Copparo. Manca da otto anni Alfio Finetti. Era la notte tra il 7 e l’8 agosto 2018 quando il cantautore si spegneva a Ferrara, lasciando un grande vuoto che il territorio ferrarese in generale, e copparese in particolare, continua a colmare con la memoria.
Nato ad Ambrogio il 14 novembre 1933, Finetti ha dedicato mezzo secolo alla musica in vernacolo, raccontando pregi e difetti dei ferraresi su ritmi blues attraversati dalle sonorità del liscio. Un lavoro prolifico, entrato nella vita dell’intero territorio: 20 album incisi, 200 brani composti, tra cui l’inno della Spal.
Al suo attivo anche il musical “Passeggiando nel 2500 e rotti”, con le scene firmate da un altro nome che ha reso celebre Ferrara nel mondo, Carlo Rambaldi, oltre a libri e raccolte di poesie che ne testimoniano la versatilità.
Per il territorio copparese Finetti non è stato soltanto un artista, ma un narratore capace di tratteggiare in musica l’identità di una comunità intera, tramandando insieme alle sue canzoni un prezioso patrimonio linguistico, il dialetto. Un’eredità che il Comune di Copparo ha scelto di custodire fissando il nome e l’opera di uno dei suoi figli più illustri: dalla stagione 2021-2022 il cartellone dialettale del Teatro De Micheli, valorizzato dalle attivissime compagnie teatrali locali “Quei da Cupar” e “Insieme X Caso”, porta il nome “T’arcordat cla síra?”, verso tratto da “Turnàr a Cupàr”, il brano che Finetti dedicò al suo paese natale. Lo stesso titolo accompagna anche il museo allestito nel ridotto del teatro, inaugurato il 16 aprile 2022 grazie alla donazione della figlia Rita: strumenti musicali, spartiti, vinili, la maglia della Spal, la celebre valigia “Cupar – New York”, gli scritti autografi di Rambaldi, la macchina da scrivere usata per libri e poesie, insieme a riconoscimenti e fotografie che ripercorrono la sua carriera si possono visitare nelle giornate di apertura del teatro.
«Alfio Finetti ha segnato la nostra storia, lasciandoci uno straordinario patrimonio culturale – rimarca l’assessore alla Cultura, Francesca Buraschi -. È stata una figura unica, capace di raccontare tutti noi e le nostre radici attraverso le sue canzoni, mettendo il suo grande talento al servizio della narrazione: ha saputo cogliere i particolari in cui ognuno di noi può riconoscersi, coniugando due espressioni preziose come la musica e il dialetto. E proprio il dialetto rappresenta un elemento identitario fondamentale, che non deve andare perduto. Come ogni anno ricordiamo questo grande artista e lo ringraziamo per quanto ci ha donato e per quanto ci ha lasciato».
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