di Chiara Baratelli*
Forse non tutti i cittadini di Ferrara sanno che il Parco Urbano è oggi l’unico luogo individuato dal Comune per la dispersione delle ceneri dei defunti.
Lo stesso parco che negli ultimi anni è diventato sede di grandi eventi e concerti, capace di accogliere decine di migliaia di persone in pochi giorni.
In queste settimane il dibattito si è riacceso attorno all’arrivo di Vasco Rossi e alle oltre centomila persone attese nell’area del parco. Da una parte l’entusiasmo per un evento capace di portare pubblico, visibilità e indotto economico. Dall’altra le preoccupazioni di chi teme l’impatto sul verde e sulla conservazione di uno dei luoghi più amati della città.
Ma forse esiste una questione ancora più interessante. Una questione che riguarda meno l’organizzazione degli eventi e più il significato che attribuiamo ai luoghi. Perché un luogo non è soltanto uno spazio fisico. È anche uno spazio simbolico.
E il simbolico, oggi, sembra essere diventato uno degli aspetti più fragili della nostra vita collettiva. Per secoli le società hanno costruito luoghi differenti per esperienze differenti. Esistevano spazi dedicati alla memoria e spazi dedicati alla festa. Luoghi del raccoglimento e luoghi dell’incontro. Luoghi dei vivi e luoghi dei morti.
Queste distinzioni non erano semplicemente organizzative. Erano simboliche. Servivano a dare forma all’esperienza umana. A separare ciò che è diverso. A rendere riconoscibili i passaggi fondamentali dell’esistenza.
Oggi, invece, assistiamo sempre più spesso a una progressiva dissoluzione di queste differenze. Tutto tende a convivere nello stesso spazio. Tutto tende a sovrapporsi.
Il Parco Urbano diventa così, contemporaneamente, il luogo in cui una famiglia può affidare alla terra le ceneri di una persona amata e quello in cui decine di migliaia di persone si ritrovano per condividere un grande evento collettivo.
Due esperienze profondamente diverse. Due esperienze che parlano di tempi differenti dell’esistenza. Una richiama la perdita, la memoria, il rapporto con ciò che resta. L’altra richiama la presenza, l’incontro, la celebrazione del presente.
Naturalmente non c’è nulla di sbagliato né nell’una né nell’altra funzione. La questione non riguarda i concerti. Non riguarda nemmeno la dispersione delle ceneri funerarie. Riguarda piuttosto il modo in cui una comunità costruisce i propri riferimenti simbolici.
Perché il simbolico non è qualcosa di astratto. È ciò che permette alle persone di orientarsi. È ciò che attribuisce un significato ai luoghi, ai ruoli, ai legami, alle parole. E forse uno degli aspetti che emerge con maggiore evidenza nella pratica clinica contemporanea riguarda proprio la difficoltà crescente del simbolico a svolgere questa funzione.
Lo si osserva nelle famiglie. Lo si osserva nelle relazioni. Lo si osserva nel rapporto tra genitori e figli. Sempre più spesso la parola fatica a tenere. Fatica a fare limite. Fatica a orientare. Fatica a conservare quella forza simbolica che permette di distinguere, separare, attribuire significati differenti alle esperienze.
Come se tutto fosse detto e tuttavia sempre meno parole riuscissero a essere riconosciute come autorevoli, a fare legame, a produrre effetti duraturi nella vita collettiva. Non perché le persone parlino meno. Anzi.
Viviamo immersi nelle parole. Messaggi, commenti, post, contenuti, opinioni. Eppure assistiamo paradossalmente a una perdita della loro forza simbolica. Come se tutto fosse detto ma sempre meno cose riuscissero davvero a fare legame.
Come se la parola faticasse a occupare quel posto che per lungo tempo ha avuto nella trasmissione tra le generazioni. E quando la parola fatica a tenere, anche le separazioni che organizzano la vita collettiva diventano più fragili. Tra genitori e figli. Tra privato e pubblico. Tra memoria e intrattenimento. Tra ciò che merita silenzio e ciò che chiede esposizione.
Quando il simbolico si indebolisce, anche le differenze tendono a sfumare. I confini diventano meno riconoscibili. Le funzioni si sovrappongono. I luoghi finiscono per assomigliarsi.
Forse è anche per questo che la vicenda del Parco Urbano suscita reazioni così intense. Perché tocca qualcosa che va oltre la tutela ambientale o la gestione degli eventi. Interroga il bisogno umano di attribuire significati differenti a esperienze differenti.
La dispersione delle ceneri dei propri cari richiama la memoria, il lutto, il tempo, la continuità tra le generazioni. Il grande concerto richiama la presenza, l’energia della folla, la condivisione immediata, la celebrazione del presente. Entrambe sono esperienze importanti. Entrambe meritano spazio.
Ma la loro sovrapposizione finisce inevitabilmente per interrogare il valore simbolico che attribuiamo ai luoghi. Perché forse il problema del nostro tempo non è l’assenza di spazi. È l’assenza crescente di spazi simbolicamente distinti. Spazi che non debbano essere contemporaneamente tutto. Spazi che possano conservare una funzione riconoscibile.
Un tempo si sarebbe forse parlato di sacro. Non necessariamente in senso religioso. Il sacro era ciò che veniva separato. Ciò che non era immediatamente disponibile a ogni utilizzo. Ciò che proprio grazie a questa separazione acquisiva valore.
Oggi, invece, ogni luogo sembra dover essere costantemente utilizzato, attraversato, valorizzato, riempito. Ogni spazio deve produrre qualcosa. Visibilità, presenze, attrattività, consumo, spettacolo. Ma una comunità non vive soltanto di ciò che produce. Vive anche di ciò che riesce a rappresentare.
E forse la domanda che il Parco Urbano pone alla città non riguarda soltanto concerti, ceneri di chi non c’è più o tutela del verde. Riguarda qualcosa di più ampio. Se esistano ancora, nella nostra cultura, luoghi capaci di custodire un significato senza essere chiamati a rappresentare contemporaneamente tutto il resto.
Perché quando tutto può accadere ovunque, il rischio non è soltanto quello di consumare gli spazi. È anche quello di perdere il valore simbolico che rende un luogo diverso da un altro.
*psiconanalista