Attualità
5 Luglio 2026
Ronchi: “Siamo lontani anni luce dagli eventi del passato. Con Springsteen ci ha riso dietro tutt'Europa. Siamo scaduti nel provincialismo”

Bob Dylan. Parla 30 anni dopo chi lo portò a Ferrara

di Marco Zavagli | 6 min

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Era il 5 luglio di 30 anni fa quando una leggenda della musica internazionale calca il palco di Piazza Castello a Ferrara.

La città estense accoglie come prima delle uniche due date italiane Bob Dylan. Il “Menestrello di Duluth”, futuro premio Nobel per la Letteratura, arrivò in città nel corso del celebre Never Ending Tour.

Quel concerto segnò anche la nascita della rassegna di Ferrara Sotto le Stelle e uno dei suoi ideatori era stato Alberto Ronchi, allora responsabile culturale dell’Arci, prima di diventare assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, di Bologna e dell’Emilia-Romagna.

“Ti ricordi quei giorni”? Giusto per citare un brano di Guccini…

Me li ricordo. Riuscimmo a portare Dylan a Ferrara grazie a un accordo con un local manager del Veneto che curava i concerti delle star internazionali. Io allora ero responsabile della programmazione, anche se devo dire che la programmazione di Ferrara Sotto le Stelle è sempre stato un lavoro collettivo. Ma l’idea di creare quel festival nasce dall’esperienza piuttosto lunga delle rassegne “Notti flessibili”, che si tenevano nella piscina comunale all’aperto, nello spazio verde che ancora non era parco urbano.

Non temevate di rovinare l’erba…?

I concerti e gli appuntamenti di cinema erano pensati per dimensioni molto più ridotte rispetto ad oggi. E comunque allora tutt’attorno c’era solo campagna. Da quell’esperienza di “Notti flessibili” pensammo a qualcosa di più organizzato e, con il contributo del Comune, partimmo.

A parte Largo Castello quali erano le location scelte?

In due occasioni andammo anche in Piazza Ariostea, per Pino Daniele e Giovanotti, ma capimmo subito che non era il luogo ideale. Si tratta di una zona molto critica per la viabilità, per la presenza delle abitazioni, ma soprattutto perché il pubblico non è contento: si vede male, si sente male e la dimostrazione sono i commenti negativi di chi vi ha partecipato.

Parli del Ferrara Summer Festival?

Esatto. Chi va a vedere quel tipo di concerti si aspetta un certo tipo di volumi. In quel posto non li puoi avere. E anche se tieni i volumi bassi disturbi la gente, Quindi hai sbagliato due volte.

Trent’anni fa si parlava di ritorno economico per la città collegato ai grandi eventi?

Parto da una considerazione, perché ho letto prese di posizione molto strane: i concerti senza contributi non si fanno. Dimentichiamoci di credere che gli organizzatori guadagnino con i concerti. Ci guadagnano solo i manager e gli artisti. Chi organizza ha bisogno sempre di un sostegno di tipo economico e oggi più di allora, perché gli artisti vivono ormai sulle tournée.

Che differenza noti tra Ferrara Sotto le Stelle e il Summer Festival?

Il Summer Festival è un festival che, secondo me, è fatto da gente che semplicemente non sa organizzare i festival. Loro fanno altro nella vita, gestiscono discoteche, e probabilmente lo fanno molto bene, ma i concerti non sanno realizzarli.

Dove latiterebbe l’organizzazione?

Se tu organizzi i concerti di heavy metal in un luogo come Piazza Ariostea non sai che cosa stai facendo. Basterebbe andare a vedere un po’ in giro per l’Europa per capire che vanno fatti in luoghi di altro tipo, non certo in mezzo alle case. In Polonia, ad esempi, li fanno nei cantieri di Danzica dove nacque Solidarność. Devi avere la capacità di costruire un qualcosa che sia sostenibile per la città e soprattutto che piaccia a quello che va a vedere quel concerto e paga il biglietto. Gli stessi artisti dopo si lamentano.

Torniamo a Dylan. Ti ricordi altri concerti di quel calibro?

