di Emanuele Gessi
Presidente di Emergency da ormai dieci anni (era il 2017), Rossella Miccio sta svolgendo un ruolo fondamentale nello sviluppo dei progetti della Ong fondata da Gino Strada. Nei giorni scorsi, con un intervento alla Camera dei Deputati, durante un’audizione parlamentare sulle
missioni italiane all’estero, ha formulato una critica affilata delle scelte governative di rendere l’aumento delle spese di difesa il principale strumento di costruzione della sicurezza.
Un approccio diverso, molto più orientato agli aiuti umanitari, piuttosto che a sostenere la potenza di fuoco di alcune delle parti in causa, è ciò che ha chiesto. Auspicando inoltre un ritorno della diplomazia e della cooperazione internazionale, che dovrebbero essere alla base delle dinamiche geopolitiche – e per la cui riaffermazione invece non si lotta abbastanza.
La avviciniamo a margine dell’incontro a cui ha partecipato come relatrice agli Emergency Days, il 18 giugno, per fare il punto insieme a lei sulle responsabilità delle istituzioni italiane, di fronte alla progressiva propagazione e moltiplicazione dei conflitti. E su ciò che si potrebbe fare (o andrebbe fatto) ma che ancora non viene messo in pratica.
Oggi la parola ‘sicurezza’ viene usata per giustificare più armi e controllo. Lei che lavora ogni giorno tra le conseguenze delle guerre, ci indica qual è la definizione di sicurezza che stiamo dimenticando?
A livello globale nel 2025 abbiamo speso 2.887 miliardi di dollari in armamenti a livello globale. Ma ciò non ha aumentato la pace. Anzi, sono aumentati i conflitti, perché le armi servono a essere usate. La sicurezza che ci serve è quella che si basa sulla possibilità di garantire al maggior numero possibile di persone di accedere ai diritti e di vedere i propri bisogni soddisfatti. Questa è sicurezza. Non vedere più armi in giro. Io credo che il fatto di confondere i piani sia una cosa fatta intenzionalmente, che sta avendo un impatto estremamente negativo su tutta la società.
Se domani il governo le affidasse una parte del bilancio della Difesa, dove investirebbe le risorse per rendere l’Italia più sicura?
Dimezzerei il bilancio della Difesa, innanzitutto (sorride). Le risorse le investirei in tante cose. Innanzitutto nell’educazione, nella sanità e nella protezione del nostro territorio, che a causa del cambiamento climatico sta diventando sempre più insicuro per noi che ci viviamo. Le cose da fare sarebbero davvero tante.
Cosa non ha ancora imparato l’Occidente?
Le radici della contemporaneità dell’Occidente sono da ricercarsi nella nascita del diritto umanitario, così come lo conosciamo oggi, e nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Così come nella costituzione delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Ci stiamo dimenticando qual è stato l’impatto, soprattutto delle due guerre mondiali, sulla nostra società. Se continuiamo a ignorare quelle lezioni e torniamo alla forza bruta abbiamo perso la nostra essenza.
Come ha detto nell’audizione parlamentare, la diminuzione degli arrivi dei migranti dalla Libia non può essere né l’unico né il primo criterio per giudicare la bontà di una politica migratoria. A che cosa invece dobbiamo prestare attenzione?
Leggevo poco fa un comunicato del nostro Ministero degli Interni, orgoglioso di aver fatto una riunione congiunta a Tripoli per rafforzare il sistema libico di prevenzione della migrazione illegale. Intanto bisognerebbe cominciare a creare delle vie legali per migrare. E poi il fatto che arrivino meno persone sulle nostre coste non vuol dire che meno persone siano in pericolo. Anzi, sono sempre di più i morti nel Mediterraneo, così come le intercettazioni illegali dei libici e dei tunisini nel Mar Mediterraneo. Ricordiamoci che la Libia non ha aderito alla Convenzione sui diritti dei rifugiati e quindi in Libia una persona che scappa da una guerra o dalle persecuzioni non può avere lo status di rifugiato. Quindi la Libia non è un porto sicuro. Queste sono le cose che dovremmo ricordarci quando, orgogliosamente, diciamo che arrivano meno persone sulle nostre coste.
Cosa direbbe Gino Strada di quello che sta accadendo nel mondo oggi?
Quello che Gino ha sempre detto è che la guerra è il più grande cancro dell’umanità e va eradicata, oggi più che mai. Io me lo domando spesso cosa direbbe. Intanto dico che per fortuna non lo sta vedendo, perché per una persona come lui, che ha dedicato la sua vita alla costruzione della pace, vivere in un mondo con 65 conflitti in corso sarebbe una grande disfatta.
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