Quarantatremila e ottantatré. È il numero di decessi attribuibili in Italia nel 2023 all’esposizione di lungo periodo alle polveri sottili PM2.5 per concentrazioni superiori al livello indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità.
È il valore assoluto più alto tra i Paesi dell’Unione europea secondo l’Agenzia europea dell’ambiente. Ma il dato va interpretato correttamente: non significa che l’Italia sia automaticamente “il Paese più inquinato d’Europa”. Si tratta di una stima epidemiologica sulla mortalità attribuibile, sulla quale incidono anche la numerosità e la struttura per età della popolazione. Per l’Italia l’Eea calcola 43.083 decessi nel 2023, con un intervallo di confidenza tra 32.944 e 48.009, e un tasso di 100,6 ogni 100mila abitanti con almeno 30 anni. Dal 2005 il tasso si è ridotto del 43,4%.
Dentro il problema italiano c’è però una delle aree europee dove la lotta allo smog è strutturalmente più difficile: la Pianura Padana. E dentro quel bacino c’è Ferrara. Una circostanza tornata al centro della discussione proprio mercoledì 9 settembre, durante la Quinta Commissione consiliare convocata per illustrare l’efficacia dei trattamenti enzimatici utilizzati sulle strade contro il risollevamento delle polveri.
Alla seduta, presieduta da Luca Caprini e con il vicesindaco Alessandro Balboni, hanno partecipato tra gli altri la rappresentante di Arpae Tiziana Melfi, il dirigente comunale Alessio Stabellini, Sandro Berghi di Hera e la volontaria ambientalista Marianna Suar.
Ed è proprio da Arpae che è arrivata una delle ammissioni più significative: con i nuovi limiti europei la partita si farà molto più complicata.
I dati definitivi relativi al 2025 consegnano, almeno secondo la normativa ancora in vigore, un quadro regolare. Nelle stazioni della provincia di Ferrara sono stati rispettati i valori limite annuali per PM10 e PM2.5, così come quelli previsti per biossido di azoto, benzene, metalli e benzo(a)pirene.
Ma è sufficiente utilizzare il metro di giudizio che entrerà in vigore nel 2030 perché il quadro cambi. Nel 2025 la concentrazione media annuale di PM2.5 è stata di 14,9 microgrammi per metro cubo a Villa Fulvia, la stazione urbana di fondo del capoluogo, 11,9 a Gherardi e 10,9 a Ostellato.
L’attuale limite annuale è fissato a 25 microgrammi per metro cubo. La direttiva europea 2024/2881 stabilisce invece che dal 2030 il valore limite dovrà scendere a 10 microgrammi per il PM2.5. Per il PM10 si passerà a 20 microgrammi come media annuale e a 45 come valore giornaliero, superabile al massimo 18 volte l’anno. Anche per il PM2.5 comparirà un limite giornaliero di 25 microgrammi, con un massimo di 18 superamenti.
Questo significa che, prendendo come riferimento le concentrazioni medie registrate nel 2025, tutte e tre le stazioni ferraresi che misurano il PM2.5 si troverebbero già sopra il limite annuale previsto per il 2030.
Villa Fulvia sarebbe quasi il 50% oltre la nuova soglia. E i suoi 14,9 microgrammi sono circa tre volte i 5 microgrammi per metro cubo indicati dall’Oms come livello guida annuale. È il paradosso attorno al quale ruota l’intera questione: un’aria può rispettare pienamente la legge di oggi e rimanere allo stesso tempo lontana dai livelli che saranno richiesti tra meno di quattro anni e da quelli considerati maggiormente protettivi per la salute
Il tema è emerso esplicitamente durante la Commissione. Alla domanda della consigliera Anna Zonari su cosa accadrebbe applicando già oggi i nuovi standard, Melfi ha definito il loro raggiungimento una “sfida molto molto difficile” per l’intero bacino della Pianura Padana, precisando che sono già in corso simulazioni e valutazioni regionali.
La rappresentante di Arpae è andata oltre. Considerata la possibilità prevista dalla direttiva per particolari condizioni territoriali, ha sostenuto che l’Emilia-Romagna e le altre regioni padane potrebbero dover andare verso la richiesta di una proroga nell’applicazione dei nuovi valori limite, perché anche considerando le misure previste dal Piano aria regionale il raggiungimento degli obiettivi resta difficile nell’attuale contesto geografico.
