Non si può essere diversi in Africa. Non si può essere omosessuali o atei, oppure far parte di una minoranza religiosa, pensarla in maniera differente dagli altri, dire a voce alta le proprie opinioni. Tanti temi caldi che sono emersi oggi pomeriggio alla sala Estense durante l’incontro “Africa. Il continente arcobaleno” promosso dal Festival di Internazionale per indagare se gay, minoranze religiose e atei siano davvero nel mirino del fanatismo. A portare il loro contributo, dettato ovviamente da esperienze personali, sono stati tre autori in difesa della diversità: Ntone Edjabe, scrittore e giornalista camerunese, nonché fondatore e direttore di Chimurenga; Lola Shoneyin, scrittrice e poetessa nigeriana, già famosa in Italia per il suo romanzo d’esordio “Prudenti come serpenti”; e Binyavanga Wainaina, scrittore e giornalista keniano, vincitore del Caine prize for african writing e autore del libro “Un giorno scriverò di questo posto”; interventi moderati da Pierre Cherruau, giornalista e scrittore francese nonché direttore della redazione di Slate Afrique.
La testimonianza più forte è stata quella offerta da Wainaina, uno dei primi personaggi influenti africani che ha dichiarato apertamente il proprio orientamento sessuale, dapprima pubblicando l’articolo “Mamma, sono omosessuale” e poi con il tweet “Sono, per chiunque fosse confuso o nel dubbio, gay e molto felice di esserlo”. Ma com’è fare coming out in Kenya dove l’omosessualità è un reato punibile con ammenda e reclusione dai 5 ai 14 anni? “Molti africani sono omofobi ma ce ne sono anche tanti che sono intolleranti al lattosio” scherza l’autore, assicurando che il suo coming out ha suscitato clamore ma non persecuzione. “Ci sono state le solite reazioni che si affrontano in questi casi – commenta Binyavanga – ma quelle negative sono state piuttosto deboli. Non ho ricevuto nessuna condanna ufficiale ma sono sicuro di aver smosso qualcosa sotto la superficie. Sembra che ci sia una sorta di cambiamento in atto ma non voglio banalizzare la realtà: il problema è che siamo abbandonati a noi stessi. Ci manca un movimento strutturato che porti alla ribalta questi temi per iniziare a parlarne e ad affrontare i problemi, ad esempio sottoponendo le persone al test dell’Hiv”.
Rimanendo nell’ambito sanitario, era impossibile non toccare il tema del virus ebola. “Si tratta di una vera e propria crisi sanitaria – dichiara Edjabe – ma sono scioccato da come il mondo sta affrontando questa epidemia, reputandolo un problema africano. Il mondo non si è rivelato in grado di gestire una crisi sanitaria come quella dell’ebola nell’Africa occidentale ma questo fallimento deriva dall’economia mondiale della salute, non è decisamente un problema africano”. Un problema prettamente africano, invece, sembra essere quello della difficoltà di comunicazione. “In Africa non c’è un linguaggio comune per parlare di omosessualità o religione – nota lo scrittore camerunese – e questa difficoltà si riscontra in tutti i livelli: in famiglia vige una sorte di tolleranza non detta, in pubblico non si intraprende neanche un percorso di tolleranza perché non se ne può proprio parlare. Abbiamo bisogno di una lingua che definisca tutto questo”. Ad esempio tutte le religioni tradizionali africane condannano l’omosessualità, anche se le pratiche omosessuali esistono. “L’omosessualità è illegale in Camerun con pene fino a 25 anni di carcere – spiega Edjabe- eppure tutti sanno che è una pratica diffusa nel mondo politico”.
“La situazione è ancora più estrema in Nigeria ed Uganda” interviene Lola Shoneyin riferendosi alla legge antigay, emanata dal presidente nigeriano Goodluck Jonathan, che trova “ridicola e contro l’essere umano”. “Si tratta di un braccio di ferro costante e vergognoso – condanna la scrittrice – che ha portato ad effetti ancora più ignobili: alcuni vanno dalla polizia ad accusare eterosessuali di essere gay, solo per vederli interrogati e forse condannati. Quando hanno emanato questa legge non hanno neanche tenuto in considerazione la diffusione della corruzione in Nigeria che sta creando un clima di terrore”.
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