gio 7 Dic 2017 - 620 visite
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Processo Carife, per le difese l’aumento di capitale non fu fittizio

Udienza dedicata alle arringhe: chiesto il non luogo a procedere per inesistenza dei reati di bancarotta e falso in prospetto

Non fu l’aumento di capitale del 2011 a causare la bancarotta di Carife, non ci fu alcun falso in prospetto. Sono questi, in estrema sintesi, i motivi con le quali i difensori di Davide Filippini e Michele Sette (rispettivamente responsabili delle allora direzioni Bilancio e Finanze di Carife, assistiti dagli avvocati Dario Bolognesi e Giovanni Briola) hanno chiesto il non luogo a procedere per i loro assistiti.

Nella sostanza, i due legali hanno spiegato al gup Piera Tassoni che l’aumento di capitale da 150 milioni del 2011 non possa essere considerato “fittizio”, come invece lo ha inquadrato la procura, perché andò effettivamente in porto (viene contestata dunque anche la sottoscrizione reciproca di azioni, considerata illegale dall’accusa) e, comunque, non fu quello a causare la bancarotta, determinata invece da fattori precedenti e successivi. Ovvero le operazioni che portarono la Cassa estense ad avere in pancia una grande quantità di crediti deteriorati e la decisione della Banca Centrale Europea di modificare i parametri per la valutazione di crediti nel bilancio, nonché il mancato assenso all’aumento di capitale del 2015 tramite l’ingresso del Fondo interbancario, per violazione della normativa sugli aiuti di Stato.

In definitiva, non sarebbe sostenibile che l’aumento di capitale del 2011 sia stato causa del dissesto verificatosi 4 anni dopo.

Per quanto riguarda il falso in prospetto gli avvocati hanno rilevato, al contrario, la sua regolarità: venne predisposto da uno studio internazionale e redatto con tutti i crismi. Filippini – a differenza di Sette imputato anche di questo reato – inoltre non fece altro che consegnare allo studio informazioni (la cui veridicità non è contestata) di cui necessitava, dunque nulla gli si può contestare in termini penali.

Oltre alle difese di Sette e Filippini hanno preso la parola anche gli avvocati di Banca Valsabbina che, a testimonianza dell’estrema complessità di questo processo, indossa la doppia veste di parte civile  – perché danneggiata da Carife, avendo perso il valore della partecipazione all’aumento di capitale a cui partecipò in base a false informazioni -, tramite l’avvocato Gianluigi Bezzi; e di responsabile civile (perché, per l’accusa, partecipò alla sottoscrizione fittizia del capitale), costituito tramite l’avvocato Gallico che ha contestato la reciprocità delle sottoscrizioni.

Il processo proseguirà il 13 e 14 dicembre, mentre per il 19 è prevista la decisione del giudice.

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