Il dibattito sul futuro del Ferrara Buskers Festival si arricchisce di una nuova voce, quella della direttrice artistica Rebecca Bottoni, che interviene dopo le critiche emerse al termine della 39ª edizione e dopo gli interventi di Roberto Manuzzi e dell’assessore alla Cultura del Comune di Ferrara Marco Gulinelli.
Il primo aveva proposto di ripensare radicalmente la formula, con il centro storico nuovamente libero e gratuito per i buskers e i grandi artisti di strada ospitati invece nei teatri cittadini a pagamento. Una sorta di doppio binario, pensato per distinguere la dimensione spontanea della strada dagli spettacoli degli artisti internazionali. Manuzzi aveva anche sostenuto che il mondo dell’arte di strada degli anni Ottanta non esiste più e che il Festival debba confrontarsi con una trasformazione profonda della fruizione musicale.
Poi è arrivata la presa di posizione di Gulinelli, ancora più netta: “Il Ferrara Buskers Festival, così com’è diventato oggi, non funziona”. L’assessore ha chiesto agli organizzatori di rivedere profondamente le modalità di accesso in vista della 40ª edizione, contestando in particolare la scelta di chiudere una parte del centro storico e renderla accessibile a pagamento. Il Comune, ha ricordato, ha sostenuto la manifestazione con 110mila euro nell’edizione appena conclusa, mentre i sostegni pubblici complessivi arrivano a coprire circa il 70% del bilancio.
Bottoni parte invece dalla storia. “Il Ferrara Buskers Festival è una storia lunga 39 anni. Non è una passione di stagione, non è qualcosa che arriva, fa rumore per qualche giorno e poi se ne va”. Una presenza che, sottolinea, “è rimasta, anno dopo anno, e che ha costruito nel tempo un legame profondo con la città”. E in questo percorso riconosce anche il ruolo del Comune, con il quale, afferma, “c’è sempre stato un dialogo aperto e costruttivo”.
La direttrice artistica non nega però il momento di difficoltà. “E forse, come tutti gli amori lunghi, anche questo ogni tanto può avere un momento di stanchezza”, osserva, invitando però a non fermarsi soltanto alle criticità. “Dopo 39 anni, il Ferrara Buskers Festival è ancora qui. E non è una cosa scontata”.
Secondo Bottoni, proprio la quantità delle critiche dimostra quanto il Festival continui a essere importante per Ferrara. “Se oggi ci sono così tante critiche, discussioni e opinioni diverse, è anche perché c’è ancora tanto amore; quando qualcosa non ci interessa più, semplicemente smettiamo di parlarne”. E aggiunge: “Il fatto che Ferrara discuta così tanto del suo festival significa che quel festival è ancora profondamente dentro la città”.
Da qui l’appello a costruire una responsabilità condivisa. Non soltanto Comune e organizzatori, ma anche imprese, commercianti, associazioni di categoria e cittadini. “Mi piacerebbe che anche le imprese del territorio potessero vedere questo non soltanto come un’occasione di visibilità, ma come un investimento in una storia che continua, in un patrimonio che appartiene a Ferrara e che può crescere ancora”.
Le risorse generate dal Festival, aggiunge, “devono continuare a ricadere sul territorio, essere reinvestite e creare nuove opportunità per le attività locali”. Ma “non possiamo pensare che tutto questo possa essere finanziato soltanto dalla parte pubblica”: serve, nelle parole della direttrice, “una città che faccia squadra”.
Un ragionamento che comprende anche il lavoro prodotto attorno alla manifestazione durante l’anno. “Da ottobre abbiamo lavorato insieme alla città. Evidentemente dobbiamo fare ancora di più. E dobbiamo cominciare subito”. Tra gli obiettivi indicati c’è anche quello di non disperdere le professionalità costruite in questi anni: “Vorrei anche poter dare continuità ai tanti ragazzi bravissimi che hanno lavorato nello staff, creando per loro opportunità di lavoro oltre l’evento. Anche questo, per me, significa investire su Ferrara”.
Bottoni distingue poi le critiche dalle offese: “Ogni critica costruttiva è ben accetta. Le offese, un po’ meno”.
