Mer 11 Feb 2015 - 999 visite
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Il Ricordo “contro la congiura del silenzio”

Consegna della medaglia d’onore alla memoria di Tullio Nicoletti, fucilato dagli jugoslavi a Fiume

“Il Giorno del Ricordo non vuole solo essere una ricorrenza in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle tragiche vicende del confine orientale, ma anche un momento di riflessione più ampio per ricostruire la verità storica che si è persa a causa della congiura del silenzio”. Queste le parole del prefetto Michele Tortora in occasione dell’incontro in Prefettura tra autorità ed esuli giuliano-dalmati, in cui tradizionalmente viene consegnata l’onorificenza ad un parente di una vittima delle foibe. Quest’anno la medaglia d’onore del Presidente della Repubblica alla memoria è conferita a Tullio Nicoletti, guardia di pubblica sicurezza presso la questura di Fiume che, all’età di 26 anni, il 14 giugno 1945, venne fucilato dai partigiani jugoslavi probabilmente nel campo di Grobnico a Fiume. A ricevere il riconoscimento dalle mani del prefetto e del sindaco di Portomaggiore Nicola Minarelli, sono i pronipoti Elia e Valentina.

Una furia omicida in cui persero la vita migliaia di persone, colpevoli solo del fatto di essere italiani. La storia di Tullio Nicoletti è uguale a quella di tutti gli agenti della questura che, durante la grande offensiva lanciata nel marzo 1945 dai partigiani jugoslavi verso Trieste e Fiume, rimasero al loro posto, ritenendo di non essersi particolarmente compromessi con i tedeschi e di essersi limitati a difendere la popolazione civile. E che invece sono caduti nell’adempimento del proprio dovere: dopo essere stati arrestati dal servizio segreto jugoslavo, molti vennero fucilati nei giorni successivi nel campo di Grobnico, alcuni vennero gettati in mare o nelle foibe carsiche fuori dalla città, altri ancora vennero deportati in campi di prigionia all’interno della ex Jugoslavia. A Tullio, allora 26enne, toccò la fucilazione. Una terribile pagina della nostra storia di cui almeno adesso si può parlare, dopo anni di lotte per abbattere il muro di silenzio creatosi intorno a questa tragica vicenda.

“Gli accadimenti drammatici che hanno interessato il nostro confine orientale durante e dopo la seconda guerra mondiale – spiega il prefetto – sono stati per troppo tempo dimenticati. Solo l’istituzione per legge del Giorno del Ricordo dal 2004, ha permesso di far crollare la congiura del silenzio. Ora è necessario mantenere viva la memoria per affermare la solidarietà a quegli italiani che hanno patito pene indicibili per il solo fatto di essere italiani, e per affermare il nostro impegno affinché queste tragedie non abbiano più ad accadere. Per questo non bisogna mai abbassare la guardia: i recenti fatti di Parigi e dell’Ucraina hanno dimostrato che il seme dell’intolleranza è sempre in agguato”. Un obbligo morale condiviso anche dal sindaco e presidente della Provincia di Ferrara Tiziano Tagliani: “Questa rievocazione storica ha bisogno di particolare attenzione per una vera e propria esigenza di verità: troppo spesso, infatti, pagine di storia sono state consegnate alla polvere o agli altari a seconda dell’ideologia, una rappresentazione falsata che ha bisogno di essere ricondotta alla verità storica. Il Giorno del Ricordo non deve essere visto solo come una ricorrenza alla memoria, quindi, ma come un momento importante che ricostruisce la verità storica che si è persa, un giorno che deve far crescere la comunità e l’identità nazionale”.

L’intervento conclusivo, dopo l’esibizione musicale degli studenti dell’ensemble di ottoni del conservatorio di Ferrara “G. Frescobaldi” diretti da Martina Dainelli, spetta a Flavio Rabar, presidente del Comitato Provinciale di Ferrara dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in prima linea per rinnovare la memoria della tragedia dalmata e del confine orientale, in collaborazione con Comune di Ferrara, museo del Risorgimento e della Resistenza, associazione Nazionale Partigiani Cristiani-Sezione di Ferrara e istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. “È difficile calcolare il numero preciso delle vittime – ricorda Rabar – ma sono più di 350mila i profughi che abbandonano con la morte nel cuore le loro terre in Istria, Fiume e Dalmazia; di questi 80mila emigrarono in altri continenti mentre gli altri ritornarono in Italia, in quella che consideravano la loro patria e che invece in molti casi li accolse con ostilità. Ancora oggi, alcuni negano questa tragica realtà considerandola la ‘giusta punizione di elementi che avevano, a vario modo, operato al servizio di Ss e fascisti’. Ma quali crimini possono aver compiuto questi martiri, accusati ingiustamente di essere collaborazionisti dei nazifascisti? La loro unica colpa è stata quella di essere italiani. E il nostro unico dovere è quello di ricordarli. Perché, come dice Simone Cristicchi nel suo spettacolo Magazzino 18, l’undicesimo comandamento è: non dimenticare”.

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