Economia e Lavoro
6 Luglio 2026
La segretaria nazionale Flai Cgil, Silvia Guaraldi, fa il punto sul modello ferrarese: "Agribus e rete territoriale sono un esempio da esportare sul nazionale"

All’alba tra i braccianti: così le Brigate del Lavoro fanno arretrare il caporalato

di Elena Coatti | 6 min

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Entrano nei campi all’alba, aspettano i lavoratori nei punti di ritrovo, distribuiscono acqua sotto il sole e soprattutto ascoltano. Da quel dialogo nascono denunce, controlli, percorsi di tutela e, in alcuni casi, nuovi posti di lavoro regolari. È il risultato più concreto delle Brigate del Lavoro della Flai Cgil, protagoniste della giornata conclusiva e restituita dell’attività svolta nei territori di Ferrara e Ravenna, ospitata a Palazzo Rasponi. Un’esperienza che, secondo la segretaria nazionale Silvia Guaraldi, ha fatto del Ferrarese uno dei modelli più avanzati nella prevenzione dello sfruttamento agricolo.

“Le Brigate sono diventate un’attività strutturale del sindacato di strada – spiega Guaraldi -. Andiamo direttamente dove sono i lavoratori, di notte o di giorno a seconda di come è organizzato il territorio e delle modalità di lavoro. Portiamo acqua, visto il caldo estivo, ma soprattutto informazioni sui diritti, sul contratto e su quello che possiamo fare per tutelarli”.

L’iniziativa conclusiva ha riunito due territori dalle caratteristiche agricole molto simili. In sala erano presenti il prefetto di Ferrara Massimo Marchesiello e di Ravenna Raffaele Ricciardi, i rappresentanti della Cgil e le associazioni del terzo settore Cidas, Libera e Mediterranea Saving Humans. L’obiettivo non era soltanto fare un bilancio delle Brigate, ma condividere pratiche hanno già dato risultati concreti.

Perché anche nel Ferrarese le ombre restano. “Lavoro nero, lavoro grigio, sfruttamento e caporalato sono fenomeni presenti – osserva Guaraldi -. I meccanismi sono sempre gli stessi: approfittare della stagionalità e della necessità di reperire rapidamente manodopera. Gli intermediari illegali organizzano il reclutamento, fanno pagare il trasporto, spesso anche il semplice accesso al lavoro”.

Il trasporto continua infatti a essere uno dei principali strumenti di ricatto, soprattutto nei confronti dei lavoratori stranieri, molti dei quali non possiedono una patente riconosciuta in Italia. Meno evidente rispetto ad altre aree del Paese è invece il problema dei grandi insediamenti informali, anche se nei casolari agricoli isolati “le condizioni di vita, troppo stesso, non sono dignitose”.

Proprio su questi aspetti il Ferrarese rappresenta, secondo la Fai, un esempio da seguire. Guaraldi indica come punto di svolta il lavoro costruito attorno alla Rete del agricolo di qualità, grazie alla collaborazione tra Prefettura, Inps, Agenzia regionale per il lavoro, organizzazioni agricole e terzo settore.

“Si è scelto di rilanciare il Centro per l’impiego di Portomaggiore – aggiunge Guaraldi -, rafforzandone l’attività e introducendo anche la mediazione culturale, fondamentale in un territorio dove è molto numerosa la comunità pakistana. Attraverso gli Open Day si sono fatti incontrare direttamente aziende e lavoratori, ricostruendo un sistema che negli anni si era praticamente perso”.

A questo si è aggiunto l’Agribus, il servizio di trasporto dedicato ai lavoratori regolarmente assunti. Cinque linee collegano Portomaggiore alle principali aree agricole della provincia, consentendo alle aziende di raggiungere la manodopora senza ricorrere ai trasporti organizzati dai caporali.

Le parole della segretaria nazionale arrivano, tra l’altro, a poche ore dal grave incidente avvenuto all’alba di venerdì a Pilastri di Bondeno, dove un furgone che trasportava sette braccianti agricoli diretti al lavoro è uscito di strada ribaltandosi in una scarpata. Pur senza riferirsi direttamente a quell’episodio, Guaraldi richiama uno dei nodi più delicati del lavoro agricolo: “Il trasporto è uno dei principali ingredienti su cui fa leva il caporalato”.

