Politica
1 Giugno 2026
Dopo il delitto di Barco, il collettivo Ferrara Transfem punta il dito contro il sistema patriarcale, il mancato sostegno alle fragilità sociali e chiede più prevenzione, educazione e tutela pubblica

“Lo Stato ha fallito: Samanta vittima del femminicidio e dell’abbandono istituzionale”

di Redazione | 5 min

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Il significato che avrebbe dovuto avere la mozione di censura nei confronti del sindaco era di natura squisitamente politica. Quella che avrei voluto illustrare nel consiglio dell'altro ieri ma che di fatto mi è stato impedito di fare

di Ferrara Transfemminista

Vittima dopo vittima, colpevole dopo colpevole, accresce la consapevolezza che il sistema giudiziario abbia fallito completamente nella prevenzione e nella tutela delle donne e delle soggettività marginalizzate.

Un sistema punitivo, che rinforza e acuisce le pene, mirando non alla riabilitazione, alla consapevolezza, alla cura, bensì alla ghettizzazione, alla vendetta e all’alienazione degli uomini violenti.

Meloni e il suo governo, così come i governi precedenti, non hanno mai svolto un lavoro di sensibilizzazione alla violenza di genere, di prevenzione e di condanna alla matrice che fomenta la dinamica di potere tra i generi.

Anzi sono state eliminate o silenziate le voci che tentano di dare una definizione più complessa ed articolata di violenza di genere, che tentano di spostare la narrazione sul sistema che genera uomini violenti, invece che sul singolo che compie atti di violenza.

Lo Stato e la società ci continuano ad imporre una narrazione personalistica e colpevolizzante degli omicidi (infatti il termine femminicidio viene spesso ritenuto errato), in cui la colpa è solo ed unicamente dell’assassino, e a volte anche della vittima che non è stata in grado di uscire dalla dinamica di oppressione.

Vengono costruite delle narrazioni deresponsabilizzanti le istituzioni e gli uomini, preferendo racconti personalissimi di vicende che sono in realtà estremamente collettive.

Si preferisce guardare da vicino la vicenda, invece che fare un passo indietro per vedere le profonde radici che alimentano un intero sistema di violenza misogino e patriarcale.

Si preferisce conoscere tutti i dettagli più cruenti ed efferati sulla dinamica degli omicidi, gli scoop sulla vita privata delle vittime, vedere le foto degli abiti che queste indossavano, ricostruire secondo per secondo le dinamiche degli eventi, al fine di costruire narrazioni pornografiche adatte a sfamare la nostra malsana curiosità.

Contribuendo così a spostare l’attenzione da ciò che davvero ci riguarda, contribuendo a far accrescere silenziosamente il sistema patriarcale, che continua indisturbato a generare uomini violenti, in una società costruita per la loro sussistenza e per il loro benessere.

Come possiamo ritenere un problema del singolo maltrattante la sistematica esclusione, oppressione e discriminazione da parte degli uomini, di ogni altra soggettività? Come può una società che fonda i propri saperi, la cura, il lavoro, le leggi e la socialità su dinamiche misogine, non farsi carico del ruolo sociale, politico e culturale degli uomini?

Le istituzioni che ruolo assumono in questo scenario? E gli uomini? Le risposte ci riportano con enorme dolore a quanto avvenuto a Barco (FE) negli scorsi giorni, anzi negli scorsi anni.

Una famiglia con disagi economici importanti, seguita dagli assistenti sociali, le cui difficoltà erano ben note e riconosciute, viene abbandonata alla sua situazione di disagio. Disagio di cui un sistema violento si nutre, perché laddove non esiste educazione, dove non esistono possibilità, dove non esiste dignità, non esiste nemmeno la possibilità di cura, di rieducazione, di tutela.

