lun 16 Apr 2018 - 195 visite
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La ‘poesia visiva’ di Ketty La Rocca

Il Padiglione d’Arte Contemporanea rende omaggio alla protagonista dell’arte del '60 e '70

di Maria Paola Forlani

La Biennale Donna è tornata al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara, fino al 3 giugno, con una mostra dedicata a (Gaetana) Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze, 1976), protagonista dell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta, al centro di un vivo crescente interesse internazionale.

A quasi vent’anni dall’ultima mostra antologica in Italia e a ottant’anni dalla nascita, “Ketty La Rocca 80. Gesture, speech and word” a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna (catalogo Cartografica) e realizzata in collaborazione con l’Archivio Ketty La Rocca di Michelangelo Vasta, raccoglie una vasta selezione di opere basate sul rapporto tra linguaggio verbale e corpo, fulcro della poetica dell’artista.

Le prime opere di Ketty La Rocca sono riconducibili all’interno della poetica della poesia visiva portata avanti negli anni sessanta dal Gruppo 70 a Firenze. Successivamente l’artista si confrontò pionieristicamente con le tecniche espressive più avanzate della sua epoca, quali il videotape, l’istallazione e la performance. Si concentrò infine sul linguaggio del corpo e sul gesto arrivando a servirsi delle radiografie del suo cranio e della sua stessa grafia.

La sua ricerca ultima, vicina all’arte concettuale, approdò alle Riduzioni in cui le immagini vengono ricondotte, per graduale trasfigurazione, a segni astratti.

Inizia il suo percorso artistico lavorando nell’ambito della “poesia visiva”, analizzando lo stereotipo femminile offerto dai media e dalla pubblicità. La sua è un’interpretazione ironica ma allo stesso tempo tagliente, l’artista si concentra sulle parole e su i segni, realizzando una sorta di collage.

La poesia visiva, nasce da tutte quelle sperimentazioni artistiche e letterarie compiute nel clima delle Neoavanguardie, a partire dall’inizio degli anni sessanta. La poesia visiva che ha visto La Rocca come esponente esemplare, pone in un unico contesto le potenzialità espressive della parola in relazione all’immagine.

Ideatori e protagonisti sono stati i fiorentini Eugenio Miccini e Leonardo Pignotti che formarono il Gruppo 70, al quale successivamente prenderanno parte Lucia Marcucci, Anna Oberto, Martino Oberto, Luciano Ori, Mirella Bentivoglio, Giuseppe Chiari, Emilio Isgrò, Michele Perfetti, Sarenco, Magdalo Mussio, Ugo Carrega, Roberto Sanesi, Adriano Spatola, Vincenzo Ferrari, Gianfranco Barucchello e la stessa Ketty La Rocca.

I poeti visivi si rendono conto che sia la letteratura sia l’arte stavano utilizzando un linguaggio eccessivamente lontano da quello comune, decidono così, per colmare questa distanza, di creare un moderno volgare, il cui lessico proviene dall’ambito della comunicazione di massa, cioè dai quotidiani, dai rotocalchi, dalla pubblicità e dai fumetti. Ѐ una forma d’arte alquanto discussa e sono stati in molti gli artisti a praticarla, si tratta di quell’arte che riusciva a comunicare tramite la fusione tra immagini e parole miscelate con una sorta di collage, e capaci di dare messaggi profondi e forti, che vanno al di là delle parole, ma anche al di là dell’immagine intesa come forma d’arte.

Attraverso la poesia visiva La Rocca cerca di decontestualizzare i segni e le parole, ed è proprio dal segno decontestualizzato che nasceranno le lettere giganti e le punteggiature, eleganti monogrammi in pvc nero che escono dalla pagina scritta per estendersi nello spazio e attribuiscono all’immagine un valore privilegiato rispetto al testo.

Parallelamente segue il suo interesse per forme di comunicazione di massa, allora nella fase embrionale e di più ampio respiro rispetto ai circuiti ristretti dell’avanguardia: fu consulente di due trasmissioni televisive Nuovi alfabeti e Le mani, destinati alla comunicazione per sordomuti.

Una sorta di fusione tra linguaggio gestuale e testo viene ulteriormente messo in evidenza dalla performance del 1975, Le mie parole e tu, dove a un testo sintatticamente perfetto, ma privo di qualsiasi significato, letto dall’artista, si contrappone l’allocuzione intima, vocativa, accusatoria “tu”, “you”, pronunciata dagli studenti, spettatori.

Ketty si mostra esemplare nell’utilizzare e nel miscelare i più svariati media: dall’iniziale interesse per il collage poetico-visivo, passando per la fotografia, il libro d’artista e infine il video. Il suo lavoro si pone così in un punto di connessione e di passaggio fra le ricerche primo-novecentesche di un’arte totale e le attuali pratiche multimediali

Il suo lavoro va letto in maniera più esplicita, l’artista non fa altro che tentennare continuamente tra passato, presente e futuro e rende la ricerca ricca di sfaccettature di vario genere, ma nonostante ciò riesce sempre ad essere in grado di non strafare.

L’attenzione che La Rocca aveva per la comunicazione di tipo gestuale, ad esempio, affidata al movimento delle mani, è alla base di molti lavori e del video Appendice per una supplica del 1969, emblematici esempi delle numerose declinazioni del suo universo creativo, ricco di ideologie e teorie. Colpisce inoltre l’attualità del suo messaggio. Ketty si sofferma sul dilagare delle informazioni e riflette tramite la sua opera sull’alienazione dell’individuo.

Il percorso artistico di Ketty non è altro che un lavoro che va a ritroso, iniziando a lavorare sulle parole e passando per il significato di ogni singola lettera, per poi arrivare ad esprimersi solo attraverso le gestualità delle mani, capaci di parlare con estrema immediatezza. In tutta la sua ricerca non farà altro che condurre un percorso che rimbalza continuamente tra l’io e il tu, studi che rendono la sua arte unica nel suo genere.

La mostra si muove su un doppio binario, tematico e cronologico: opere di anni diversi sono raccolte attorno al polo della parola, centrale nella fase verbovisiva e quello del gesto, che invece domina la produzione del decennio successivo.

Insieme a una selezione di circa cinquanta opere scelte tra le più rappresentative delle varie serie dell’artista – dai collage verbovisivi ai cartelli, dai videotape alle sculture sagomate, delle Riduzioni alle Craniologie – l’esposizione propone inoltre alcuni progetti, opere e materiali documentari mai esposti prima in Italia, come ad esempio la documentazione dell’azione Verbigerazione (1973), realizzata nell’ambito della X Quadriennale d’Arte di Roma, recentemente ritrovata nell’archivio dell’ente romano, e l’audio originale della performance Le mie parole, e tu? (1975). Inoltre, è presente un progetto mai realizzato: In principio erat verbum, un gioco-performance che ribadisce l’interesse di La Rocca per la comunicazione gestuale.

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