Dom 28 Dic 2014 - 326 visite
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Giuseppe Virgili: una vita spesa per l’arte

di Giorgio Nenci

Come si potrebbe interpretare l’iniziativa di una laureanda in Conservazione dei Beni Culturali di dedicare la sua tesi ad uno dei maggiori scultori ferraresi del Novecento, se non quella di sanare in parte le trascuratezze che l’intellighentìa politica aveva riservato all’Arte e alla Cultura del Novecento? La giovane storica che ha osato tanto, è Arianna Fornasari che ha pubblicato in questi giorni un volume contenente un minuzioso studio sulla figura e l’arte di Giuseppe Virgili (Voghiera, 1894-Bologna, 1968), artista che ha insegnato plastica per trentasei anni alla Scuola d’Arte “Dosso Dossi” di Ferrara, e che ha segnato esteticamente , con i colleghi Enzo Nenci e Ulderico Fabbri, un periodo storico ancora “mal digerito” dalle locali politiche culturali. Ne è scaturita una testimonianza storica complessa nella quale sono registrate le partecipazioni dell’artista a mostre importanti, e riferimenti episodici e bibliografici, che, d’ora in poi, dovranno necessariamente interessare chiunque vorrà dedicarsi allo studio della vita artistica di Ferrara nel primo e secondo Novecento. La vicenda artistica di Giuseppe Virgili inizia quando da ragazzo segue i corsi della Scuola d’Arte di Ferrara sotto la guida dei maestri Maldarelli, Legnani e Longanesi, per poi iscriversi e frequentare l’Accademia d’Arte di Bologna.

Una prima affermazione lo scultore l’ottiene nel 1924, vincendo il concorso per il “Monumento ai Caduti di Vergato” , nel quale colloca degli interessanti bassorilievi bronzei che raffigurano ignudi “corpi dei soldati scolpiti in sinuose linee liberty” . Sono gli anni in cui la giovane scultura italiana insegue una sintesi formale-decorativa che negli stilemi decò troverà il suo naturale sfogo, coniugati spesso ad un espressionismo di matrice nordica di cui Adolfo Wildt era il massimo referente. Una situazione, questa, che si era propagata tra i migliori artisti del nostro Paese, della quale Sergio Romano nel 2000 riconosceva la portata ( Il Sole 24 Ore, 17 luglio, pag.27), scrivendo che, in quegli anni “ la cultura non fu né provinciale, né isolata: lo provano gli stretti legami con le correnti europee e americane” e “il ritorno all’ordine, dopo le ubriacature degli anni precedenti, fu il grande tema dell’arte europea di quegli anni e che persino Picasso ne fu, a suo modo, influenzato”. E su questa traccia che la studiosa ferrarese indaga con onestà, e a tutto campo, la produzione dello scultore Virgili, documentando le sue opere nel contesto in cui erano nate, svelando quei piccoli segreti che erano stati occultati per non caricare di altri significati il modus operandi dell’artista, che faceva il proprio mestiere, ricevendo commissioni pubbliche e private, partecipando ad esposizioni nazionali, vivendo il proprio tempo.

Al primo stadio stilistico immesso nel monumento bolognese, facevano eco diverse sculture caricate d’espressione purista, come nel bel bassorilievo bronzeo “ Il cero”, 1926, e nello stilizzato “ Sudario di Cristo”, marmo del 1928, collocate su tombe nel Cimitero della sua provincia natale. Appena più avanti, l’impostazione novecentesca prende il sopravvento nella realizzazione di corpi compressi in una nudità di robusta solidità plastica, mentre nello stesso tempo riserva alle sue “teste di donne“, plasmate nella tenera creta e rifinite a secco , una attenzione di sintesi poetica che tradisce la succitata forza espressiva .

Opere realizzate negli anni Trenta e Quaranta, anche di destinazione pubblica, come “La battaglia non vinta (Guerrieri)”, 1934 ,”Minatori”, 1934 ca. ,”l’Allegoria della Musica”, posta nel 1939 sull’Auditorium cittadino, ecc.; mentre nei suoi ritratti coglie donne e busti di giovani (“Nives Grenzi” 1926-27, “Bimbo che canta”, 1924, ”Ritratto della moglie”, 1938, “Palma Bucarelli”, 1948 e il “Ritratto di Lino Balbo”, 1942, bronzo scoperto da poco al Museo d’Arte della Città di Ravenna). Nel dopoguerra la scultura di Virgili si incammina verso nuove ricerche espressive, pur rimanendo per alcuni tratti legato alla sintesi poetica precedente che caratterizza i ritratti e certi suoi nudi femminili, schematizzando delle forme danzanti nello spazio, stilizzate, a volte allegoriche ( ”Il ratto d’Europa” e “La caduta di Fetonte”, 1955, “ Il salto del fantino”, 1956, “Centauri”, 1958, “Calciatori”, 1966), oppure, al contrario, nega questa sua eccentrica e convulsa spazialità realizzando delle masse di materia bloccata , agitata da spigolose linee segmentate (“Scissione” e “Amanti”, 1963, ”Duello” ,1962). Una vita spesa per l’arte, che Ferrara dovrà riconoscergli.

Il volume “Giuseppe Virgili – Prima ipotesi di un catalogo completo”, è composto da 276 pagine e contiene più di 300 foto di opere ed è edito da Liberty House, Ferrara.

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