Ho letto la lettera aperta di Rebecca Bottoni sul Ferrara Buskers Festival e, ancora una volta, mi sono trovata davanti a una narrazione che racconta soprattutto la storia della famiglia, la passione, i quasi quarant’anni di attività e le difficoltà del momento.
È una parte della storia, certamente, ma non è tutta la storia.
Perché quando si parla di una manifestazione definita patrimonio della città, credo sia doveroso ricordare anche quanto quella stessa città, attraverso le proprie istituzioni, abbia contribuito a sostenerla economicamente nel corso degli anni.
Sarebbe opportuno ricordare un altro elemento: la realtà organizzativa e imprenditoriale costruita dalla famiglia Bottoni attorno al Festival è stata ampiamente sostenuta dalle istituzioni e dalla collettività per decenni.
Non parliamo di un sostegno occasionale.
I numeri, almeno per gli ultimi sette anni che ho ricostruito sulla base della documentazione pubblica, parlano chiaro:
2019: 175.283,72 euro
2020: 172.047,22 euro
2021: 191.491,34 euro
2022: 184.094,74 euro
2023: 192.752,97 euro
2024: 256.248,16 euro
2025: 180.554,68 euro
Complessivamente, nel periodo 2019-2025, si arriva a 1.352.473,83 euro.
Oltre un milione e trecentocinquantamila euro di contributi pubblici in sette anni.
Nel solo 2025 risultano 24.514,68 euro dal Ministero della Cultura, 30.940 euro dalla Regione Emilia-Romagna, 105.600 euro dal Comune di Ferrara e 19.500 euro dal Comune di Comacchio.
Nel 2024 il totale dei contributi indicati arriva invece a 256.248,16 euro.
E questi sono soltanto gli ultimi sette anni. Il sostegno pubblico al Festival ha una storia molto più lunga.
Non metto in discussione il ruolo della famiglia Bottoni nella nascita e nello sviluppo del Ferrara Buskers Festival. Sarebbe assurdo farlo. Ma non si può raccontare una storia lunga quasi quarant’anni mettendo in primo piano soltanto il contributo della famiglia e lasciando sullo sfondo quello, altrettanto concreto, della collettività.
Dietro quei quarant’anni ci sono amministrazioni pubbliche di diverso orientamento politico, soldi dei contribuenti, Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ferrara, Comune di Comacchio e altri soggetti pubblici e privati che hanno contribuito, sostenuto e accompagnato il Festival.
Ci sono stati contributi economici, ma anche strutture, servizi, spazi e altre forme di sostegno.
Per questo, quando oggi si chiede alla città di considerare il Festival come un patrimonio da salvare e custodire, credo sia giusto ricordare che la città non si è limitata ad applaudirlo: lo ha sostenuto per decenni.
E proprio per questo motivo i cittadini hanno tutto il diritto di criticare e discutere le scelte dell’organizzazione.
C’è anche un’altra domanda che credo sia legittimo porsi: che cosa è rimasto oggi dello spirito originario dei Buskers?
Il Ferrara Buskers Festival è nato come celebrazione della musica di strada, della libertà dell’artista, dell’incontro spontaneo tra musicisti e pubblico, senza barriere e senza intermediari.
Oggi, invece, ci troviamo davanti a un Festival sempre più delimitato, organizzato dentro un’area circoscritta e con un biglietto d’ingresso.
E allora viene spontaneo chiedersi: chiudere i buskers dentro un recinto e chiedere al pubblico di pagare per entrare è davvero la migliore rappresentazione di quello spirito libero e popolare da cui tutto è nato?
La musica di strada, per sua stessa natura, appartiene alla strada.
Il fascino dei buskers era proprio quello di poter attraversare Ferrara e incontrare un musicista in una piazza, sotto un portico o lungo una strada, fermarsi ad ascoltarlo senza aver comprato un biglietto e senza sapere in anticipo cosa sarebbe successo.
Trasformare tutto questo in un evento delimitato, regolamentato e a pagamento può essere una scelta organizzativa legittima, ma ciò significa anche prendere atto che il Festival è cambiato profondamente.
Forse sarebbe più onesto discutere anche di questo cambiamento, invece di appellarsi soltanto alla tradizione, al sentimentalismo e alla memoria.
E sarebbe anche ora di smettere di lamentarsi e avere il coraggio di accettare le critiche.
Non significa essere contro il Ferrara Buskers Festival, ma chiedersi che cosa vogliamo davvero conservare: il nome, la tradizione, il marchio oppure quello spirito libero della musica di strada che aveva reso il Festival così particolare e amato?
Dopo quasi quarant’anni, forse, non servono soltanto ricordi e appelli, ma numeri, documenti, trasparenza e il coraggio di interrogarsi su ciò che il Festival è diventato.
Perché se il Ferrara Buskers Festival è davvero un patrimonio della città, allora bisogna avere il coraggio di raccontare tutta la storia.
Anche quella parte che parla di quanto la collettività, per decenni, ha sostenuto la realtà costruita attorno alla famiglia Bottoni e al Festival.
La memoria è importante.
Ma la memoria, per essere davvero memoria, deve essere completa.
Anna Ferraresi,
ex consigliera comunale