“La peculiarità di Ferrara è l’egoismo esasperato degli imprenditori. Ognuno ha sempre fatto il proprio mestiere con pochissimo coordinamento con gli altri. Ad esempio mi capito, per un appalto privato, di massacrarmi insieme a un concorrente con offerte al ribasso”. Placida la nota del giudice Caruso: “credo che questo si definisca mercato…”.
Eppure era questa la normalità secondo gli imputati del processo Appaltopoli. Si potrebbe chiamarlo il “teorema Ambrosone”: “era normale che si sapesse quali imprese venivano invitate alle gare e sono convinto che fosse un metodo normale di rapportarsi con il mercato; se questo era lecito o meno lo deciderà il tribunale”.
A parlare è Sergio Ambrosone, titolare di Tubi Costruzioni, uno degli imprenditori imputati (di turbativa d’asta per la presunta spartizione a tavolino di 28 appalti avvenuta nel 2005) sentiti ieri nell’aula B di palazzo di giustizia. E a rafforzare il concetto che di illecito ci fosse poco o nulla – almeno per i diretti interessati – è il fatto che, come spiega l’imprenditore in sede di esame, “la mia azienda fatturava 5 milioni di euro l’anno e l’incidenza dei lavori svolti per il Comune era di appena il 2% del totale”. Inoltre la Tubi “lavorava prevalentemente con i privati e in trent’anni di attività non ha mai ricevuto una contestazione”.
Difficile quindi, seguendo il filo delle domande dell’avvocato Carlo Bergamasco, pensare che Ambrosone potesse avere utilità nel cartello della spartizione degli appalti ipotizzato dalla procura di Ferrara. A corroborare la tesi difensiva arrivano anche i chiarimenti delle parole “sospette” finite nelle intercettazioni: “per ‘studiare un lavoro’ si intende prendere gli elaborati tecnici, fare la simulazione di cantiere e capire il margine che la ditta può ottenere da quel lavoro”. E quando si va in cantiere “si incontrano anche i rappresentanti delle altre ditte invitate alla gara: sul posto c’è il tecnico dell’amministrazione pubblica che chiama a voce alta i vari concorrenti per ricevere i certificati di presa visione dei lavori”.
Insomma, continuano le smentite alla grande accusatrice, Maria Amoruso, ingegnere del settore edilizia del Comune di Ferrara, che sosteneva l’esistenza di uno schema per la spartizione degli appalti, nel quale erano segnati con uno “zero” gli imprenditori invitati alle gare e con un “uno” quelli che avrebbero dovuto vincere”.
Non sarebbero avvenute – a sentire gli imputati che si sono succeduti fino al tardo pomeriggio davanti ai giudici – nemmeno le famose cene del venerdì, organizzate secondo l’accusa per stipulare accordi o festeggiare l’acquisizione di un appalto.
Dalle voci degli imprenditori arriva anche la smentita del fatto che i ribassi per gli affidamenti diretti fossero irrisori: “nel 2005, quindi nello stesso periodo di cui si discute – ha assicurato un altro imprenditore, Umberto Baraldi di EuroTech -, ottenni un lavoro in affidamento diretto con un ribasso di poco superiore all’uno percento (quelli oggetto di imputazione oscillano tra lo 0,5 e l’1%, ndr)”.
“E non c’era nemmeno l’obbligo legislativo – aggiunge l’avvocato Pasquale Longobucco, che difende, insieme al collega Claudio Maruzzi, Baraldi -, come abbiamo documentato, che indicasse un limite di ribasso”.
Si torna in aula il 7 ottobre per sentire gli otto presidenti di circoscrizione in carica in quegli anni e i consulenti della difesa.
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