Cronaca
13 Novembre 2013
Pena massima per i cinque che trucidarono il 25 enne tunisino: si procede per un mandato di cattura internazionale

Omicidio Tarek, ergastolo per i latitanti

di Ruggero Veronese | 4 min

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Stavano occupando abusivamente un edificio di proprietà di una donna che lo aveva ereditato, quando i carabinieri li hanno scoperti e denunciati. Protagonisti della vicenda cinque persone, tre uomini e due donne tra i 20 e i 40 anni, tutti senza fissa dimora, che ora dovranno rispondere di invasione di edifici e terreni

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Il pm Alberto Savino durante la requisitoria in corte d’assise

Sono stati condannati all’ergastolo i cinque autori materiali dell’omicidio di Tarek Hamed, il 25 enne tunisino morto il 29 aprile 2012 dopo una selvaggia aggressione da parte di una decina di giovani marocchini nel sottomura di Ferrara. Ma il rischio è che Mounir Nikas, Rachid Slihad, Ayoub Belbassi, Yassine Goram e Yassin Haddy non scontino la pena, salvo improvvise e improbabili crisi di coscienza: i cinque sono infatti fuggiti dall’Italia dopo aver compiuto l’efferato crimine. Nel pronunciare la condanna la corte d’assise ha quindi incaricato il pm Alberto Savino di preparare una declaratoria di latitanza, atto preliminare per ottenere il mandato di cattura internazionale. Resta quindi congelato anche il risarcimento per il fratello di Tarek, costituitosi parte civile attraverso l’avvocato Massimo Bissi e a cui dovrebbe spettare una provvisionale di 50 mila euro, più la somma da definire in sede civile.

Durante l’udienza conclusiva del processo (che era stato preceduto dalle condanne di Bouchaib Abbidi in rito abbreviato e di Nabil Benabdennaby in corte d’assise) erano quindi presenti il pm Alberto Savino, l’avvocato Bissi e il difensore d’ufficio incaricato del tribunale, per esporre le proprie requisitorie e arringhe alla giuria popolare. Savino ha sostenuto la colpevolezza degli imputati basandosi principalmente su due elementi: i riscontri tra le diverse testimonianze e il movente degli aggressori. I loro volti infatti sono stati riconosciuti sia da due amici di Tarek, che furono coinvolti nell’aggressione e scapparono per chiamare i soccorsi, sia dai passanti che assistettero a varie fasi dell’agguato. Per quanto riguarda invece il movente, Savino ha sottolineato soprattutto che “il fatto si inserisce in una dinamica di litigi per la spartizione del territorio dello spaccio”, che ha preso il via “dopo una escalation di violenza cominciata il 21 aprile, quando un gruppo di tunisini aggredì un cittadino marocchino”. Un fatto su cui ha puntato soprattutto l’arringa dell’avvocato Bissi, secondo il quale a provocare il delitto, premeditato, fu soprattutto il desiderio di vendetta dei cinque imputati.

Durante la propria requisitoria Savino ha ricostruito nel dettaglio quello che avvenne la sera del 29 aprile 2012, a partire da quando vari passanti videro un gruppo di persone armate camminare decise tra i vialetti del sottomura. Tra le mani brandivano una spada katana, un machete, una mazza di ferro, bottiglie di vetro e addirittura una racchetta da sci, e una volta raggiunto Tarek si divisero in due gruppetti distinti: mentre il primo metteva in fuga gli amici del giovane tunisino e teneva a distanza curiosi e passanti, il secondo si dedicava a quella che il pm ha definito una vera e propria “esecuzione”. Troppo efferata l’aggressione per pensare che si trattasse di un semplice avvertimento: i cinque erano lì per uccidere, e nessuno impedì che Belbassi infierisse fatalmente sull’ormai agonizzante Tarek. Malgrado la richiesta di condanna sia stata identica per tutti e cinque gli imputati, Savino ha distinto anche i ruoli avuti durante l’omicidio. Fu Ayoub Belbassi infatti, armato di katana, il vero esecutore del delitto. Il giovane marocchino conficcò la spada nella coscia di Tarek una decina di volte, tranciandogli l’arteria femorale e provocandone il dissanguamento. “Ma anche se è uno ad aver ucciso – sostiene il pm – è tutto il gruppo che infligge colpi. E se qualcuno non lo fa è perchè gli altri non gli lasciano spazio attorno alla vittima”. Un motivo per cui la posizione degli altri quattro aggressori non può essere derubricata come un semplice concorso in omicidio e che giustifica l’uniformità delle cinque condanne.

Condanne che hanno addirittura superato le richieste del pm, che puntavano a 24 anni di reclusione data la condotta processuale della difesa, che ha accettato di fare il processo sulla base delle indagini saltando la fase istruttoria e senza audizione in aula degli imputati, ormai irreperibili. Un “gentlemen agreement” tra le due parti che non ha però convinto la giuria, il cui unico “sconto” agli assassini di Tarek è stato nel non riconoscere la premeditazione del delitto. Dettaglio che non è bastato a evitare l’ergastolo per tutti i cinque imputati. Ma se arrivare alla sentenza è stato quasi un gioco da ragazzi, ora comincia la parte difficile: quella della ricerca di cinque spacciatori e assassini che, dopo aver trucidato un 25 enne a pochi metri dal centro storico, sono fuggiti da Ferrara senza lasciare traccia.

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