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Prima disponibilità per ambito territoriale dell’utente: 11 febbraio 2015. Non credeva ai propri occhi, appena uscita dal Cup, la signora che era andata in via Cassoli per prenotare una visita.
Dovrà aspettare tre anni e dieci giorni per l’effettuazione di una densitometria ossea di fascia B (che misura la massa ossea per la diagnosi di osteoporosi). Lei ha 54 anni e il medico le ha prescritto una visita necessaria per monitorare una patologia in corso. Lei, “dopo innumerevoli tentativi precedenti andati a vuoto per «chiusura delle liste»”, come precisa la diretta interessata, era riuscita “a strappare al nostro servizio sanitario un appuntamento per l’effettuazione di una densitometria ossea di fascia B (procedura di prima diagnosi)”.
Ma dal centro prenotazioni Asl di Ferrara la risposta è stata quella: dovrà attendere oltre tre anni per poter essere visita al Sant’Anna di Ferrara. “Eppure – fa notare la 54enne -, dalla data del rilascio dell’impegnativa, la normativa prevede l’effettuazione della prescrizione entro e non oltre 30 giorni per le visite, 60 giorni per le prestazioni strumentali. Insomma, dover aspettare tre anni e dieci giorni, non so perché, ma mi sembra una presa in giro… Inutile specificare che, privatamente e a pagamento, i tempi di attesa sono di pochi giorni”.
Su casi specifici di tempi d’accesso alla densitometria ossea , anche se non di tale portata, era già intervenuta a suo tempo la direzione dell’Asl di Ferrara per spiegare che “in larga misura, questo esame è inutile e che, in ogni caso, le linee guida della Regione Emilia Romagna ne prevedono l’appropriatezza temporale di non meno di 18 mesi”.
La legislazione italiana (DPCM 29/11/2001 ripreso dal DPM 05/03/2007, ndr), stabilisce, infatti, che la densitometria ossea sia “parzialmente esclusa dai livelli essenziali di assistenza” stabiliti dal Ministero della Salute. Questo, significa che l’esame può essere erogato dal servizio sanitario nazionale esclusivamente ad alcuni soggetti con condizioni patologiche particolari come: precedenti fratture da fragilità ossea; terapie croniche con cortisonici, antiepilettici, immunosoppressivi, chemioterapici, ecc.; patologie a rischio di osteoporosi come anoressia, celiachia, fibrosi cistica, insufficienza renale cronica, leucemia, ecc.; menopausa precoce prima dei 45 anni; eccessiva magrezza; eccessivo abuso di fumo ed alcol, ecc.. Per questi soggetti il primo esame è sempre fornito entro 60 giorni.
“Le densitometrie ossee di controllo, agli stessi soggetti – prosegue l’Asl -, sono erogabili dal servizio sanitario nazionale, solo se eseguite 24 mesi dopo il precedente esame, con il decreto del presidente del consiglio dei ministri del 5 marzo 2007 questo limite è stato abbassato a “non prima dei 18 mesi. Il significato di uno spazio temporale comunque ampio tra un esame e l’altro è dovuto alla lenta e progressiva perdita di massa ossea a cui tutti i soggetti vanno incontro. È opportuno ricordare che avere un’età maggiore dei 65 anni non è un criterio sufficiente d’ammissione all’esame, perché devono essere presente, contemporaneamente, un’anamnesi severa di osteoporosi familiare, un inadeguato apporto di calcio, abuso di fumo ed alcol”.
L’Azienda Usl infine, ricorda periodicamente “ai medici prescrittori i criteri di ammissione alle densitometrie, specificando di identificare nella ricetta la classe di appartenenza del paziente e di formulare con chiarezza il quesito diagnostico”.
Va detto poi che dopo un audit-controllo eseguito su alcune Aziende Sanitarie, la Regione Emilia Romagna ha ribadito già nel 20120 che la densitometria ossea “non è utile come screening della popolazione, in quanto il 50% delle fratture da fragilità ossea si verificano in soggetti in cui l’esame è risultato negativo; la riduzione di massa ossea è asintomatica, i dolori ossei sono dovuti a fenomeni osteo-artrosici e che le densitometrie ossee inappropriate assorbono il 38% delle risorse umane e tecnologiche”.
Tutti dettagli di cui la signora è ben a conoscenza, ma che non le fanno fare un passo indietro sul selciato del buon senso. “Se definiscono addirittura inutile questo esame – ragiona -, non capisco allora perché i medici continuino a prescriverlo. È una scusa che non sta in piedi”. Il suo caso specifico, rientrante in fascia B, “non è sicuramente tra i più urgenti, ma la richiesta andrebbe comunque evasa entro i 60 giorni. Non è che faccio un esame perché mi diverto a farlo”.
Di sicuro c’è la donna non attenderà il fatidico 11 febbraio 2015: “da anni svolgo questa visita a pagamento. Questa volta mi ero impuntata per una questione di principio e finalmente ero riuscita ad avere un appuntamento, ma questi sono i tempi di attesa. Ovviamente sarò costretta a rivolgermi di nuovo alla sanità privata”.
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