Finisco un attimo il ragionamento che partiva dal paragone con Ferrara Sotto le Stelle. Lì c’è sempre stata un’attenzione alla programmazione, specialmente con l’arrivo alla conduzione artistica di Bobo Roversi che ha fatto crescere enormemente il festival fino a farlo diventare una rassegna tra le più importanti a livello nazionale. C’era un’attenzione molto particolare al tipo di concerti e c’era anche una differenziazione dell’offerta. Non si ricercava il concerto ‘di massa’. Penso a Lou Reed, Patti Smith, David Byrne, Skunk Anansie, Radiohead, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys, Arcade Fire, Sigur Rós, Damien Rice, Buena Vista Social Club. La sfilza è lunghissima.

Penso anche alla linea cantautorale italiana con Nicola Piovani, Paolo Conte, Vinicio Capossela, Ivano Fossati, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Franco Battiato, Stefano Bollani.

Per non parlare dei grandi concerti al du fuori di Ferrara Sotto le Stelle. A Ferrara è venuto John Cage. Sono venuti i Dire Street, Peter Gabriel. Ricordo Miles Davis, uno dei musicisti più importanti della storia, al Teatro Nuovo grazie ad Alessandro Mistri.

Siamo lontani anni luce oggi dalla Ferrara del passato.

Eppure non si può negare che i concerti di Bruce Springsteen e di Vasco Rossi siano riuscitissimi, sia a livello di viabilità che di sicurezza.

A dire il vero per quello del Boss ci siamo fatti ridere dietro da tutta Europa.

Perché?

Perché abbiamo raggiunto un livello di provincialismo mai visto il mondo, Mettere un cartone gigante alle porte della città con il conteggio dei giorni, dei minuti e dei secondi che mancano all’arrivo di Springsteen, come se fosse Gesù Cristo, è una cosa che fa ridere. Pensiamo al video con l’assessore alla cultura che urla “ehi Boss!” e corre a dargli la maglia della Spal… Quanto a Vasco Rossi, lui può suonare ovunque. Prima di Ferrara aveva suonato due giorni prima a Rimini e mentre suonava a Ferrara a Bologna c’erano tutti i manifesti dei 10 concerti che farà a Roma. Non era nulla di eccezionale. È venuto qui perché gli hanno creato le condizioni economiche perché venisse. Allora la domanda è: vale la pena spendere quelle cifre per portare un artista che puoi vedere ovunque o sarebbe meglio fare più concerti, magari più piccoli, più di qualità, che abbiano una ricaduta sulla città?

La giunta per Springsteen ha parlato di un indotto da 10 milioni di euro, anche se non ha mai permesso ai giornalisti di vedere il famoso studio che lo certificava.

Non c’è stato nessun indotto secondo me. Ma il problema vero, lo dico molto chiaramente, è che gli eventi non servono. Parliamo di un’altra epoca, ma un conto è Roberto Soffritti che riesce a portare a Ferrara Abbado dopo 10 anni che non era in Italia, un conto è fare un concerto di Vasco Rossi, con tutto il rispetto per Vasco Rossi. Stiamo parlando di mondi diversi, ma in ogni caso questo tipo di impostazione non ha mai risolto i problemi di una città. A livello culturale una città ha bisogno di continuità e ha bisogno di progetti e di programmi. In una parola, di visione. Che senso ha pagare 600milas euro a una televisione per un programma che qualche giorno prima hanno già fatto altrove? Dovrebbe essere la tv a pagare te perché e permetti di venire a Ferrara. Altrimenti significa che consideri spazzatura la tua meravigliosa città.

Non temi di essere etichettato dal lettore medio come il classico intellettuale “radical chic” di sinistra?

Io sono radical chic. Dovrei viverlo come un’offesa? A Bologna da dieci anni proiettano in piazza Maggiori film di inizio Novecento. Alcuni sono muti o con i sottotitoli. A ogni proiezione assistono diecimila persone. C’è stata una ricerca, un pensiero, una visione, che vuol dire non inseguire qualsiasi cosa sia di mainstream, vuol dire differenziarsi e non cadere nel conformismo totale nella programmazione culturale. Basta confrontare le mostre di Palazzo Diamanti di qualche anno fa e quelle di oggi o la programmazione delle stagioni del Teatro Comunale. Rimprovero a questa giunta il non aver saputo mantenere e sviluppare quello che di buono c’era prima. E temo che il motivo sia semplicemente ideologico.

Una soluzione?

Tornare a respirare, cioè ad avere respiro. Mettiamo la testa fuori dalle mura e guardiamo cosa succede fuori. E smettiamo con questa bulimia di eventi e manifestazioni. Viviamo nella città metafisica di De Chirico e abbiamo paura del vuoto.

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