Il cuore del suo intervento, però, riguarda la natura stessa del Buskers Festival e la discussione sul biglietto. Bottoni rivendica il ruolo storico della manifestazione nel processo che ha portato la musica fuori dai luoghi tradizionali dello spettacolo. “Abbiamo lottato perché la musica uscisse dai teatri, dai luoghi deputati allo spettacolo, e potesse incontrare le persone direttamente nelle strade e nelle piazze”. E ancora: “Abbiamo contribuito a creare una libertà che oggi ci sembra scontata. E forse proprio per questo ci siamo dimenticati che, prima, non c’era”.
Ma quella libertà, sostiene, non sarebbe messa in discussione dall’introduzione di un biglietto. Il problema, semmai, sarebbe non riconoscere il valore del lavoro degli artisti. “Dietro ogni musicista ci sono anni di studio, sacrificio, disciplina e dedizione. Suonare non è semplicemente avere una chitarra in mano: suonare è lavoro. È talento costruito nel tempo”.
Un passaggio che Bottoni considera particolarmente importante quando si parla di artisti di strada. “Questo vale ancora di più per il musicista di strada, che troppo spesso viene considerato semplicemente come qualcuno che ‘basta che suoni’. No. Non basta che suoni”.
Il Festival, ricorda, svolge anche un lavoro di ricerca e selezione internazionale. “Il valore del Ferrara Buskers Festival è anche quello di andare a cercare musicisti straordinari in ogni parte del mondo e portarli qui”. Dietro ci sono viaggi, voli intercontinentali, culture differenti e la costruzione di un programma artistico che, secondo Bottoni, costituisce uno degli elementi distintivi della manifestazione.
“Non confondiamo quindi la semplicità apparente della strada con la semplicità del lavoro che c’è dietro”, è il suo invito. E sul rapporto con gli artisti aggiunge: “Di una cosa sono certa, e ne ho anche le prove cartacee: gli artisti sono stati felicissimi di essere a Ferrara”. Perché, conclude su questo punto, “senza gli artisti non esisterebbe il festival”.
La direttrice arriva così alla questione centrale sollevata anche da Gulinelli e Manuzzi: il biglietto. La risposta non è una difesa a prescindere della formula attuale, ma una domanda rivolta alla città. “Se vogliamo continuare a scoprire artisti nuovi, portare culture diverse, mantenere alta la qualità e fare di Ferrara un punto di riferimento mondiale del busking, dobbiamo investire”.
E allora, sostiene Bottoni, “la domanda vera non è: ‘Siete favorevoli o contrari al biglietto?’ La domanda è: quale alternativa concreta siamo capaci di costruire insieme per poterlo togliere?”
La disponibilità al confronto, assicura, c’è: “Io sono apertissima a discuterne. Ma servono soluzioni, non palliativi”. Perché “ogni evento ha un costo” e la gratuità, nella sua ricostruzione, è possibile soltanto quando qualcuno riesce a coprire quei costi. Negli ultimi anni, spiega, molti di questi sono aumentati “a doppia cifra percentuale”.
Bottoni rivendica infine trasparenza nelle scelte economiche: “Le nostre scelte non sono state fatte a cuor leggero, non lo sono mai”. E aggiunge: “Diciamo questo in maniera trasparente, così come lo sono i nostri bilanci, pubblicati e certificati”.
Il punto di arrivo, però, non è la difesa dello status quo. È la volontà di guardare al futuro. “Dopo 39 anni, io continuo a pensare che il Ferrara Buskers Festival possa avere ancora un futuro enorme e che la città di Ferrara possa essere vera protagonista”.
Un futuro che, alla luce degli interventi di Manuzzi e Gulinelli, appare ormai inevitabilmente legato alla capacità di trovare una nuova formula per la 40ª edizione. Da una parte la richiesta di restituire il centro alla sua dimensione libera e popolare, dall’altra la necessità di sostenere economicamente un’organizzazione che rivendica costi e qualità artistica. In mezzo, una città chiamata a decidere quanto vuole investire nel proprio Festival e quale Festival vuole.
“Io amo la mia città. E vedere una città che fa squadra, che crede nel proprio festival e che lo sente davvero come una parte del proprio patrimonio, sarebbe per me la cosa più bella”, conclude Bottoni.