Cronaca
31 Luglio 2023
Parla il padre di Leonardo, il ragazzo di 18 anni che il 21 giugno 2022 è morto dopo una caduta dalla finestra dall'ospedale Maggiore di Bologna

Caso Riberti. “Credo che la giustizia non sia una parolaccia, ma una virtù”

di Davide Soattin | 4 min

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“Credo che la giustizia non sia una parolaccia, ma una virtù. E dobbiamo fare in modo che venga applicata”. Non si dà per vinto e continua a inseguire quella verità che a suo dire “è sotto gli occhi di tutti“, Davide Riberti, papà di Leonardo, il ragazzo di 18 anni che il 21 giugno 2022 è morto dopo una caduta dalla finestra dall’ospedale Maggiore di Bologna, dove era ricoverato a seguito di un intervento chirurgico.

Da quel tragico evento a oggi, dopo un anno di indagini, c’è la “sensazione – racconta il padre – che gli inquirenti abbiano cambiato la strategia“. “Inizialmente – spiega – si era parlato di un suicidio, che sembrava un modo per poter chiudere immediatamente l’inchiesta. Poi però, attraverso lotte abbastanza importanti, siamo riusciti ad avere l’autopsia da cui è risultato che non si trattava di un atto volontario“.

Notizia delle ultime settimane è però la decisione della Procura di Bologna di archiviare la posizione del medico otorino e dell’infermiera che erano di turno quella tragica notte, mantenendo iscritta al registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, la sola responsabile di turno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Uo Psichiatria Universitaria di Ferrara.

Una decisione a cui la famiglia del giovane, tramite l’avvocato Fabio Anselmo, ha fatto opposizione: “L’archiviazione dei sanitari di Bologna è una conseguenza illogica perché le indagini eseguite ci hanno portato elementi incontestabili che sono sufficienti per rinviare a giudizio sia gli indagati di Ferrara che quelli Bologna, che l’hanno preso in carico e avrebbero dovuto rispettare il principio di garanzia, assumendosi le loro responsabilità”.

E invece, secondo il pm “i sanitari di Bologna, non essendo stati informati da Ferrara che Leonardo era un paziente psichiatrico, non avrebbero avuto gli strumenti necessari per capirlo e adottare le dovute precauzioni”. “Ma – aggiunge – se dopo nemmeno un’ora che il medico mi telefonò per dire che era a letto tranquillo, mio figlio lo hanno trovato che vagava al piano terra dell’ospedale, dopo essere fuggito a piedi scalzi senza che nessuno se ne accorgesse, tirandosi via la flebo e con ancora addosso la camicia post-operatoria, penso non ci volesse molto a capire che qualcosa non andava e che si sarebbero dovute adottare le cautele necessarie e intervenire immediatamente contattando la Psichiatria”.

Purtroppo però, l’otorino “chiamò la Psichiatria e, quando gli dissero che lo psichiatra era impegnato in pronto soccorso, decise di non insistere e di rimettere a letto senza alcuna cautela straordinaria Leonardo, che fuggì fatalmente una seconda volta, alle 5 del mattino. Come ha fatto a fuggire indisturbato da quella finestra da un reparto chiuso senza che nessuno riuscisse a intervenire? Mi pare chiaro che mio figlio sia stato abbandonato. Come sono possibili due tentativi di fuga senza che nessuno sia riuscito a fermarlo? Resto allibito. E che senso ha indagare Ferrara senza iscrivere Bologna? Bisognava indagarli tutti” insiste il padre, ben sapendo che essere indagati non vuol dire essere colpevoli.

C’è un cortocircuito” aggiunge Riberti, “e non dimentichiamoci che mio figlio, a prescindere che venisse o meno dalla Psichiatria, era un paziente e, come tale, l’ospedale doveva impedire che fuggisse. E quello che è successo a Leonardo penso purtroppo che possa accadere ad altri”.

La mente torna poi a un anno fa: “L’ho portato in ospedale io, era il 18 giugno. Aveva fatto brutti sogni, aveva avuto paura durante la notte e per questo motivo ho deciso di portarlo a Cona. Se non l’avessi mai fatto, non avrebbe mai ingerito quella pedina, non sarebbe mai andato al Maggiore e non sarebbe successo niente. Credo che la giustizia non sia una parolaccia, ma una virtù. E dobbiamo fare modo che venga applicata. Bisogna capire che il processo è un luogo in cui si accerta la verità. Potrà anche esserci alla fine una sentenza che mi darà torto, ma un processo ci deve essere. Ho piena fiducia nell’avvocato Fabio Anselmo“.

“Da quel giorno di giugno – conclude – il mio è un viaggio in una trincea maledetta, una bomba che esplode in maniera improvvisa e ti devasta“. Così come devastanti – secondo Riberti – sono le conseguenze del lockdown per il Covid-19: “Leonardo aveva la sua voglia di vivere, di stare con gli amici, di andare in mountain bike e in montagna. Era incensurato, aveva la patente, andava in moto e si era diplomato. Era come tanti altri ragazzi. Poi purtroppo sono arrivati i primi episodi psicotici accentuati dalla pandemia, stava attraversando un momento di crisi, come avere un’auto da corsa che sta ferma sulla linea di partenza. Oggi di lui porto ancora con me il suo sorriso“. 

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