Racconta che, in molti territori d’Italia, le Brigate escono già alle tre o alle quattro del mattino per raggiungere rotonde e distributori dove “i pulmini dei caporali reclutano la manodopera e la portano nei campi”. Spesso gli stessi lavoratori, spiega, “non sanno neppure dove andranno a lavorare”, una condizione che rende ancora più difficile denunciare lo sfruttamento. Per questo, aggiunge, esperienze come l’Agribus attivato nel Ferrarese rappresentano “un modello da esportare”, capace di garantire trasporti sicuri e sottrarre uno degli strumenti di controllo nelle mani dei caporali.

L’auspicio della Flai è che anche Ravenna completi rapidamente l’attivazione della propria sezione territoriale della Rete del lavoro agricolo di qualità, prendendo esempio dall’esperienza maturata nel Ferrarese. “Oggi (venerdì 3 luglio, ndr) abbiamo visto come la collaborazione tra Prefettura, Inps, organizzazioni agricole, sindacato e terzo settore possa produrre risultati concreti”.

Le Brigate, però, continuano soprattutto a lavorare sul territorio. A seconda delle realtà locali raggiungono i lavoratori direttamente nei campi, entrandovi quando possibile con l’autorizzazione dei proprietari. “A volte abbiamo solo pochi minuti – racconta Guaraldi -. Lasciamo i nostri recapiti, chiediamo quali orari fanno, quanto vengono pagati, come arrivano a lavoro. Se riescono ci mostrano anche le buste paga. Molti non parlano subito perché hanno paura di perdere il lavoro o di subire ritorsioni. Spesso ci ricontattano successivamente e da lì possono nascere denunce oppure segnalazioni che condividiamo con le istituzioni”.

L’attività non si limita alla raccolta delle campagne estive. Le Brigate del Lavoro mappano il territorio, individuano le colture, seguono il calendario delle raccolte e tornano negli stessi luoghi anche durante le altre lavorazioni agricole, costruendo anno dopo anno una rete di contatti che permette di monitorare il fenomeno.

Nei territori più esposti allo sfruttamento, come l’Agro Pontino o il Foggiano, l’attività si amplia ulteriormente. La Flai ha aperto sedi sindacali direttamente negli insediamenti informali, organizza assistenza legale, visite mediche insieme ad associazioni come Mediterranea ed Emergency e corsi di italiano. “Imparare la lingua è il primo passo per conoscere il propri diritti”, osserva Guaraldi.

L’obiettivo, sottolinea, è creare fiducia e rompere l’isolamento. “Da soli i lavoratori sono più fragili. Quando invece si costruisce solidarietà all’interno delle comunità e cresce la consapevolezza dei propri diritti, diventa molto più difficile alimentare lo sfruttamento”.

È proprio attraverso il passaparola che molte situazioni emergono. Dopo l’omicidio di Satnam Singh, ricorda la segretaria nazionale, diversi lavoratori indiani hanno contattato la Flai anche dal Veneto: sono stati assistiti, hanno denunciato gli sfruttatori, ottenuto il permesso di soggiorno previsto dalla normativa e sono stati ricollocati in aziende regolari.

I numeri confermano la portata del fenomeno. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, a fine 2025 erano almeno 548 i procedimenti aperti per il reato di caporalato in agricoltura. Il sindacato stima inoltre tra 180 mila e 200 mila lavoratori in condizioni di irregolarità o ricattabilità. Tra questi almeno 50 mila donne, una presenza che emerge molto meno nelle denunce perché allo sfruttamento lavorativo spesso si sommano ricatti e violenze di natura sessuale. Anche nel Ferrarese e nel Ravennate, ricorda Guaraldi, la presenza femminile è significativa soprattutto nei magazzini ortofrutticoli e lungo tutta la filiera agricola.

Per la segretaria nazionale, la legge 199 contro il caporalato “ha dimostrato di funzionare sul piano repressivo”, tanto da diventare un riferimento anche per altri settori come la logistica, la moda e il delivery. Più debole resta invece la prevenzione: solo poco più della metà delle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità è stata istituita e quelle realmente operative sono ancora poche.

“Servono più controlli – conclude Guaraldi – perché oggi interessano meno del 4% delle aziende agricole con dipendenti. Ma servono anche strumento che premiano chi rispetta il lavoro regolare. L’esperienza del Ferrarese dimostra che quando istituzioni, sindacato e terzo settore lavorano insieme, si possono costruire alternative concrete al caporalato e restituire dignità ai lavoratori”.

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