Un centinaio di persone hanno partecipato sabato 18 luglio al presidio davanti alla Casa circondariale di Ferrara per chiedere la liberazione di Ra’ed Dawoud e degli altri palestinesi detenuti nelle carceri italiane. L’iniziativa, promossa dalle realtà palestinesi nazionali insieme ai comitati locali, tra cui Ferrara per la Palestina, si è svolta contemporaneamente ad altri quattro presidi organizzati davanti agli istituti penitenziari dove sono reclusi i prigionieri al centro della campagna.
La giornata di mobilitazione ha coinvolto Ferrara insieme ad altre città italiane, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui casi di Ra’ed Dawoud, Mohammed, Riyad al-Bustanji, Anan Yaeesh e Ahmed Salem. Nel corso degli interventi, i presenti hanno ribadito che le vicende giudiziarie siano parte di una più ampia offensiva politica contro il movimento di solidarietà con la Palestina.
“Non è un semplice processo, ma un attacco politico al cuore della comunità palestinese italiana”, hanno affermato. “È un attacco a chi, non da questi ultimi due anni, ma da tutta la vita ha combattuto per una Palestina libera e per i diritti del nostro popolo”. Per gli organizzatori, infatti, i procedimenti giudiziari non riguarderebbero soltanto le singole posizioni degli imputati, ma avrebbero l’effetto di intimidire chi sostiene pubblicamente la causa palestinese.
Il caso di Ra’ed Dawoud è stato al centro del presidio di Ferrara. Il suo arresto viene interpretato dagli organizzatori come un tentativo di colpire una figura riconosciuta all’interno della comunità palestinese in Italia. “Non siamo qui soltanto per portare vicinanza a Ra’ed – hanno affermato -, ma per far sentire allo Stato italiano che non facciamo passi indietro e che non abbiamo paura”.
Ampio spazio è stato dedicato anche agli altri detenuti coinvolti nella mobilitazione nazionale. “Questa gente raccoglieva soldi perché, mentre Israele distruggeva tutto a Gaza, voleva costruire tende per chi era rimasto senza casa – hanno detto al microfono -. Sono colpevoli soltanto di essere stati vicini al loro popolo, dilaniato da missili e bombardamenti”.
Nel caso di Anan Yaeesh, i presenti hanno ricordato che le accuse mosse dalla magistratura riguardano il suo presunto ruolo della resistenza palestinese nel campo profughi di Tulkarem, rivendicando la legittimità della resistenza all’occupazione.
Particolarmente critiche anche le considerazioni espresse sui procedimenti che riguardano Ahmed Salem, palestinese di Campobasso condannato a quattro anni con l’accusa di istigazione al terrorismo. A giustificare tale misura ci sarebbe, come hanno riportato negli interventi, del materiale sui suoi social e sul suo telefono. “Ahmed è in carcere perché hanno trovato sul suo cellulare due video della resistenza palestinese, video pubblicati anche dai giornali italiani – hanno spiegato -. Noi denunciamo che non gli sia stata garantita una piena possibilità di difesa”.
Nel corso del presidio è stato anche richiamato il caso di Riyad al-Bustanji, per il quale è stata chiesta la scarcerazione in ragione delle sue condizioni di salute.
Al presidio hanno preso parte rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (Api), dei Giovani Palestinesi d’Italia (Gpi), dell’Udap, dei Cobas di Bologna e di numerosi collettivi locali, tra cui Ferrara per la Palestina, Link, Fgc, Transfemm e Out!*. Erano inoltre presenti delegazioni provenienti da Milano, Padova, Ravenna, Trento e da altre città del Nord Italia.
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