lavoratrici del sesso anche nel territorio ferrarese e segnalate dall’equipe Luna Blu del Centro Donna Giustizia di Ferrara in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle sex workers che ricorre il 17 dicembre.

“Noi operatrici del centro antiviolenza del territorio lavoriamo quotidianamente con le persone che si prostituiscono in strada e al chiuso, nella maggior parte donne e transessuali, tutelandone la salute e i diritti e difendendoli dalla schiavitù sessuale e dallo stigma” spiegano Eleonora Telloli, ostetrica e coordinatrice del progetto Luna Blu, Chiara Arena Chartroux, antropologa e operatrice dell’unità di strada del Cdg e Valeria Ruggeri, operatrice giudiziaria e dei corpi di polizia, che lanciano un allarme sulle modalità di chiedere prestazioni sessuali nel territorio estense.

“I sex workers dovrebbero partecipare alla scrittura delle norme e a tutti i processi decisionali, le discussioni pubbliche e i procedimenti politici relativi al lavoro sessuale – affermano le operatrici sociali -. Ogni sex worker dovrebbe avere il diritto di scegliere o di rifiutare i propri clienti, di dettare le proprie condizioni lavorative e godere degli stessi diritti di qualsiasi altro lavoratore, compresi la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, oltre a dover essere protetti da discriminazioni, violazioni dei propri diritti e qualsiasi altra forma di violenza attraverso leggi che tengano conto dei diritti umani”.

“La violenza strutturale e istituzionale degli interventi statali significa che le sex workers, regolarmente, subiscono violenze in caso di arresto, detenzione forzata, deportazione (se migranti senza documenti) o espulsione, spesso in nome dell’ordine pubblico o di misure anti-prostituzione o anti-migrazione” riferiscono le operatrici, secondo cui “criminalizzazione, stigmatizzazione e discriminazione impediscono l’accesso alla giustizia e ai servizi sociali e sanitari“.

In questo contesto, si chiedono “aiuti economici e istituzionali per colmare le lacune nella fornitura dei servizi, riforme politiche e giuridiche per garantire parità di accesso alla giustizia, impegno nel far applicare le leggi antidiscriminazione e le norme in materia di protezione deo diritti umani per eliminare stigmatizzazione, discriminazione e violenze contro le sex workers”.

“Pur sapendo che nelle situazioni di grave sfruttamento sessuale la forte riduzione o assenza di scelta delle persone prostitute sovrappone la dimensione del rapporto sessuale a pagamento con quella della violenza sessuale per le persone che la subiscono – spiegano le operatitici del Centro Donna Giustizia -, allo stesso modo riteniamo non corretto e dannoso interpretare solo con tale parametro il fenomeno “prostituzione”, perché in tal modo non solo il rischio è quello di declinare in modo errato gli interventi ma si rischia di escludere dall’attenzione la finalità di rispondere ai bisogni e tutelare i diritti delle sex workers che, pur nella consapevolezza che la prostituzione non è mai un fine ma un mezzo, scelgono ‘volontariamente’ di inserirsi nei circuiti prostituzionali”.

Il Centro Donna Giustizia dà voce anche una lavoratrice italiana del sesso che, in maniera anonima, ha deciso di presentare il suo punto di vista. Qui potete leggere la sua lettera.

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