dom 19 Nov 2017 - 257 visite
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L’arte incontra la scienza con Rivoluzione Galileo

di Maria Paola Forlani

Dopo Galileo nulla fu come prima. E non solo nella ricerca astronomica e nelle scienze, ma anche nell’arte. Con lui, il cielo passa dagli astrologi agli astronomi.

La mostra (Padova, Palazzo del Monte di Pietà, aperta fino al 18 marzo 2018), concepita da Giovanni C.F. Villa per la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo racconta, per la prima volta, la figura complessiva e il ruolo di uno dei massimi protagonisti del mito italiano ed europeo. In un’esposizione dai caratteri del tutto originali, dove capolavori assoluti dell’arte occidentale in dialogo con testimonianze e reperti diversi, consentono di scoprire un personaggio da tutti sentito nominare ma da pochi realmente conosciuto.

Dalla mostra emerge l’uomo Galileo nelle molteplici sfaccettature: dallo scienziato padre del metodo sperimentale al letterato esaltato da Foscolo e Leopardi, Pirandello e Ungaretti, De Sanctis e Calvino. Dal Galileo virtuoso musicista ed esecutore al Galileo artista, tratteggiato da Erwin Pamofsky quale uno dei maggiori critici d’arte del Seicento; dal Galileo imprenditore – non solo il cannocchiale ma anche il microscopio o il compasso – al Galileo della quotidianità.

Poiché l’uomo, eccezionale per potenza d’intuizione e genio scientifico, lo era anche nei piccoli vizi e debolezze, quali gli studi di viticultura e la passione per il vino dei Colli Euganei – rifiutando la “vil moneta” baratta i suoi strumenti di precisione con vino “del migliore” – o la produzione e vendita di pillole medicinali.

Per documentare “Rivoluzione Galileo” (catalogo Silvana Editoriale), Giovanni C.F. Villa ha riunito in Palazzo del Monte di Pietà a Padova un numero impressionante di opere d’arte, a partire dagli splendidi acquarelli e schizzi dello stesso Galileo, che mostrano la sua altissima qualità di disegnatore. Lo scienziato era del resto un attento osservatore dell’arte, come confermano i commenti salaci su delle tarsie lignee – “prive di morbidezza e fatto di legnetti” – ma anche su Arcimboldo, autore di “capricci che hanno una confusa ed inordinata mescolanza di linee e colori”. L’influenza delle conquiste galileiane e della scienza moderna sulla cultura artistica è evidente già nel primo Seicento: con la minuziosa resa della natura, come testimoniano le straordinarie opere dei Brueghel e di Govaerts, ma anche in una pittura che recepisce immediatamente la prorompente portata delle “macchine” di Galileo.

Nel 1610 Galileo pubblica il Sidereus Nuncius, e un effetto immediato si può scorgere nella celebre Fuga in Egitto di Adam Elsheimer, prima raffigurazione della Via Lattea. E poi in una sequenza di artisti capaci di raffigurare la luna così come vista con il cannocchiale, tanto che una notevole sezione della mostra racconta proprio la scoperta della luna fino ai giorni nostri. Anche il genere della natura morta sviluppa nuove formule compositive: i simboli della vanitas lasciano il posto ad una raffigurazione documentaristica legata allo sviluppo delle scienze naturali. E poi un racconto iconografico per capolavori, tra le quali spicca il dipinto di Guercino dedicato al mito di Endimione, con una delle prime raffigurazioni del cannocchiale perfezionato dallo scienziato pisano. Tra gli anni Venti e Trenta del secolo prende vita una vera e propria “bottega” galileiana, ovvero una generazione di artisti (Artemisia Gentileschi, l’Empoli, Stefano Della Bella, ecc,) in grado di condividere le suggestioni offerte dalla lezione dello scienziato. Come le Osservazioni astronomiche di Donato Creti ora in Pinacoteca Vaticana: straordinarie tele raffiguranti stelle e pianeti ritratti in modo da mostrare l’aspetto che presentano al telescopio, evocando le scoperte galileiane.

Il curatore Giovanni C.F. Villa porta i visitatori anche dentro alla “costruzione” del mito galileiano in epoca ottocentesca. Si era nel 1841 quando il Granduca Leopoldo II di Lorena costruiva, in Palazzo Torrigiani, la Tribuna di Galileo, straordinario ambiente immaginato quale sintesi iconografica della scienza sperimentale, da Leonardo a Galileo. Dopo il centrale episodio fiorentino di Santa Croce, eternato da Ugo Foscolo, l’Ottocento diviene il secolo dei monumenti dedicati a Galileo. Ecco allora a Pisa, Roma, la Loggia degli Uffizi a Firenze per giungere alla trentaseiesima statua dei grandi padovani in Prato della Valle. A sancire il mito di Galileo accanto a quello di Dante, lo scienziato-umanista capace di una rivoluzione epocale per l’umanità ampiamente riverberata nell’arte.

La mostra sviluppa un’ampia sezione d’arte contemporanea che da Previati, Pelizza da Volpedo e Balla giunge fino ad Anish Kapoor, presente in mostra con l’opera di apertura.

Il poeta e artista Wiliam Blake (1757 – 1827) presenta una visione romantica e spiritualizzata delle immagini spaziali: Urizen è un personaggio divino da lui ideato che nei suoi scritti assume ruoli e significati diversi. La figura rappresenta lo spirito razionale che riconosce le leggi dell’Universo. Allo stesso tempo è emblema dei limiti della nostra percezione. Urizen appare come una specie di Sole che scaccia le nubi dell’ignoto favorendo la conoscenza resa possibile dalla luce del giorno: al contempo Blake evoca la forma di un occhio nella cui pupilla appare lo stesso Urizen, che quindi costruisce la natura nell’atto di riconoscerla. Urizen si presenta come alter ego di Galileo.

Anche Galileo aveva rivolto il proprio occhio all’universo, pur limitato dalla posizione terrestre. Verso la fine dell’Ottocento gli artisti lanciarono la strategia di accostare immagini fantasiose e riferimenti pseudoscientifici, ricorrendo alla stessa costruzione della realtà che aveva permesso a Galileo di affiancare alcune immagini alle sue osservazioni scientifiche.

La possibilità offerte dalle immagini in movimento hanno infine dotato queste idee di una sintesi figurativa efficace. Le voyage dans la Lune (1902) di Georges Mélies (1861 – 1938) rielabora gli spunti letterari di Jules Verne. Il cortometraggio è una delle produzioni più importanti e famose del cinema delle origini.

Vi si racconta il viaggio di alcuni scienziati francesi che vanno sulla luna con un razzo. Il satellite ha un volto in cui si conficca il missile e dalla ferita cola sangue, primo indizio di come l’avventurarsi dell’uomo nelle sfere oltre la Terra abbia sempre un che di invasivo e violento.

Nei tre secoli dopo Galileo l’idea dell’universo diventa un contraltare fantastico e multiforme della Terra. Le stelle recano tratti antropomorfi e fungono da teatro di romantiche avventure. Così facendo l’universo si conferma anche, paradossalmente, uno spazio distante e inaccessibile.

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