lun 12 Dic 2011 - 3077 visite
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Aldrovandi, i particolari inediti svelati da Sateriale

Il sindaco descrive bugie, telefonate, incontri segreti e scontri palesi nel capitolo dedicato a Federico

Sateriale con gli Aldrovandi (foto dal blog di Patrizia Moretti)

L’allora questore Elio Graziano che telefonava ai vertici di partito per “ammorbidire” il sindaco. La Digos sotto l’ufficio del suo vice. Sindacalisti della polizia che inventano una rottura “di cortesia” dei manganelli. Sono alcuni dei particolari inediti che Gaetano Sateriale, ex sindaco di Ferrara, affida a “Mente locale”, il suo memorandum sui dieci anni passati alla guida del municipio estense.

Il quindicesimo capitolo è dedicato a “La triste storia di Federico” e racconta dettagli ancora non rilevati di quanto successe in città nei mesi immediatamente successivi alla morte di Aldrovandi, avvenuta il 25 settembre 2005 durante una colluttazione con quattro poliziotti della questura di Ferrara.

Sateriale descrive la sua trasferta a Roma, per incontrare un funzionario del ministero dell’Interno, “molto vicino al capo della Polizia”. Gli deve raccontare che “il questore della mia città ha fornito notizie non vere all’opinione pubblica e al sindaco. E che il buon rapporto tra istituzioni e polizia si è incrinato”. La punta di riprovazione di Sateriale coinvolge anche l’allora procuratore capo della Repubblica, che “mi ha garantito indagini serie”. “Non guarderemo in faccia a nessuno” gli aveva detto, “ma finora non è accaduto”.

La sensazione del primo cittadino, e della città di cui si vuole fare portavoce, “è che si stia nascondendo la verità per coprire le responsabilità dei quattro agenti. E che siano stati commessi molti errori fin dall’inizio”. Come “non chiamare il giudice (in realtà il pm, ndr) sul posto prima della rimozione del corpo”. Non avvertire tempestivamente la famiglia; “diffondere subito l’idea che Federico fosse morto per droga e che si stesse ‘facendo male da solo’. E ancora “aver affidato le indagini alla polizia: addirittura la convivente di un’agente coinvolta”; “non emettere un solo avviso di garanzia”, aver nascosto la storia dei manganelli rotti”, “dire che quando è morto era presente il 118”.

L’incontro si colloca a metà gennaio 2006. Di lì a qualche giorno Sateriale lancerà la sua bordata durante la festa della Polizia municipale: “Ferrara non è una città omertosa”. Dal funzionario si sentirà rispondere che “loro non possono spostarsi dalle posizioni della perizia anche se in città nessuno ci crede”. E per quanto riguarda il questore, “concorda con lui ogni singola dichiarazione pubblica”.

Ecco allora emergere i dettagli fino ad oggi mai conosciuti. È Sateriale che rivela come in quei giorni il questore “va facendo telefonate in giro che rivelano le sue personali difficoltà”. Una di queste ha come destinatario Roberto Montanari, il grande sponsor di Sateriale alle elezioni comunali e a quel tempo segretario regionale dei Ds, “per lamentarsi del mio comportamento e lasciando intendere che tra i poliziotti c’è molto malessere nei confronti del Comune e che quel malessere si potrebbe trasformare in qualcosa di peggio”. Montanari, secondo quanto riporta il libro, ha risposto al “questore che se voleva minacciare un Comune e un sindaco non poteva certo contare sulla disponibilità dei Ds”.

Il racconto torna sulle parole del funzionario del ministero.  Questi riferisce un episodio analogo accaduto anni prima a Napoli: “la polizia aveva riconosciuto pubblicamente le responsabilità di un poliziotto ma poi il giudice l’aveva assolto: non potevano più permettersi errori di quel tipo. Adesso avevano in mano una perizia che li scagionava e non si sarebbero mossi da lì”.