Ed è anche in questi luoghi, in cui spesso ci dimentichiamo di guardare, che il patriarcato e la misoginia si muovono. È dentro le mura domestiche che viene riversato tutto quello che la società ci insegna, è dove lo Stato non guarda, (fingendo di dimenticarsene) che tante, tantissime donne e soggettività subiscono violenza da parte degli uomini, e invisibilizzazione da parte dello Stato.

Samanta Zironi è vittima di femminicidio, da parte di un uomo, Vladimiro Lombardi, e da parte dello Stato, che, nonostante la condizione di fragilità nota, non è stato in grado di tutelare ed educare.

Ancora una volta esperienze dimenticate, nascoste sotto un tappeto troppo ingombrante, vite lasciate abbandonate a se stesse che finiscono nella violenza quotidiana.

Ancora una volta c’è un assenza ingiustificabile, un vuoto che genera morte e dolore, a cui rispondiamo unite e con forza: siete tutti colpevoli.

È colpevole Lombardi, è colpevole lo Stato e sono colpevoli tutti gli uomini. Non cadremo mai nel tranello di una giustizia che terrà il suo corso, perché un’altra donna è stata uccisa, e lo sapevamo che sarebbe successo ancora e sappiamo che succederà ancora tante volte. E lo sa lo Stato, che continua a tentare di farci credere che inasprendo le pene ed allontanando le persone immigrate, risolveremo il problema millenario della violenza di genere.

Non possiamo infatti non citare le rivoltanti dichiarazioni di gioventù nazionale Ferrara di qualche giorno passato, in merito alla violenza sessuale ai danni di una giovane ragazza a Ferrara, perpetuata da un uomo di origine del Mali. Tale associazione invoca alla remigrazione immediata del violentatore, scaricando la responsabilità della vicenda su uno dei più millantati capri espiatori della destra: la nazionalità dell’aggressore come movente diretto per la violenza stessa.

Ignorando deliberatamente ciò di cui parlavamo prima: tutto il resto.

La strumentalizzazione della violenza di genere oltre a non essere chiaramente utile alla causa, è un atto di vile propaganda su cui sputiamo con disgusto.

Al collettivo Némésis, usato da gioventù nazionale per legittimare la propria propaganda, vogliamo dirlo chiaramente: toglietevi dalla bocca la parola femminismo. Siete il braccio armato delle destre reazionarie, siete il veicolo del mantenimento dello status quo capitalista e patriarcale. La parità di genere non è una divisione intrinseca tra gruppi culturali: il vostro razzismo culturale non ha nulla a che vedere con un fenomeno strutturale e sistemico come il patriarcato. Il transfemminismo non è identitario ma politico, pervasivo e trasversale; il nostro nemico non è lo straniero né l’individuo, ma il sistema, e la soluzione non è certamente la normalizzazione della sorveglianza. Anziché trasformarle, vi nutrite delle strutture oppressive di questo sistema, rafforzandole. Accusate il transfemminismo di ideologia ma siete voi che, appropriandovi indebitamente del femminismo, trasformate la protezione delle donne in una frontiera ideologica, in cui il corpo femminile diventa uno strumento per legittimare l’esclusione e la militarizzazione. Non siamo madri della Nazione, non siamo sante, non siamo guerriere patriottiche né corpi belligeranti; non siamo un’unica, monolitica identità, non siamo solo femmine, non siamo solo bianche, non siamo debolezza da proteggere.

Non vogliamo sentire uomini e donne misogine parlare di violenza di genere, vogliamo persone formate, competenti, risolute e che siano in grado di nominare con fermezza la natura delle vessazioni che in quanto soggettività marginalizzate ci troviamo a vivere quotidianamente nelle nostre case (italiane e non), nelle nostre strade, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro e nei luoghi della socialità.

Non accettiamo alcuna narrazione razzista strumentalizzante delle violenze che subiamo da secoli.

Pretendiamo educazione sessuoaffettiva sin dall’infanzia, tutela pubblica, una vita dignitosa e la responsabilizzazione degli uomini, che continuano ogni giorno ad essere fautori di violenza.

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