Mer 18 Feb 2015 - 547 visite
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Mafia a Ferrara, il rischio esiste ma niente allarmismo

I dati di Unioncamere riguardavano soprattutto la microcriminalità

unnameddi Francesco Altavilla

Un fatturato che oscilla dai 300 ai 500 milioni di euro l’anno, il 38% del quale proviene dal commercio di droga, il 26% dalla contraffazione di beni di lusso e il 6,4% dalle estorsioni. È ormai l’unica economia in Emilia-Romagna che non conosce crisi. Sono i numeri del commercio delle mafie in regione, estrapolati dallo studio prodotto da Transcrime, centro di ricerca transnazionale sulla criminalità organizzata.

A elencarli, nel corso dell’incontro “Mafia a Ferrara: allarmismo o rischio reale?” organizzato da FerraraItalia, è il comandante della Guardia di Finanza di Pordenone Fulvio Bernabei, per anni in servizio a Ferrara.

Lo spunto è stato offerto dal recente studio dell’Osservatorio legalità di Unioncamere Emilia-Romagna e Universitas Mercatorum che vede Ferrara come la provincia in cui si osserva, tra il 2010 e il 2012, la maggiore e improvvisa accelerazione del fenomeno criminale mafioso. La città estense in regione è seconda solo a Rimini, che occupa il secondo posto a livello nazionale. Ferrara si piazza al poco confortante quinto posto.

Un dato decisamente ridimensionato da Federico Varese, docente alla Oxford University, fra i più autorevoli studiosi di criminalità di stampo mafioso a livello internazionale, il quale ha voluto sottolineare, dati statistici emessi dal Comune di Ferrara alla mano, come “in realtà la reale impennata, che effettivamente è stata registrata nel periodo considerato, ha riguardato principalmente quella che veniva definita “microcriminalità”, cioè piccoli furti e spaccio di stupefacenti”.

Questo non significa però negare “che il rischio esiste, ed è concreto, ma soprattutto – come ha suggerito Donato La Muscatella, referente di Libera Ferrara -, non può essere contrastato esclusivamente dalle forze dell’ordine, ma deve trovare una decisa opposizione nel tessuto sociale che ci è proprio e ci appartiene”.

Come spiegare allora i preoccupati dati ferraresi? L’autore dello studio, Andrea Mazzitelli, dottore di ricerca e docente presso la libera università internazionale degli studi sociali “Guido Carli” (Luiss), sottolinea che “il rapporto non si concentra esclusivamente sulla penetrazione della criminalità organizzata sul territorio, ma ha l’ambizione di valutare in maniera statistica, senza prendere in considerazione le percezioni degli individui, il grado di diffusione e il coefficiente di rischio di penetrazione dell’illegalità”. Una sorta di “grado di vulnerabilità” delle società e dei territori presi in considerazione. “I dati provenienti dagli annuari statistici emessi dai comuni e dagli enti locali –precisa Mazzitelli – non sempre colgono la complessità del fenomeno “illegalità” nel suo complesso”. Una efficace prevenzione, secondo il professore della Luiss, “non può far altro che basarsi su tre concetti fondamentali: conoscere, riconoscere e combattere”.

Combattere” è proprio il concetto su cui si è dilungato Bernabei, ricordando come la vera svolta nella lotta alle organizzazioni di stampo mafioso sia stata data dal giudice Giovanni Falcone e alla sua intuizione del procedimento di “follow money”, ossia del tracciare e seguire gli spostamenti di denaro sospetti. Il reinvestimento di denaro dà origine a quella che viene definita in gergo “mafia s.p.a.”, un’organizzazione criminosa che ha però spiccate capacità imprenditoriali.

“Tra i settori “sensibili” spicca l’edilizia – spiega il colonnello della fiamme gialle -, con chiari ed evidenti connessioni con le ricostruzioni conseguenti ai terremoti del 2012 in Emilia e del 2009 in Abruzzo, in occasione dei quali numerosissimi sub appalti sono stati concessi a ditte di cui è in seguito emerso il controllo delle cosche”. In questi settori infatti la criminalità organizzata in Emilia Romagna “cerca di ‘ripulire’ i proventi delle attività illecite, non dimenticando i fattori sociali di consenso e controllo del territorio che derivano da attività che generano occupazione e profitti per le imprese coinvolte, solitamente realtà molto piccole, con scarse connessioni con l’estero, generalmente non quotate in borsa e inserite in concessioni di sub appalti scarsamente monitorati”.

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