I volantini diffamatori contro di lui ormai riempivano la città. Prima il negozio dell’imputato. Poi procura e tribunale. E alla fine non c’era posto che frequentasse abitualmente dove non trovava quelle scritte. È il processo che vede di fronte due imprenditori, il titolare di un lavasecco e l’agente pubblicitario, finiti in tribunale per diffamazione del primo nei confronti del secondo, dopo che il contratto tra i due era naufragato miseramente.
La diffusione capillare di quella che l’avvocato di parte civile Marco Linguerri definisce “una tortura” aveva fatto sì che i foglietti con le scritte offensive nei suoi confronti si trovassero nel bar dove faceva colazione, alla fermata dell’autobus che prendeva il figlio, nelle buchette della posta dei vicini, nella pizzeria dove ogni tanto andava a cena.
E alla fine arrivò anche un fax con delle minacce. La tensione, anche in casa, divenne tale che fu costretto a ricorrere a un aiuto psicologico. Di quest’ultimo aspetto ha parlato ieri davanti al giudice l’assessore comunale Deanna Marescotti, psicologa, che ha ricostruito quella parte di vicenda davanti al giudice Rizzieri.
Ma oltre alla psicologa, la parte offesa chiamò anche un investigatore privato – anch’egli sentito ieri -, che seguì e filmò l’imputato nell’atto di distribuire i volantini. Da quelle immagini scaturì la perquisizione dei carabinieri che trovarono in casa dell’imputato il materiale diffamatorio.
Con l’udienza di ieri si è chiusa la fase istruttoria. Il processo prosegue il 13 luglio con la discussione.
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