Cronaca
7 Dicembre 2010
L’Amoruso spiega la formula del ‘4+1’ con cui gli imprenditori si sarebbero spartiti i lavori

Il trucco degli appalti

di Marco Zavagli | 4 min

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Nella foto, il diagramma della presunta spartizione

La spartizione era la prassi. Parla e accusa Maria Amoruso. Parla e accusa per quasi dieci ore. Tanto è durato ieri l’esame, seguito dal controesame, della testimone chiave del processo Appaltopoli. Assistita dal suo avvocato, Alessandro D’Agostino, dopo che le sue ultime dichiarazioni hanno costretto il tribunale a indagarla, l’ingegnere funzionaria del settore Lavori pubblici del Comune di Ferrara, racconta i dettagli di quello che chiama “orticello di imprese”.

Le imprese sono le nove (per dodici rappresentanti) imputate per turbativa d’asta nel processo Appaltopoli. E l’orticello è quello del settore Lavori Pubblici del Comune, che vede alla sbarra Enrico Pocaterra, dirigente dell’assessorato). Con Pocaterra in aula ci sono Sergio Ambrosone di Tubi Costruzioni; Francesco e Riccardo Roccati di Robur Asfalti; Mario e Luigi Bertoncelli; Giancarla Lavezzi ed Ernesto Valentini di Eredi Fantoni; Umberto Baraldi di EuroTech; Nicola Lincetto di Ics Conglomerati; Enrico Petelio di Sintexcal; Stefano Ferrari di Ferrari Strade; Paolo Moretti della Moretti.

Su di loro pesano i tre anni di indagini e le 17mila pagine di fascicolo messi assieme dalla pm Patrizia Castaldini. Secondo la procura le varie imprese coinvolte erano riuscite a formare una specie di “cartello” per spartirsi gli appalti – per quasi 1 milione di euro – affidati direttamente nel corso del 2005 e 2006 dall’assessorato competente.

La grande accusatrice di questo presunto cartello è appunto Maria Amoruso. Che ieri ha spiegato il sistema della spartizione. Nel marzo del 2005 le venne affidato l’incarico di curare i progetti circoscrizionali, tra cui i 28 appalti contestati. Il suo diretto superiore, l’ingegner Pocaterra, le avrebbe consegnato un diagramma (un foglio che le avrebbero detto di distruggere ma che invece conservò), nel quale erano segnati con uno “zero” gli imprenditori invitati alle gare e con un “uno” quelli che avrebbero dovuto vincere”.

Un sistema “identificabile attraverso i minimi ribassi d’asta che si ottenevano, dal momento che gli imprenditori non partecipavano a vere gare con tanto di concorrenza”. E questo avrebbe rappresentato un danno per l’amministrazione, dal momento che “i ribassi d’asta servivano per finanziare o altri lavori nell’ambito dello stesso progetto, o lavori diversi rimasti fuori dal bando”.

Un esempio per tutti la Via Zerbinate, “che a tutt’oggi, dopo cinque anni, è ancora in attesa di asfaltatura perché doveva essere finanziata con tali ribassi che non ci sono stati in quel caso”. Un altro: “pochi giorni fa è stato aggiudicato un lavoro per un marciapiedi a Casaglia. Il progetto l’ho fatto io stessa. L’importo era sui 75mila euro e sono state invitate ben 15 ditte, non 5 come avveniva prima, e si è ottenuto il 17,4% di ribasso, mentre con il vecchio sistema i ribassi erano attorno all’1 per cento”.

Nel corso dell’esame spunta anche un’ulteriore freccia all’arco dell’accusa, quando la teste ricorda che su indicazione del suo superiore “mandavo dei fax con indicato accanto al lavoro da svolgere anche la ditta che lo avrebbe eseguito. E questo poteva avvenire prima ancora che fosse assegnata la gara”. In sostanza, l’Amoruso era già a conoscenza della ditta che avrebbe vinto il concorso.

La mente della testimone chiave la porta al 20 ottobre 2005, data di assegnazione della gara del marciapiede di Cassana: “In un fax spedito il 15 ottobre che seguiva lo schema della spartizione comunicavo all’allora presidente di Circoscrizione Paola Boldrini il nome della ditta che avrebbe svolto l’opera. E questo cinque giorni prima che si sapesse il vincitore”.

La formula spesso seguita sarebbe stata quella dei cottimi con invito: “alla gara si presentavano cinque ditte, ma quattro lo facevano sapendo già che avrebbero perso. La prima volta che mi parlarono di questa soluzione era nell’agosto o settembre del 2005, in occasione della gara per il marciapiede di Via Pioppa. Potevano poi arrivare quattro rinunce a partecipare con la conseguenza che il cottimo veniva svolto con un’unica offerta”. Era la cosiddetta formula del “4+1”: quattro concorrenti apparenti e uno reale.

Viene poi il momento del controesame, con gli avvocati Gianluigi Pieraccini e Massimo Bissi che hanno messo in luce alcune contraddizioni della teste tra quanto riferito in udienza e quanto detto in sede di interrogatorio durante la fase delle indagini. Alla domanda di Pieraccini se Pocaterra non agisse nell’interesse pubblico, poi, l’Amoruso ha risposto che “in linea generale è vero che l’ingegnere lo faceva per l’interesse dei cittadini, ma le modalità erano sbagliate, perché se si fosse fatta l’asta si sarebbero ottenuti ribassi dal 15 al 18%”.

Le difese hanno posto in evidenza inoltre come alcuni lavori fossero antieconomici, se non addirittura in perdita, per chi li eseguiva.

La prossima udienza si terrà il 10 gennaio.

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