gio 29 Mar 2018 - 1098 visite
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Numero 24

Esco di casa.

Anche fuori non riesco a liberarmi dal pensiero di una recente conversazione avuta con mia figlia, ne avverto quasi fisicamente il peso sulla testa.

Questo assillo mi impedisce di lasciarmi andare ad una sensazione uditiva, un déjà entendu che mi proietterebbe agli inverni di tanti anni fa, o di sempre, per me: il suono peculiare, fragrante, paradossalmente caldo, che produce la neve fresca appena calpestata.

E’ un rumore per me collegato a una sensazione di meraviglia, di piacere e di colpa. Meraviglia per la bellezza di quella superficie perfetta e incontaminata, piacere per il fatto di essere il primo a calpestarla, colpa per il sacrilegio compiuto, per la rovina di cui sono il primo artefice, per la catastrofe delle impronte che lascio alle mie spalle.

Il suono rotondo si smorza croccando sui muri della strada, e mi obbligo a proseguire, un passo dopo l’altro, un oltraggio dopo l’altro.

Passo sotto la Prospettiva della Ghiara (come pochi ferraresi sanno, l’arco collocato all’inizio di XX settembre) e attraverso viale Alfonso I d’Este. Qui lo scempio perpetrato dal passaggio delle auto è ben più grave di quello causato dalle mie scarpe da corsa. Il viale che costeggia il Montagnone è splendido, e lo percorro indifferente al macramè dei rami imbiancati che decora il cielo sopra la mia testa.

Raggiungo Luca e come al solito ci abbracciamo senza smettere di correre, un’arte che si mette a punto solo dopo anni di esperienza.

Il mio amico è raggiante, felice come un bambino di trovarsi immerso in questo panorama così elegante ed inusuale.

Ci avviamo verso piazzale delle Medaglie d’Oro, facendo attenzione a mantenere l’equilibrio sul terreno scivoloso, e Luca capisce in fretta che il sottoscritto non è perfettamente sintonizzato con il suo entusiasmo.

“Cosa c’è?” mi domanda “non ti piace correre così? A me sembra bellissimo!”.

“Lo è, probabilmente” ribatto “ma sto pensando a una cosa che mi ha detto ieri Camilla, e non riesco a togliermela dalla testa”.

“Cosa ti ha detto Camilla?”

Tra le nuvolette del fiato, comincio il mio racconto:

“La stavo accompagnando in piscina, e a un certo punto la radio ha mandato ‘L’estate sta finendo’, quella vecchia canzone dei Righeira. Non so se hai presente, a un certo punto dice: ‘sto diventando grande, lo sai che non mi va’. Allora la Milla diventa d’un tratto tutta seria e fa: ‘anche a me non va di diventare grande’. Soprappensiero le domando perché, e lei risponde: ‘perché non voglio che tu e la mamma moriate, e non voglio morire io’. Sul momento sono rimasto senza parole, non avevo argomenti da opporle. Mi sembrava una considerazione tanto tragica quanto elementare e inoppugnabile. Ho cercato il più rapidamente possibile qualcosa da obiettarle, ho fatto appello ai cascami della mia educazione cattolica e, ostentando una sicurezza che sono ben lontano dal possedere, le ho detto: ‘ma Milla, lo sai che quando si muore non è che finisce tutto: ci ritroveremo io, te, la mamma e tutti quelli a cui vogliamo bene e staremo sempre insieme in cielo’. Lei mi ha guardato, per nulla rassicurata da quella spiegazione, e mi ha detto: ‘ma io non voglio andare in cielo! Io voglio restare a Ferrara!’”.

Luca è serio, ora, guarda davanti a sé continuando a correre e per qualche decina di metri non dice nulla.

Siamo nel frattempo arrivati all’incrocio con Corso Porta Mare, e ci accingiamo a salire sul tratto della mura che costeggia dall’alto via Gramicia.

“Ora ti racconto io una storia” mi dice; “un monaco molto saggio e anziano sta camminando su un sentiero impervio, sulla cresta tra due cime. A un certo punto mette un piede in fallo, scivola e sta quasi per cadere nel precipizio. Con la forza della disperazione si aggrappa con una mano al ramo di un albero che sporge sul baratro e rimane lì, sospeso. Sente che le sue forze stanno cedendo, che tra poco la sua mano si aprirà e che per lui sarà la fine. Ma si accorge che il ramo a cui è aggrappato è di ciliegio, e che vi sono due meravigliose ciliegie rosse, mature, che pendono a poca distanza da lui. Con la mano libera riesce ad afferrarne una e la porta alla bocca. E ne assapora, estasiato, la dolcezza”.

Ora sono io che, in silenzio, procedo senza dire nulla.

“Non so quale sia la risposta alla domanda di Camilla” dice Luca dopo un po’. “Certo, la religione è una possibile risposta. Un’altra è quella del monaco, che decide di godere di tutto ciò che il momento può offrirgli, stando il più possibile dentro l’attimo che sta vivendo, anche se sa che potrebbe essere l’ultimo”.

“Allora facciamo una cosa” propongo io “proviamo noi adesso a stare dentro questo attimo: abbiamo qui davanti una meraviglia: il viale alberato delle mura ricoperto di neve. Abbiamo i muscoli che si sono scaldati, il fiato che si condensa, le guance arrossate, i volti della gente che incrociamo. E soprattutto il rumore che produce la neve sotto le nostre scarpe, che a me evoca tanti ricordi e sensazioni. Perché non decidiamo di tacere, per un po’, e di dare spazio a tutto questo dentro di noi?”.

“Va bene” dice Luca.

E facciamo così. Corriamo in silenzio, come un monaco sospeso su un precipizio che assapora una ciliegia.

O semplicemente come due vecchi amici, che possono stare assieme anche senza dirsi niente.

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