Durante la campagna elettorale avevo denunciato più volte il rischio di infiltrazioni mafiose a Ferrara, sulla base dei rapporti della Direzione Nazionale Antimafia.
Ho continuato a farlo anche dopo la mia elezione in Consiglio comunale.
Oggi quel pericolo non è più soltanto un allarme astratto.
Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma raccontano uno scenario inquietante, che coinvolge un bene pubblico, uffici comunali e rapporti quantomeno inopportuni con esponenti dell’amministrazione.
Il garantismo è un principio irrinunciabile, ma non può diventare un alibi per sottrarsi alle proprie responsabilità politiche.
Le notizie sugli incontri con l’assessore Francesco Carità e i riferimenti, ancora tutti da verificare, a possibili contatti con il sindaco Alan Fabbri impongono chiarimenti pubblici, puntuali e inequivocabili. E la risposta del sindaco quale sarebbe? Una commissione interna.
Un gruppo di lavoro costituito all’interno dello stesso Comune i cui uffici sono finiti al centro delle indagini.
Il sindaco e gli amministratori coinvolti politicamente nella vicenda devono presentarsi in Consiglio comunale e chiarire, davanti alla città, ogni circostanza emersa dalle cronache giudiziarie. Gli incontri, i rapporti, le presunte disponibilità.
Non si dimentichi che la responsabilità penale e quella politica sono due cose profondamente diverse.
Come ci ha insegnato Paolo Borsellino, il giudizio sull’etica e sull’idoneità di chi ricopre incarichi pubblici non può esaurirsi nelle regole del codice penale; non serve una condanna per pretendere trasparenza, correttezza e responsabilità da chi amministra una città.
Una commissione interna, da sola, non è una risposta politica. Rischia di diventare soltanto un modo per arroccarsi, per evitare il confronto, per chiudersi nelle stanze del potere mentre fuori crescono interrogativi sempre più gravi.
Ferrara ha diritto alla verità, a risposte chiare e soprattutto ha diritto a istituzioni che non si sottraggano al confronto.