Una dichiarazione che rende molto concreto il salto tra le norme attuali e quelle del prossimo decennio. La stessa Arpae ha ricordato in Commissione che per il PM10 a Ferrara il trend di lungo periodo è in diminuzione e che negli ultimi tre anni non si sono più registrati, una volta considerati i contributi naturali previsti dalla normativa, superamenti del tetto attuale delle 35 giornate.
Al momento della seduta del 9 settembre, nel 2026 Corso Isonzo era a 17 giornate sopra i 50 microgrammi, Villa Fulvia a 9. Secondo Melfi la proiezione rendeva plausibile restare sotto le 35 giornate entro fine anno. Ma dal 2030 non basterà più: il numero massimo di superamenti ammessi scenderà a 18 e il valore giornaliero stesso passerà da 50 a 45 microgrammi.
Nel complesso, nel 2025 Arpae ha classificato l’aria ferrarese come “buona” o “accettabile” per 294 giorni, l’80,5% dell’anno. Negli altri 71 giorni, quasi uno su cinque, la qualità è stata “mediocre” o “scadente”.
A cambiare è soprattutto l’inquinante responsabile. Nei mesi invernali sono le polveri a determinare le maggiori criticità; con l’arrivo dell’estate il problema si sposta sull’ozono.
E il 2026 lo mostra chiaramente. Al 5 settembre Villa Fulvia aveva già registrato 71 giorni di superamento del valore-obiettivo di 120 microgrammi per metro cubo sulle otto ore; erano 73 a Cento, 66 a Gherardi e 57 a Ostellato. Villa Fulvia aveva inoltre contato due superamenti della soglia oraria di informazione.
Non significa 71 violazioni di legge, perché per l’ozono il rispetto del valore-obiettivo viene valutato secondo criteri pluriennali. Ma dà la dimensione della frequenza con cui durante la stagione calda le concentrazioni superano il riferimento sanitario.
Ferrara si trova così a fare i conti con due stagioni dell’inquinamento: particolato nei mesi freddi e ozono in quelli più caldi.
La ragione non è soltanto ciò che viene emesso a Ferrara. Nel corso della Commissione uno dei temi più discussi è stato proprio il carattere sovralocale dell’inquinamento. La Pianura Padana, ha ricordato Melfi, funziona come un grande “catino” chiuso a nord dalle Alpi e a sud dagli Appennini, nel quale le sostanze inquinanti tendono a ristagnare.
Il consigliere Rendine ha insistito sul fatto che soprattutto il particolato secondario non possa essere affrontato come un problema esclusivamente comunale. Melfi ha condiviso il carattere spaziale del fenomeno, respingendo però l’idea che questo renda inutili gli interventi locali: ogni territorio, ha sostenuto, deve ridurre per quanto possibile il proprio contributo alle emissioni.
Ed è proprio qui che il discorso si allarga a ciò che la Pianura Padana produce. La geografia favorisce il ristagno, ma ciò che ristagna è il prodotto di una delle aree più densamente produttive d’Europa.
Melfi lo ha detto chiaramente in Commissione: oltre alla grande industria lombarda, piemontese, emiliana e veneta, nel bacino pesa il settore agricolo e zootecnico. Agricoltura e allevamenti producono ammoniaca, che è un precursore del particolato secondario. “Abitiamo in un’area molto produttiva sotto tutti i punti di vista – ha sintetizzato – che produce anche tanto inquinamento e non lo lascia uscire”.
I dati dell’inventario regionale delle emissioni 2023 confermano il quadro. In Emilia-Romagna il 96% delle emissioni di ammoniaca deriva dalle pratiche agricole e dalla zootecnia, mentre il 47% degli ossidi di azoto è attribuito al trasporto stradale. Gli NOx contribuiscono alla formazione sia del particolato secondario sia dell’ozono. Le principali emissioni di biossido di zolfo derivano invece dalla combustione industriale e dai processi produttivi.
Questo non significa, naturalmente, che il PM2.5 respirato a Ferrara sia prodotto per il 96% dagli allevamenti. L’ammoniaca è uno dei precursori: una parte significativa del particolato fine si forma nell’atmosfera attraverso reazioni tra sostanze provenienti da sorgenti diverse.
Ed è proprio questa natura “secondaria” di una parte dell’inquinamento a rendere insufficienti letture che cerchino un solo responsabile.
Il Ferrarese, d’altra parte, non è estraneo alle sorgenti emissive. Nel territorio provinciale convivono un’agricoltura e una zootecnia rilevanti, il polo chimico e altre installazioni industriali. Arpae dispone infatti, oltre alle stazioni della rete regionale, di due centraline locali dedicate a situazioni specifiche: Barco, posta a presidio delle ricadute del polo chimico, e Cassana, originariamente collocata per monitorare la centrale turbogas di Enipower e oggi utilizzata anche per campagne legate all’inceneritore.
