mar 31 Lug 2012 - 4985 visite
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Aldrovandi, ordine di carcerazione per gli agenti

Avanzata dagli avvocati richiesta per pene alternative al carcere

Dopo la condanna definitiva a tre anni e mezzo per omicidio colposo, i quattro poliziotti giudicati colpevoli della morte di Federico avvenuta all’alba del 25 settembre 2005, sono stati raggiunti dall’ordine di carcerazione. Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri erano stati giudicati in ultimo grado dalla IV sezione della Corte di Cassazione lo scorso 21 giugno (vai all’articolo).

I giudici avevano così accolto la richiesta del procuratore generale della IV sezione della Corte di Cassazione, Gabriele Mazzotta, che voleva il rigetto dei ricorsi e la conferma della condanna inflitta nei primi due gradi di giudizio. In sede di requisitoria la pubblica accusa aveva definito “schegge impazzite” gli imputati, che avrebbero agito con un uso eccessivo della forza “nei confronti di una persona inerme”, anziché comportarsi come “responsabili rappresentanti delle forze dell’ordine”’.

La carcerazione – i quattro agenti devono scontare solo sei mesi di pena, il resto è condonato in quanto reato avvenuto prima del maggio 2006 – viene sospesa ex lege per un mese. In questo lasso di tempo i condannati possono richiedere pene alternative al carcere. E così hanno già fatto o si accingono a fare gli avvocati difensori Giovanni Trombini, Gabriele Bordoni e Piersilvio Cippolotti. “Con ogni probabilità i quattro poliziotti verranno affidati in prova ai servizi sociali”, confermano i legali, che ancora però non sono ancora in grado di dare anticipazioni sugli eventuali provvedimenti disciplinari che la Polizia di Stato.

Le sanzioni amministrative previste in caso di condanna per reato colposo prevedono – in base al decreto del Presidente della Repubblica 737 del 1981, recante le Sanzioni disciplinari per il personale dell’Amministrazione di pubblica sicurezza – la sospensione dal servizio, che consiste nell’allontanamento dal servizio per un periodo da uno a sei mesi, con la privazione della retribuzione mensile.

Si può arrivare alla destituzione, ossia alla cancellazione dai ruoli dell’appartenente ai ruoli dell’Amministrazione della pubblica sicurezza, se la condotta oggetto del provvedimento abbia reso incompatibile la sua ulteriore permanenza in servizio.

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