lun 5 Nov 2018 - 729 visite
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Numero 26

Esco di casa.

Ieri sera c’è stato un temporale, estremo suggello, ultimo saluto della stagione che finisce.

L’aria è diversa, si percepisce perfino dal respiro che è più libero, più efficiente.

Le spalle lasciate scoperte dalla canottiera sono improvvisamente percepibili come spalle lasciate scoperte dalla canottiera, grazie al delicato vellichio che le lambisce.

Mi avvio e mi rammarico di non potere condividere queste sensazioni (oltre che il nostro solito abbraccio senza smettere di correre, un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza) con Luca, che è ancora a Milano.

Inevitabilmente però mi si affaccia alla mente l’idea di approfittare di queste condizioni climatiche favorevoli per provare a fare un bel giro della mura a ritmo tirato, anche sotto i 4’ al chilometro, allo scopo di testare la mia condizione in vista delle gare autunnali a cui intendo partecipare.

Faccio partire il cronometro dall’angolo del negozio di frutta e verdura, e cerco subito di trovare il passo giusto, basandomi sul flusso percettivo che conosco molto bene quando mi assesto su una certa andatura: impegno respiratorio, falcata allungata, restringimento del campo visivo alla striscia di percorso che ho davanti, pulsazioni accelerate, concentrazione su ogni passo.

Al contempo cerco costantemente di restare leggero, rilassato, fluido, di non contrarre un solo muscolo che non sia strettamente necessario contrarre in quel momento.

Trascorsi un paio di chilometri, lasciando alla mia destra la farmacia di Porta Mare, cerco di assestarmi, rendere il mio ritmo respiratorio un po’ meno affannoso, per quanto sempre forzato, e di distendere un po’ di più il compasso delle gambe.

Intanto registro la piccola devastazione provocata dalla pioggia di stanotte: foglie ovunque, pozzanghere, rami anche di ragguardevoli dimensioni che il vento ha strappato agli alberi e ricondotti al loro destino terrestre.

In effetti, il temporale è stato più forte di quanto avessi immaginato.

Giunto alla Casa del Boia mi sorge un dubbio: forse sto rallentando. Per un attimo temo di avere commesso l’errore in cui sono orgoglioso di non incorrere in gara, dove molti neofiti, presi dall’entusiasmo iniziale, partono troppo forte e poi ne pagano le conseguenze. Mi sembra di fare troppa fatica, di stare troppo male.

Poi capisco che non è così: mi conosco ormai molto bene, conosco le mie sensazioni quando lo sforzo si fa intenso, e quindi cerco di non farmi prendere dalla preoccupazione di non farcela sapendo che si tratta di correre sulla fatica, su quella fatica che oltre un certo limite si trasfigura progressivamente nel dolore, e poi all’estremo nello strazio, nel tormento.

Come sempre quando faccio i conti con uno sforzo massimale e con le sensazioni marasmatiche che comporta mi ritorna in mente la celebre risposta di Marco Pantani a Gianni Mura che gli chiedeva perché andasse così forte in salita: “per abbreviare la mia agonia”.

Comunque la fatica mi pare davvero intollerabile, mi sembra quasi di invecchiare ad ogni passo.

Proseguo lungo viale Belvedere cercando di mantenere un passo costante e veloce, nonostante il crescente malessere che avverto.

Attraverso viale Cavour quasi senza guardare se sopraggiunga una macchina (a cui infatti taglio la strada, e che mi apostrofa con un risentito colpo di clacson) e riprendo il sentiero delle mura lungo viale IV novembre.

Poco più avanti la mia vista annebbiata registra la presenza di una sottile striscia di plastica bianca e rossa, di quelle che di norma segnalano un ostacolo o un passaggio vietato, che ondeggia ad altezza d’uomo a tagliare il mio percorso.

Non può certo essere questo a fermarmi: decido che deve essere stata posizionata per segnalare un ramo caduto a causa della tempesta, quindi per non perdere secondi preziosi continuo a correre, sollevo la fettuccia con una mano, mi ci infilo sotto e rilancio la mia azione.

Percorro ancora qualche metro a testa bassa.

Due millesimi di secondo prima del dolore arriva lo stupore: cosa mi sta fermando?

Un millesimo di secondo prima del dolore arriva la rabbia: cosa osa fermarmi?

Poi arriva il dolore: inspiegabile, scandaloso, esplosivo, fuori scala rispetto a qualsiasi altro dolore io abbia mai sperimentato nella mia vita. Alla gamba sinistra, all’altezza della coscia.

Faccio quello che qualunque corridore farebbe, e che risulta incomprensibile a chiunque non sia un corridore: provo a continuare a correre.

In effetti tento di farlo, faccio mezzo passo, ma mi sembra di essere una marionetta con una gamba spezzata e rovino al suolo.

La sofferenza continua ad essere feroce, ma ora la mia vista è cambiata: mi sembra come certe immagini registrate dalla telecamera di un reporter di guerra che viene colpito, cade a terra ma lo strumento, ancora acceso, continua a registrare. Mentre urlo e mi contorco dalla mia nuova prospettiva orizzontale vedo accorrere delle persone assurdamente vestite.

La prima è una bambina bellissima con un vestitino bianco e una coroncina di fiori in testa, avrà 8 anni, che mi guarda impassibile, senza dire nulla, chinandosi curiosa verso di me.

Poi un uomo che indossa una calzamaglia bicolore con una gamba gialla e una blu, poi una donna con una veste di broccato. Poi altri, altri ancora mi circondano, tutti con lunghi abiti, mantelli, uno addirittura con una corazza che gli copre il petto. Vicino al mio viso si affollano sandali di cuoio e stivali scamosciati.

E tutti gridano, mi guardano inorriditi, si portano le mani al viso, chiamano soccorso.

Sento sulle mie mani che stringono la gamba il caldo appiccicaticcio del sangue, e lì in mezzo qualcosa di estraneo, duro e sottile. Trovo finalmente il coraggio di abbassare lo sguardo e vedo una freccia conficcata nella mia coscia, che la passa da parte a parte.

Da questo momento in poi tutto comincia ad annebbiarsi, a farsi sfumato; la gente che mi circonda, il grande cartello poco distante che recita “Giostra del Monaco – festa medioevale – ”, il mio stesso dolore passa sullo sfondo, come se non fosse più mio.

Mi pare di avvertire la terra che si è attaccata alla mia faccia sudata, sento di essere sporco, mi viene assurdamente in mente che vorrei alzarmi per ripulirmi.

L’ultima cosa che percepisco è il suono di una sirena in avvicinamento.

Mi viene in mente Marco Pantani.

E avverto un principio d’estasi, un minuscolo giubilo segreto, collegato a un’intuizione.

Prima di perdere i sensi penso: “adesso… posso… smettere di… correre”.

 

La “Giostra del Monaco” è una festa medioevale organizzata dalla Contrada di San Giacomo che si tiene tutti gli anni tra fine agosto e i primi di settembre presso il baluardo di Santa Maria lungo viale IV novembre. Il programma prevede anche “giochi di abilità medievali e prove di tiro con l’arco per tutti”. Non risulta siano mai occorsi incidenti come quello narrato in questo racconto, che è opera di pura finzione.

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