Secondo Melfi, i monitoraggi di benzene, idrocarburi policiclici aromatici, metalli, diossine, furani e Pcb non evidenziano al momento criticità paragonabili a quelle legate a polveri e ozono.
C’è poi una dimensione strettamente urbana. Corso Isonzo è la stazione di traffico urbano, mentre Villa Fulvia rappresenta il fondo urbano: due punti scelti per fotografare esposizioni differenti.
Sul biossido di azoto il legame con la mobilità emerge con particolare chiarezza. Durante la Commissione Arpae ha indicato un andamento giornaliero con due picchi, intorno alle 7-8 del mattino e alle 18-19, in corrispondenza delle ore di maggiore traffico. A Corso Isonzo nel 2025 si era inoltre registrato un leggero aumento dell’NO2, che Melfi ha indicato come meritevole di ulteriori approfondimenti e potenzialmente collegato all’incremento dei flussi veicolari.
Il Comune punta ora proprio sui dati dei flussi. Stabellini ha spiegato che gli impianti semaforici dispongono già di sensori per conteggiare i transiti e che è prevista l’estensione a dispositivi capaci di distinguere automobili, biciclette e pedoni. Nell’ambito del nuovo finanziamento del ministero dell’Ambiente, vicino ai 15 milioni di euro, l’obiettivo è arrivare anche a semafori in grado di modificare i tempi di verde e rosso per limitare le congestioni nei nodi più problematici, a partire dall’asse Cavour-Corso Isonzo-Cittadella.
La Commissione era stata convocata soprattutto per fare il punto sul trattamento enzimatico sperimentato attraverso il progetto europeo Air-Break.
Il progetto, durato dal 2019 al 2023, ha avuto un valore di 5 milioni di euro, finanziato all’80%, e ha portato tra le altre cose alla realizzazione di una ciclabile tra Tecnopolo e centro, alla piantumazione di circa 2.500 tra alberi e arbusti in cinque aree e all’installazione di 14 sensori di secondo livello per la qualità dell’aria.
Uno degli interventi è stato poi mantenuto dopo la conclusione del progetto: alcuni mezzi Hera per la raccolta dei rifiuti nebulizzano sulle strade, soprattutto nei mesi autunnali e invernali, una soluzione destinata a fissare al suolo il PM10 e limitarne il risollevamento provocato dal passaggio dei veicoli. L’attività viene svolta sfruttando percorsi che i camion compirebbero comunque, senza mettere in strada mezzi appositi.
Durante la seduta Marianna Suar ha indicato in circa il 20% l’efficacia media osservata nei lavaggi, sottolineando però che il risultato varia in funzione della concentrazione iniziale e che l’effetto di un secondo passaggio sarebbe inferiore al primo. È un dato presentato nel corso della Commissione nell’ambito della sperimentazione locale, e non va confuso con una stima Arpae dell’intero miglioramento della qualità dell’aria: lo stesso intervento ha ricordato la presenza di numerose concause.
Per Arpae, tra le altre leve sulle quali intervenire ci sono invece anche infrastrutture verdi, trasporto pubblico, ciclabilità e riqualificazione energetica degli edifici. A Villa Fulvia, ha osservato Melfi, il PM2.5 può in alcuni periodi superare persino quello misurato nella stazione di traffico, e tra le spiegazioni indicate c’è ancora l’utilizzo di biomassa legnosa e pellet per il riscaldamento domestico.
La questione, dunque, non sembra essere se Ferrara abbia fatto o meno qualcosa. Gli interventi ci sono e i dati mostrano un miglioramento di lungo periodo delle polveri. Il punto è se la velocità di quel miglioramento sia sufficiente rispetto agli standard sanitari e normativi che stanno cambiando.
Nel 2025 Villa Fulvia, con 14,9 microgrammi di PM2.5, era ampiamente dentro l’attuale limite di 25. Con lo stesso valore nel 2030 sarebbe fuori norma. E la valutazione pronunciata da Arpae davanti ai consiglieri restituisce forse meglio di qualsiasi classifica la dimensione della sfida: per Ferrara e per l’intera Pianura Padana raggiungere i nuovi valori europei sarà “molto molto difficile”.
L’essere “a norma”, insomma, non coincide necessariamente con il respirare aria pulita. E tra ciò che oggi è consentito e ciò che l’Europa chiederà tra pochi anni si apre ora la vera partita sulla qualità dell’aria ferrarese.