lun 8 Gen 2018 - 129 visite
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Realismo Magico

L’incanto della pittura Italiana degli anni Venti e Trenta in mostra al Mart di Rovereto

di Maria Paola Forlani

La definizione di Realismo Magico identifica non tanto un sodalizio tra artisti intorno a una rivista o ad una formulazione teorica (come è il caso di “Valori Plastici” e di “Novecento”), ma un “modo” di concepire l’arte elaborato negli anni ’20 dallo scrittore Massimo Bontempelli in Italia e dal critico Franz Roh in Germania: è un filone fondamentale di Novecento che si ricollega direttamente alla tradizione figurativa della classicità rinascimentale italiana di cui recepisce la rappresentazione del mondo nei termini di un realismo meticolosamente mimetico in un linguaggio raffinato ed accurato che attinge ad un sospeso senso di incanto e di attonita immobilità.

Espressione più eloquente di questa corrente sono le arcaizzanti composizioni di Giorgio De Chirico, celebrativi riciclaggi degli stereotipi della pittura classica, emblema di una classicità che ratifica il tramonto del dinamismo futurista per una ricerca di assoluto di impronta metafisica che attribuisce all’immagine un significato al di là di quanto è da essa rappresentato ed insegue la dimensione mitica della realtà, il suo valore magico.

Fino al 2 aprile 2018 il Realismo Magico è protagonista di una mostra, a cura di Gabriella Belli e Valerio Terraroli, al Mart di Rovereto, per poi spostarsi a Helsinki e a Essen, in Germania. Ma i protagonisti storici del gruppo – da Cagnaccio di San Pietro, rappresentato da tredici dipinti, a Giorgio de Chirico, Gino Severini, Ubaldo Oppi, Marco Tozzi, Edita Broglio e Antonio Donghi – si affiancano altri nomi che, come loro, sublimarono la realtà: sono Felice Casorati, i metafisici e alcuni artisti del Novecento italiano perché, come aveva scritto Alberto Savinio nel 1918,

«nella pittura moderna la rappresentazione della drammaticità è la suprema preoccupazione dei migliori fra i pittori moderni. A seconda del grado del loro talento o della loro chiaroveggenza, essi si sono tutti imposti la missione di incidere, nelle loro opere, per mezzo della linea e del colore, gli innumerevoli drammi che la vita moderna matura e fa esplodere».

Ѐ uno scrittore, Massimo Bontempelli, che nel 1938, quando il Realismo magico è ormai un ricordo che si va sbiadendo, descrive con precisione clinica quelle che ne erano state le caratteristiche principali: «Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo e, intorno, come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta. E più di fiaba, abbiamo sete di avventura. La vita più quotidiana e normale vogliamo vederla come un avventuroso miracolo. In questo senso l’arte deve dominare la natura, in questo senso abbiamo parlato di “magia”, e abbiamo chiamato l’arte nostra realismo magico». Era la descrizione di un clima che lo stesso Bontempelli aveva definito di «finis avanguardiae», ma che di volta in volta era stato chiamato Rappel a l’ordre e, perfino Neoclassicismo. Ma era qualcosa di più complesso. Guardano alla pittura antica, ma invece che copiarla ci trovano la strada per mettere sulla tela inquietudini contemporanee. Ѐ ancora Bontempelli a comprendere la novità della ricerca del Realismo magico: «Occorre ritrovare una naturalezza: s’intende che la naturalezza non è la natura» perché il «realismo preciso» dei grandi maestri del Quattrocento appare «avvolto in un’atmosfera di stupore lucido, che è espressione di magia e vero protagonista della natura del Quattrocento». Così Carlo Carrà nel 1919 dipinge capolavori rarefatti come Le figlie di Loth, che viene subito pubblicato dalla rivista Valori plastici per illustrare il suo articolo sul «rinnovamento della pittura in Italia». Per lui Giotto è, senza dubbio, «l’artista le cui forme sono più vicine al modo di sentire la costruzione dei corpi nello spazio». Gino Severini, che era stato futurista e cubista, pubblica nel 1921 un testo teorico che rivela le sue nuove convinzioni già nel titolo, Du cubisme au claicisme: esthéique du camas et du nombre, e per «umanizzare la geometria», che ora governa le sue opere, mette in scena le maschere della Commedia dell’arte.

Cagnaccio di San Pietro, il cui vero nome è Natale Scarpa, è il più vicino alla temperie contemporanea della Nuova oggettività tedesca: dipinge le figure, illuminate da una luce fredda e tagliante, con una stupefacente attenzione per ogni minimo dettaglio, ottenendo esiti quasi iperrealistici. Anche Ubaldo Oppi dipinge quadri dalla tavolozza quasi monocromatica, ma la messa a fuoco nitida e il disegno stilizzato rivelano una lunga meditazione sulla pitture di Cosmè Tura e Mantegna.

Ma le due barche dalla vela greca, dietro al Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia, dipinto intorno al 1921, un elemento presente nel Saluto degli argonauti partenti, capolavoro di Giorgio de Chirico del 1917 che era stato esposto a Milano proprio nel 1921, mostrano l’interesse di Oppi per una rappresentazione metafisica della realtà. Edita Broglio il cui vero nome è Edita Walterowna zue Mühlen (Smiltena 1886 – Roma 1977), è tra le artiste più significative presenti nella mostra del Mart di Rovereto. Nel 1917 incontra Mario Broglio, proprio nel momento di elaborazione della rivista “Valori Plastici” (lo sposerà nel 1927). Edita avrà un ruolo molto importante nella rivista e ancor più nell’attività editoriale. Con il gruppo di “Valori Plastici” espone alla Fiorentina Primaverile (1922), presentata da Savinio. In questo periodo la sua pittura è ricca di suggestioni internazionali. Più tardi compie una decisiva svolta aderendo alla corrente del “Realismo Magico”. Nelle sue opere emerge soprattutto l’esempio di Morandi, in una libera interpretazione. Un’ideale di purezza cristallina, d’immobile trasparenza senza vicende domina questa pittura rigorosamente composta e librata in toni raffinati e contenutissimi. L’adesione a un mondo ideale proiettato nel passato è completa e sincera e perciò di un lirismo indubitabile e sereno.

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