Economia e Lavoro
22 Dicembre 2010
Dati Unioncamere: Ferrara nella nebbia. Si rivaluta il lavoro stabile

Peggio di noi solo Haiti

di Marco Zavagli | 5 min

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L’Italia è penultima nella classifica della crescita economica dell’ultimo decennio. Dopo di lei c’è solo Haiti, devastata un anno fa dal terremoto. E di spiragli di ripresa nemmeno a parlarne. Dietro lo Stivale ci sono solo Grecia, Portogallo e Venezuela quanto a previsioni di crescita per i prossimi cinque anni. Cresciamo metà della Francia e un terzo della Germania. È il quadro economico nazionale descritto in modo asettico dal rapporto Unioncamere Emilia-Romagna.

Un quadro drammatico, che vede la Provincia di Ferrara in una situazione non certo privilegiata: per il 2011 nella nostra provincia è prevista una uscita dalla crisi ancora più lenta rispetto all’andamento medio regionale, ma anche a quello nazionale: 0.9%.

Difficile anche dire chi, nel commercio, sta bene e chi sta male. Perché “ci sono luci e ombre in tutti i settori”, come riporta il presidente Carlo Alberto Roncarati in sede di conferenza di fine anno della Camere di Commercio.

Luglio, agosto e settembre confermano per le imprese ferraresi (ma solo per quelle con più di 10 addetti) i lievi e sofferti segnali di risalita registrati nei primi sei mesi del 2010 (il 3%). Va però considerato che l’andamento tendenziale è rilevato rispetto al quarto trimestre del 2009, quando l’economia provinciale, pur avendo superato le fasi più critiche, aveva fatto registrare indicatori negativi a due cifre, vicini al -15%.

Per quanto riguarda la produzione, si registra, tra luglio e settembre, una lieve ripresa in alcuni settori, quali quello della chimica, della metalmeccanica (metallurgia, meccanica, mezzi di trasporto) e, per la prima volta, anche del tessile/abbigliamento. Ancora in leggera flessione il settore del legno, della carta e soprattutto quello delle costruzioni.

L’unico indicatore relativamente positivo, per quanto riguarda le imprese con meno di 10 dipendenti, è quello dell’export, nel quale, tra luglio e settembre, si registra un risultato addirittura superiore a quello medio di tutte le Pmi manifatturiere (+6,3% contro una crescita media del 4,1). Purtroppo, però, la quota del campione di piccole imprese esportatrici risulta ancora molto bassa (un terzo rispetto a quelle con più di 10 dipendenti), così come è inferiore la loro quota di export sul fatturato.

Piuttosto critico rimane anche l’andamento del credito, sebbene nel terzo trimestre si assista ad una lieve ripresa dei prestiti bancari, cioè dei finanziamenti erogati alle imprese, con un trend peraltro leggermente migliore rispetto a quello medio regionale.

Aumentano inoltre, in misura sensibile, i protesti (+19,5% rispetto al 2009) e le sentenze di fallimento (49 nel 2010 a fronte delle 40 del 2009), soprattutto nel settore manifatturiero (16 contro le 12 del 2009) ed in quello delle costruzioni (11 contro le 6 del 2009). Calano, invece, nel commercio (10 contro le 15 del 2009).

Situazione decisamente negativa per il turismo cittadino, con particolare riguardo agli esercizi alberghieri. Ma l’annata è stata deludente anche per il turismo balneare, con defezioni significative per i turisti italiani (-4,2% nei lidi e meno 7,7 rispetto al 2009 in città di presenze italiane; un po’ meglio le presenze straniere).

Tra gli indicatori negativi figurano anche le ore di cassa integrazione ordinaria e straordinaria concesse: in tutto sono 3.585.784 per 3.417. In questo Ferrara, in regione, è seconda solo a Bologna e Modena.

In mezzo a questa “nebbia – avverte Guido Caselli, responsabile del Centro studi Unioncamere regionale – che non riusciamo a dipanare perché provocata da agenti esterni, dobbiamo imparare a muoverci con velocità superiore di quella che ci consentirebbe una navigazione a vista”.

Un modo sofisticato per dire che la crisi c’è, ci sarà e Ferrara non ha ancora le carte in regola non solo per uscirne, ma nemmeno per galleggiarvi. E ne è consapevole anche Roncarati, che prima si trincera dietro una battuta (“ma la nebbia migliora la stagionatura del culatello”), poi osserva che “l’impegno delle istituzioni è quello di sostenere la sfida quotidiana degli imprenditori. Ma, al di là delle nostre iniziative che, stante la limitatezza delle risorse non potranno essere risolutive, urgono iniziative strutturali a livello nazionale, che rilancino prioritariamente i consumi”.

Quello che farà da parte sua la Camera di Commercio sarà mettere a disposizione il prossimo anno oltre 3 milioni e mezzo di euro per progetti di sviluppo delle imprese ferraresi nel corso del 2011 per favorire l’accesso al credito, per il sostegno ai processi di innovazione e a supporto del turismo e delle azioni di marketing territoriale.

Ma che qualcosa nel meccanismo della produzione e soprattutto si sia rotto traspare anche dalle altre azioni messe in campo per quanto riguarda gli aiuti all’occupazione giovanile. “Gli interventi – spiega il direttore Mauro Giannattasio – riguardano sia gli incentivi diretti alle assunzioni a tempo indeterminato, sia strumenti di natura indiretta che mirano a far crescere le imprese ferraresi e ad attrarne di nuove sul territorio provinciale, oltre a forme di semplificazione che hanno l’obiettivo di facilitare, per il tramite dei Consorzi fidi, l’accesso al credito e la patrimonializzazione aziendale. Tra le azioni previste, anche misure finalizzate a contrastare la delocalizzazione”.

Tutte misure (in particolare quella in favore della stabilizzazione degli assunti a tempo determinato) che, come dicevamo, smentiscono indirettamente l’assunto secondo cui il motore dell’economia dovrebbe essere la flessibilità del mercato del lavoro. Un postulato dato per scontato negli ultimi 15 anni (dal pacchetto Treu alla riforma Biagi fino al collegato lavoro), che ora è smentito dall’evidenza dei fatti: la necessità è contenere il precariato. “La stabilizzazione, purché non sia intesa come irrigidimento – ammette Giannattasio – è un valore cui puntare; anche perché il prezzo più caro che le imprese hanno pagato alla crisi è quello umano e psicologico di dover lasciare a casa il capitale umano con il quale e grazie al quale si era sviluppato”.

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