Politica
15 Ottobre 2026
La Regione adegua le regole alle sentenze: i Comuni potranno mantenere i punteggi legati agli anni di residenza, ma sotto la propria responsabilità. Per la linea di Fabbri e Coletti si riduce il margine di manovra

Case popolari, la residenzialità storica perde terreno

di Redazione | 5 min

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La Giunta dell’Emilia-Romagna recepisce gli orientamenti della Corte costituzionale: i Comuni potranno decidere se premiare l’anzianità di residenza, assumendosene la responsabilità. Superato anche il requisito del lavoro per accedere agli alloggi Erp. A Ferrara era uno dei pilastri della politica abitativa leghista.

La residenzialità storica, uno dei cavalli di battaglia del sindaco Alan Fabbri e dell’assessora alle Politiche abitative Cristina Coletti, perde parte del terreno su cui era stata costruita. La Regione Emilia-Romagna ha approvato in commissione Territorio e Ambiente una delibera che adegua le regole per l’accesso alle case popolari agli orientamenti della magistratura, lasciando ai Comuni la responsabilità di decidere se attribuire punteggi aggiuntivi in base agli anni di residenza. Una scelta che ridimensiona la linea politica sostenuta dalla giunta ferrarese e che arriva dopo mesi di polemiche e richieste di chiarimento da parte dell’amministrazione estense.

Il provvedimento interviene su due aspetti dell’edilizia residenziale pubblica (Erp): il requisito dell’attività lavorativa e la cosiddetta residenzialità storica. Per i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti, l’accesso non potrà più essere subordinato al possesso di un contratto di lavoro. Per quanto riguarda l’anzianità di residenza, la Regione elimina invece le disposizioni che intervenivano sulla possibilità dei Comuni di valorizzarla nelle graduatorie, rimettendo la scelta alle singole amministrazioni.

È soprattutto il secondo punto a investire direttamente la politica abitativa di Ferrara. La giunta Fabbri aveva introdotto la residenzialità storica nel regolamento comunale, presentandola come uno strumento per riconoscere la priorità a chi vive da più tempo in città. Nel gennaio 2021, alla prima graduatoria elaborata con i nuovi criteri, il sindaco rivendicava il risultato delle prime 157 posizioni occupate da famiglie italiane, definendo il cambiamento un modo per ristabilire l’equità sociale.

Negli anni successivi, però, il sistema è stato contestato sul piano giudiziario. Il regolamento ferrarese era finito davanti al Tribunale dopo un ricorso presentato da due persone escluse dalla graduatoria e dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Nel 2021 il giudice aveva ordinato al Comune di riformulare i criteri di assegnazione, ritenuti discriminatori; nel gennaio 2022 la Corte d’appello di Bologna aveva respinto la richiesta dell’amministrazione di sospendere l’esecuzione dell’ordinanza.

La questione si è riaperta con la sentenza della Corte costituzionale dell’8 gennaio 2026, che ha dichiarato illegittima una norma della legislazione toscana basata sulla durata della residenza e dell’attività lavorativa continuativa. Una decisione che ha spinto la Regione Emilia-Romagna ad adeguare la propria disciplina e che a Ferrara ha provocato la reazione di Coletti. L’assessora aveva definito la cancellazione del criterio un “ritornello ideologico”, sostenendo che la residenzialità storica rappresentasse “il primo vero criterio di equità sociale”. A giugno aveva poi chiesto alla Regione un pronunciamento chiaro, per evitare che i Comuni si trovassero esposti a possibili contenziosi.

La delibera regionale segna ora un passaggio politico rilevante. Non viene stabilito un divieto generalizzato per i Comuni di attribuire punteggi premiali legati alla residenza, ma viene chiarito che un’eventuale scelta in questa direzione ricade sulla loro esclusiva responsabilità. L’assessore regionale alla Casa Giovanni Paglia ha spiegato che l’intervento si rende necessario per recepire gli orientamenti giurisprudenziali. Ha inoltre ricordato che, per valorizzare chi attende da più tempo un alloggio, i Comuni possono prendere in considerazione la permanenza in graduatoria, un criterio che misura direttamente la durata dell’attesa per una casa.

La Corte costituzionale ha infatti distinto la semplice anzianità anagrafica sul territorio dal tempo trascorso in graduatoria: quest’ultimo può rappresentare un indicatore concreto della persistenza del bisogno abitativo. Premiare automaticamente chi risiede da più anni in un Comune, invece, rischia di creare disparità tra persone che si trovano nella stessa condizione di fragilità economica e sociale.

Sul fronte ferrarese, il ridimensionamento della linea sostenuta da Fabbri e Coletti si accompagna a un dato che aveva già messo in discussione la narrazione politica della maggioranza. Secondo le rilevazioni pubblicate da Estense.com, nel 2025 il 58% degli alloggi assegnati è andato a cittadini italiani e il 42% a cittadini stranieri; nel 2023 le quote erano rispettivamente del 57% e del 43%. Nel 2019, durante la precedente amministrazione, la percentuale di assegnazioni a stranieri era invece del 32%. Numeri che non dimostrano, da soli, l’efficacia o l’inefficacia di un singolo criterio, ma che non confermano l’idea di una diminuzione della quota di assegnazioni a stranieri rispetto al precedente mandato amministrativo.

In commissione regionale il centrodestra ha contestato la scelta. Per Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia, negli alloggi pubblici ci sarebbe una quota eccessiva di stranieri, una situazione che, a suo giudizio, avrebbe potuto essere affrontata con la residenzialità storica. Tommaso Fiazza, della Lega, ha accusato la Regione di lasciare soli i Comuni su una questione che considera centrale. Di segno opposto la posizione del Pd. Paolo Calvano ha sostenuto la necessità di adeguarsi alla pronuncia costituzionale, ricordando che anche Forlì, amministrata dal centrodestra, ha già modificato il proprio regolamento. “Non possiamo chiudere gli occhi o far finta che quella contestazione non ci sia stata”, ha affermato, sottolineando che la delibera regionale non impone direttamente ai Comuni di adottare una specifica soluzione.

Per Ferrara, dunque, la partita non è necessariamente chiusa sul piano regolamentare, ma il quadro giuridico è cambiato e la strategia rivendicata dalla giunta Fabbri deve fare i conti con limiti più stringenti. La residenzialità storica, presentata come uno degli strumenti centrali per tutelare i residenti di lungo corso, non può più essere considerata una soluzione automaticamente legittima né una garanzia di priorità per chi vive da più anni in città. La possibilità di intervenire resta ai Comuni, ma dovrà confrontarsi con i principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione.

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