Dom 17 Mag 2015 - 280 visite
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La Santa Sede alla Biennale di Venezia

Un padiglione ispirato al Nuovo Testamento sul tema "In Principio…la parola si fece carne"

di Maria Paola Forlani

La Santa Sede partecipa quest’anno per la seconda volta alla Biennale di Venezia, con un Padiglione ispirato al Nuovo Testamento. In Principio…la parola si fece carne è un tema scelto dal Commissario, il Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che ha voluto venisse sviluppato il tema del “Principio”, passando dal riferimento alla Genesi dell’edizione del 2013 a quello del Prologo del Vangelo di Giovanni. I due poli essenziali intorno a cui si articola la struttura del Padiglione, curato da Micol Forti, sono: innanzitutto la Parola trascendente, che è “in principio” e che rivela la natura dialogica e comunicativa del Dio di Gesù Cristo (vv. 1 – 5); ad essa si unisce la Parola che si fa “carne”, corpo, per portare la presenza di Dio nell’umanità, soprattutto là dove questa appare ferita e quella “orizzontale-immanente” costituiscono il cuore della ricerca. Le due “tavole” del Prologo giovanneo sono dunque fulcro della riflessione dalla quale prendono vita le opere dei tre artisti, individuati dopo una lunga selezione, secondo alcuni precisi criteri: la consonanza del rispettivo percorso col tema prescelto, la varietà delle tecniche artistiche, l’internazionalità e la diversità di provenienza geografica/culturale, e soprattutto il carattere ancora aperto e in evoluzione della ricerca.

Monika Bravo (1964), nata e cresciuta in Colombia, oggi vive e lavora a New York; la macedone Elpda Hadzi-Vasileva (1971), attualmente vive e lavora a Londra; il fotografo Màrio Maclau (1984), nato a Moputo, in Monzambico, dove abita.

Monika Bravo ha elaborato con sapienza e cura una narrazione scomposta e ricomposta su 6 schermi e altrettanti pannelli trasparenti, posti su pareti potentemente colorate. In ogni composizione Natura, Parola – scritta e detta – e Astrazione artistica si presentano quali elementi attivi di una visione euristica, aperta ad un margine di indeterminatezza sperimentale nell’elaborazione di un nuovo spazio percettivo e di una pienezza sensoriale, attraverso il garbo e la “manualità” poetica con cui l’artista usa i media tecnologici. Monika Bravo è partita, dunque, dalla Parola come origine della creazione e della storia e ha interpretato il concetto utilizzando un semplice sistema di proiezione. Le parole del prologo in greco antico, scomposte e ricomposte, sono proiettate su pannelli (circa quattro metri per quattro) sui quali si muovono immagini fisse di acqua, foglie, alberi, cielo. Tutto questo montato insieme in una stanza crea uno straordinario effetto di tessitura. Come un telaio sul quale sembrano riproporsi le forme e i colori tipici della tessitura colombiana. Le parole greche del Vangelo si intrecciano alle immagini come fossero un ordito. L’idea è quella della Parola che nel farsi carne dona nuova forma, nuova sostanza, un nuovo ordine al Creato.

La ricerca della giovane macedone, Elpida Hadzi-Vasileva, fonde abilità artigianali, conoscenze scientifiche e una potente visione estetica. Per il Padiglione ha progettato un’istallazione monumentale, architettonica, il cui “tessuto”, quasi una pelle, un manto, accoglie il visitatore in una dimensione fisica e simbolica ad un tempo.

Realizzato con materiale organico di scarto, in un tragitto che dal rady-made conduce al re-made, l’artista crea un drappo che è insieme ricamo e superficie, presenza fisica e trasparenza, strumento di suggestione e sorpresa. Elpida vuole, materialmente, fisicamente, interpretare il concetto del Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. L’architettura da lei concepita è straordinaria, fatta, appunto, da interiora di animali, aperte, lavate e trattate in modo da realizzare delle funi e un tessuto trasparente e colorato dall’effetto suggestivo. Una storia che in questo caso prende vita e spunto dall’Adorazione dell’Agnello mistico di Jan van Eyck. L’agnello al centro, con le quattro stirpi che giungono dai quattro angoli della Terra per adoralo. Il tutto in una sorta di stella a cinque punte che Elpida ha rappresentato come una grande tenda (la biblica tenda del Convegno) realizzata con un telo trasparente intessuto dalle sottili pareti degli intestini incollati su di esso. L’intero ambiente è attraversato da funi, sempre realizzato con interiora di animali. Hanno colori diversi e rappresentano le genti che convergono, divergono, si incontrano, si dividono al cospetto dell’Agnello. Sono materiali di scarto, raccolti nelle macellerie e trattati in modo da costituire uno straordinario ricamo, un merletto attraverso il quale la luce passa donando al tessuto svariati colori. Un tessuto fatto di carne. Una carne di scarto trasfigurata dalla luce di Cristo.

La carne si fa storia, nella realtà restituita senza falsificazioni del fotografo trentenne Màrio Macilau. La serie di 9 fotografie in bianco e nero, realizzate a Maputo, capitale del Monzambico dove l’artista è nato e lavora, sono dedicate ai ragazzi di strada che ancora bambini si trovano ad affrontare la vita come sopravvivenza. Non si tratta di un reportage, ma un’opera poetica che ribalta i nessi tra l’Adesso e il Già stato, il Vicino e il Lontano, il Visibile e il Non Visibile. Il tema dell’origine e il fine di ogni atto artistico è portato dalla forza della composizione fotografica a confrontarsi con l’agonia del reale.

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