Politica
12 Agosto 2026
Intervento dell'assessore del Comune di Ferrara Stefano Vita Finzi Zalman in occasione del ricordo dei nove patrioti ferraresi trucidati nei pressi della Certosa tra il 10 e il 20 agosto 1944

Eccidio Certosa. Zalman: “Qui per ridare voce a quei nomi che il fascismo tentò di cancellare”

di Redazione | 5 min

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Qui l’intervento dell’assessore del Comune di Ferrara Stefano Vita Finzi Zalman in occasione della cerimonia per ricordare i nove patrioti ferraresi trucidati nei pressi della Certosa tra il 10 e il 20 agosto 1944. 

di Stefano Vita Finzi Zalman*

Autorità civili, militari e religiose, cari rappresentanti delle associazioni partigiane e combattentistiche, gentili familiari delle vittime, concittadini tutti.

Ci ritroviamo qui, come ogni anno, stretti attorno a questo sacro cippo della Certosa.

Non compiamo un semplice atto formale o un obbligo del calendario: siamo qui per rinnovare un patto vivo che lega il ricordo all’impegno di ogni giorno.

Siamo qui per custodire la memoria e onorare i nostri fratelli, strappati alla vita in una delle pagine più cupe della storia della nostra città: l’Eccidio della Certosa.

Questo è un luogo che parla sottovoce, dove la pietra si fa testimone di un mattino che non conobbe la luce, ma sprofondò nell’oscurità più fitta.

Era l’alba dell’11 agosto 1944. Una data che, per la ferocia inaudita con cui fu scritta, è rimasta impressa come una cicatrice profonda e indelebile nel cuore di Ferrara e dell’intera Nazione.

Non siamo qui oggi per arrenderci al dolore o per consumare una commozione sterile.

Siamo qui per pronunciare una promessa solenne, incrollabile: quella di non dimenticare.

Siamo qui per ridare voce a quei nomi che la violenza cieca del fascismo tentò di cancellare per sempre.

Sette storie bruscamente interrotte contro questo stesso muro:  Tersillo Destino Sivieri, nato a Coccanile di Copparo nel 1913 e abitante a Cocomaro di Focomorto; Guido Droghetti, nato a Quacchio nel 1914 e abitante a Pontegradella; Amleto Piccoli, nato a Pilastri di Bondeno nel 1912 e abitante a Ferrara, in via Argine Ducale; Gaetano Bini, detto “Mario”, nato a Rero di Formignana nel 1894 e abitante a Ferrara in Borgo San Luca; Guido Fillini, nato a Occhiobello nel 1898 e abitante a Francolino; Romeo Bighi, nato a Lagosanto nel 1923; Renato Squarzanti, nato a Porotto nel 1915.

Dietro ciascuno di questi nomi non ci sono soltanto delle date o dei profili lontani: ci sono volti, sguardi, mani abituate alla fatica e cuori legati agli affetti più cari.

Erano padri, figli, mariti e fratelli. Persone fatte della nostra stessa carne, con i loro sogni, le speranze per il domani e la dolcezza di una casa che li attendeva la sera.

Molti di essi varcavano ogni giorno i cancelli della “Gomma Sintetica”, il grande cuore operaio di Ferrara, spendendo le proprie energie nel lavoro quotidiano.

Eppure, terminata la fatica nei reparti, trovavano la forza interiore per schierarsi dalla parte della dignità, per dire no alla prepotenza fascista e per coltivare la speranza indomita di un’Italia libera.

Non caddero per aver infranto una legge giusta, ma furono assassinati per ciò che rappresentavano nell’intimo del loro spirito: liberi pensatori, antifascisti, uomini che credevano nel riscatto della giustizia.

La loro esecuzione fu una spietata rappresaglia, un atto di terrore con cui il regime fascista cercò disperatamente di soffocare la voce della libertà che cominciava a levare alta nella nostra terra.

Quella notte tremenda – che le pagine toccanti del cappellano don Lelio Calessi ci hanno consegnato con struggente precisione – fu il tragico contraccolpo per la morte di Mario Villani, famigerato gerarca della Squadra politica.

La giustizia fu calpestata e sacrificata sull’altare della vendetta, in un buio in cui ogni briciola di umanità era smarrita. In quella stessa notte di terrore, un altro uomo, Jovanti Balestra, destinato al medesimo destino, riuscì miracolosamente a sottrarsi al piombo e a salvarsi.

Ma i racconti che ci sono tramandati parlano di sevizie inumane, di un processo farsa allestito nel cuore della notte solo per dare una parvenza di legalità a condanne già scritte.

Il registro del lutto, purtroppo, non si chiude qui. Pochi giorni dopo, il 20 agosto, lo stesso muro fu macchiato dal sangue di altri due giovani, Donato Cazzato e Mario Zanella. A essi si unisce il destino straziante di Mario Bisi, consumato dalle torture nelle celle della Questura e la cui fine fu miseramente etichettata come un improbabile “suicidio”, sebbene giacesse ammanettato.

Non stiamo commemorando freddi numeri incisi sul marmo, ma esistenze spezzate, case rimaste vuote, famiglie che hanno portato per sempre il peso di un’assenza incolmabile.

La storia di Ferrara in quei mesi è intrisa di una scia dolorosa: dall’eccidio estense del 1943 fino ai tragici fatti del Doro e di Porotto. Sono ferite che ci ammoniscono su come il male non nasca mai dal nulla, ma germogli ogni volta che un’ideologia disumanizza l’altro, seminando divisione e odio.

Ecco perché il nostro ritrovarci qui non è un rito stanco, ma un altissimo dovere di vigilanza. La memoria di questi nostri martiri non costituisce un peso del passato, bensì una luce vivida che deve rischiarare il nostro presente e guidare le nostre scelte civili.

Abbiamo il compito sacro di custodire i principi per i quali essi hanno offerto la vita: la libertà, la democrazia, la giustizia sociale e il rispetto della dignità del lavoro. Sono le fondamenta della nostra Repubblica, e spetta a ciascuno di noi difenderle ogni giorno con coraggio e coerenza, come cittadini vigili e consapevoli.

Possa il loro sacrificio rimanere per sempre radicato nella nostra coscienza come monito e ispirazione. Oggi, stringendoci con affetto fraterno ai loro familiari e a tutti voi, non celebriamo soltanto il loro estremo sacrificio, ma rinnoviamo la promessa di custodire i loro sogni, la loro umanità e i valori immortali per cui hanno vissuto e sono caduti.

*assessore del Comune di Ferrara

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