Sono 4.830 i beni culturali privati sottoposti a vincolo in Emilia-Romagna: palazzi, ville, castelli, parchi e giardini che contribuiscono a definire il volto delle città, dei borghi e delle campagne della regione. Un patrimonio diffuso la cui conservazione, in quasi otto casi su dieci, viene finanziata esclusivamente dai proprietari.
Che cosa accadrebbe se questo impegno venisse meno? È la domanda da cui prende avvio il nuovo video-appello realizzato da Adsi Emilia-Romagna, al centro di un’iniziativa di sensibilizzazione nata per rendere visibile il ruolo quotidiano dei privati nella tutela di beni che producono valore culturale, sociale ed economico per l’intera collettività.
Il messaggio è rivolto alle istituzioni, alle quali Adsi chiede di aprire un tavolo permanente con i proprietari e con i soggetti coinvolti nella conservazione dei beni vincolati, per arrivare alla definizione di un piano dedicato al patrimonio culturale privato.
Dai palazzi che caratterizzano i centri storici di Bologna, Ferrara, Parma, Modena, Reggio Emilia, Ravenna, Rimini, Cesena, Forlì e Piacenza alle ville, ai castelli e ai giardini presenti nei centri minori e nelle aree rurali, una parte rilevante dell’identità dell’Emilia-Romagna dipende dalla capacità di conservare e mantenere vivo questo patrimonio.
“Le dimore storiche sono beni privati, ma il loro valore appartiene all’intera comunità – afferma Beatrice Fontaine, presidente di Adsi Emilia-Romagna –. Dietro ogni facciata restaurata, ogni affresco conservato e ogni giardino curato vi sono proprietari che investono risorse, tempo e competenze. Se questo impegno diventasse insostenibile, non perderemmo soltanto edifici di pregio: si impoverirebbero il paesaggio, l’offerta culturale e l’identità stessa dei nostri territori”.
Un museo diffuso, aperto e vivo
I dati del VI Rapporto 2025 dell’Osservatorio sul Patrimonio Culturale Privato restituiscono la dimensione e la vitalità di questo patrimonio. In Emilia-Romagna il 66,67% delle dimore storiche analizzate ospita eventi nel corso dell’anno, mentre il 74,36% accoglie visite culturali.
Tra le proprietà aperte alle visite, il 55,17% distribuisce gli appuntamenti durante tutto l’anno, mentre il 44,83% concentra le aperture in determinati periodi stagionali.
Le dimore storiche non rappresentano quindi soltanto testimonianze del passato, ma luoghi vivi, capaci di accogliere mostre, concerti, convegni, attività formative e iniziative rivolte al pubblico. La loro apertura amplia l’offerta culturale regionale, valorizza anche i centri minori e contribuisce allo sviluppo di un turismo più diffuso e legato alla storia dei luoghi.
“Una dimora storica ben conservata e aperta al pubblico genera valore ben oltre i propri confini – sottolinea Fontaine –. Sostiene professionalità oramai in via di estinzione, alimenta l’economia locale e contribuisce a rendere più attrattivi non soltanto i grandi centri, ma anche i borghi e le aree interne. Le dimore storiche sono infatti private nella titolarità, ma pubbliche nel significato, nella funzione culturale e nella ricaduta sul territorio, nell’immagine stessa che l’Italia offre di sé al mondo. Ed è proprio su questo equilibrio che si misura la qualità della visione di uno Stato. perché uno Stato non si giudica soltanto dalla nobiltà dei principi che afferma, ma dalla capacità di tradurli in condizioni reali e durature”.
Quasi l’80% degli interventi finanziato solo dai proprietari
A fronte di una funzione culturale, sociale ed economica che interessa l’intera collettività, gli oneri della conservazione continuano a ricadere prevalentemente sui privati. Secondo il Rapporto, quasi l’80% dei proprietari emiliano-romagnoli finanzia gli interventi esclusivamente con risorse proprie, mentre soltanto l’11,34% accede a contributi pubblici.
“Le dimore storiche sono strumenti di sviluppo sostenibile che guardano al futuro valorizzando storia, identità e territori. E poche nazioni al mondo possiedono un patrimonio diffuso come il nostro. Sta a noi decidere se considerarlo un peso oppure una straordinaria opportunità” spiega Fontaine.
ADSI chiede un piano programmatico per le dimore storiche
Il piano richiesto dall’associazione dovrebbe prevedere risorse pluriennali per la manutenzione ordinaria e straordinaria, bandi più facilmente accessibili, tempi autorizzativi più rapidi e incentivi per le proprietà che aprono i propri spazi al pubblico. ADSI chiede inoltre alla Regione di farsi promotrice, anche nei confronti del Governo, di un rafforzamento degli strumenti fiscali destinati ai proprietari dei beni culturali vincolati.
“Non chiediamo interventi sporadici, ma una strategia capace di riconoscere il valore pubblico generato dalle dimore storiche – prosegue Fontaine –. La tutela non può essere affrontata soltanto quando si presenta un’emergenza o quando un bene rischia di essere compromesso. Servono programmazione, continuità delle risorse e un confronto stabile tra istituzioni e proprietari – conclude la presidente di ADSI Emilia-Romagna –. Sostenere le dimore storiche significa investire nell’identità, nella cultura, nell’economia e nella qualità dei territori dell’intera regione”.
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