Di fronte al volto comprensibilmente interrogativo del sindaco, il funzionario va oltre: “ha aggiunto, per farmi capire la situazione, che lo spirito democratico all’interno del corpo della Polizia di Stato non c’era più da tempo. Che la sinistra aveva abbandonato la polizia dopo i fatti di Genova”.

A Sateriale non rimane che chiudersi la porta alle spalle e far ritorno verso Ferrara. Nel viaggio ripercorre gli episodi principali che hanno costellato la vicenda nei suoi primi mesi. Alcuni inediti. A partire dalle preoccupazioni di suoi uomini di fiducia che gli vengono a dire che “Federico non era un tossico e che in città girano voci su un pestaggio”; il suo vice (Tiziano Tagliani, suo successore tre anni dopo) che gli parla di una testimone oculare che teme di parlare perché in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. È la camerunense Anne Marie Tsague. Si scopre poi che “due poliziotti della Cgil mi vengono a raccontare la fola che i manganelli si sono rotti nel tentativo di tenere in piedi il giovane che si stava accasciando per un malore”. E la delusione per la “sgangherata conferenza stampa del procuratore che sventola a perizia e dice “finalmente abbiamo la verità!”; e l’articolo in cui si sostiene che l’uccisione di un giovane carabiniere durante un arresto (Cristiano Scantamburlo, ucciso il 12 febbraio 2006, ndr) dipende dal clima ostile alle forze dell’ordine che c’era in città”. E il vecchio questore – altro particolare inedito – che “mi spiega per filo e per segno come sono andati i fatti perché era capitato anche a lui che fosse morto per soffocamento un malato di mente che i suoi uomini tenevano fermo a terra ammanettato”.

Ritorna poi l’incontro privato in macchina con il vice Tagliani (di cui Sateriale parlò nel corso della presentazione del libro “Aldro” di Francesca Boari – leggi). “Lui mi ha chiesto di tenere per me quello che stava per dirmi”. Parlerà di Anne Marie Tsague, che il giorno stesso della morte di Federico si confessò da don Domenico Bedin. Il sacerdote la spinse a raccontare a un giudice quello che aveva visto. Serve trovare un avvocato che l’accompagni in procura. “Se l’accompagno io (dice Tagliani, avvocato di professione, ndr), fanno subito due più due e pensano che la cosa l’abbiamo organizzata io, te e don Domenico, che siamo i primi nella lista dei nemici”. Tagliani aggiunge che sotto il suo studio quella domenica, “quando sono usciti lui e la testimone, c’era la Digos”.

Ma perché – si chiede Sateriale – il vescovo non copre maggiormente don Bedin? “Tiziano mi risponde che forse anche il vescovo ha avuto un colloquio con il questore e si sente vincolato da quel colloquio”. Don Bedin, in seguito, dirà molto di più (vai all’articolo).

Alla fine, dopo aver parlato con molti avvocati senza trovarne uno disponibile, sarà lo stesso Tagliani ad accompagnare la testimone. Il tempo passa e arrivano altre perizie e altri incontri politici della famiglia. Con l’allora presidente della Camera Bertinotti prima e con il ministro dell’Interno Giuliano Amato poi. Sateriale si incaricò di parlare con il Dottor Sottile. L’incontro si farà. In prefettura ci sarà solo Lino Aldrovandi, il padre di Federico. La sera Amato deve intervenire alla festa dell’Ulivo di Pontelagoscuro. Intervistato dal sottoscritto circa l’incontro del pomeriggio, “dichiara che sarebbe un bene per tutti se ci fosse un rinvio a giudizio dei poliziotti coinvolti in modo da accertare in fretta, anche nel loro interesse, la piena verità dei fatti” (vai all’articolo de l’Unità).

Di lì a poco il questore viene trasferito. Arriva Luigi Savina il cui primo passo è incontrare gli Aldrovandi. Si arriva al processo. E alle condanne in primo e secondo grado. Dopo la prima sentenza di “omicidio colposo”, Sateriale manda una e-mail ad Amato: “volevo ringraziarti perché penso che tu abbia avuto un ruolo decisivo nel riesame della vicenda Aldrovandi”. “Grazie, lo penso anche io”.

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